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[Emilia Romagna] I lavoratori organizzati possono fermare la terza guerra mondiale

Federazione Emilia Romagna by Federazione Emilia Romagna
Gennaio 22, 2026
in Federazione Emilia Romagna, Federazione Emilia Romagna, Senza categoria
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Secondo dati di Collettiva nel primo semestre 2025 in Emilia Romagna sono state autorizzate 34 milioni di ore di CIG, di cui 23 milioni nella sola metalmeccanica (pre-pandemia il dato medio era di circa 15 milioni annui).

Facendo due calcoli a spanne, a fine anno significa sforare il miliardo di euro che lo Stato (tramite l’INPS, cioè con i soldi dei lavoratori), nella sola nostra regione spende per calmare le acque nelle aziende, tenere la polvere sotto il tappeto, usare la tecnica della rana bollita e aiutare un manipolo di padroni parassiti a continuare a lasciar andare in malora l’apparato produttivo e nascondere quello che ne ricavano in qualche paradiso fiscale. 

Perché chiudono le aziende? La desertificazione nelle filiere a valle, con il dilagare della CIG o la chiusura di decine di migliaia di aziende artigiane, è una manifestazione di questo processo che avviene a monte.

Le grandi aziende, come quelle a capo del settore alimentare, della moda o delle automobili, sono appendici di colossi finanziari, i quali guardano al “piano dividendi” (dividendi immediati o oggetto di “scommesse”) non al piano industriale. Del resto, è il principale modo in cui oggi è possibile continuare a far fruttare gli investimenti. La condizione di possibilità dell’accumulazione di ricchezza da parte di (un numero sempre più ristretto di) singoli individui è che aziende sane, che producono beni necessari alla collettività, vengono via via spacchettate, passate di mano, spolpate, abbandonate a se stesse e infine chiuse. Per cui aspettarsi un “ritorno all’economia reale” dall’attuale classe borghese e come aspettarsi che l’acqua scorra in salita.

Per restare alla nostra regione si veda Marelli, Perla, BredaMenarinibus, Woolrich… È un elenco che è destinato a crescere in modo esponenziale. Con tutto il suo portato di smantellamento della sicurezza e omicidi sul lavoro, disoccupazione e degrado sociale. 

Questo corso delle cose non riguarda solo la nostra regione ma il mondo intero. Ma, oltre ad alimentare la competizione tra sciacalli, questo corso delle cose incontra ovunque la crescente resistenza dei lavoratori, delle masse popolari nei paesi imperialisti, dei popoli dei paesi oppressi e anche di alcuni governi di quei paesi che si oppongono alla barbarie raggiunta dal capitalismo nella fase imperialista, alla guerra e al riarmo. Per cui la produzione di armi, l’adeguamento delle infrastrutture per la guerra, la ridefinizione su base politica degli scambi commerciali e delle filiere produttive, gli strumenti di controllo e repressione, stanno diventando un gigantesco affare per alcuni, spacciato come l’unico grande “investimento” di cui c’è bisogno per evitare la devastazione dell’apparato produttivo. 

La guerra è un processo che avanza per salti. Non si tratta solo di risorse, denaro, uomini, mezzi e del sostegno politico e logistico che il governo Meloni garantisce per il genocidio del popolo palestinese, per fomentare la guerra per procura in Ucraina contro la Federazione Russa, per rapire il Presidente del Venezuela o per tentare di rovesciare il governo in Iran. Economia di guerra significa terreno libero per fondi finanziari e speculatori di ogni risma. Significa investimenti pubblici nell’ordine, nel complesso, dei miliardi di euro tramite la Regione Emilia-Romagna su progetti come ANSER, il Consorzio Aerospaziale, per facilitare la riconversione bellica o come la costruzione del Tecnopolo con Leonardo e Thales in programma a Forlì. Significa che il sindaco di Ravenna, dopo aver affermato a settembre “mai più armi nel porto di Ravenna”, può gioire a gennaio dei risultati record dei transiti nel porto. “Record” che grondano di sangue, essendo Ravenna uno dei principali snodi nel Mediterraneo per il trasporto verso lo Stato sionista di Israele, tanto che, tramite il progetto Underwater Security, le autorità italiane stanno affidando “la protezione delle infrastrutture critiche del porto, navi e dati subacquei da minacce intenzionali (attacchi, spionaggio, terrorismo)”… direttamente al Ministero della Difesa di Israele. Economia di guerra significa che la nascita di nuove aziende legate alle tecnologie digitali sviluppano progetti per uso militare, con conseguenti specifici programmi universitari. Significa promuovere uomini e donne in posti di responsabilità disposti a far marciare l’economia di guerra. In questo senso va letta, per esempio, la nomina di Rita Cucchiara a rettrice di UniMoRe. Significa raccontare agli operai della Caterpillar, dopo anni di cassa integrazione, che, essendo la loro azienda americana, faranno ripartire la produzione grazie alla “ricostruzione” di Gaza; o agli operai del porto di Ravenna che non c’è alternativa tra lavorare per lo Stato sionista di Israele o perdere il posto di lavoro. Significa raccontare la favola, che è propaganda di guerra, che se la metalmeccanica viene riconvertita al militare sarebbe colpa della “concorrenza” della Repubblica Popolare Cinese. Vuol dire usare pretesti per attaccare le RSU combattive, cioè alzare il tiro nelle grandi aziende con la caccia alle streghe, come è avvenuto – ed è la punta di un iceberg – con i licenziamenti alla Motovario di Formigine e alla Interpump di Reggio. 

A ben vedere, dunque, siamo già pienamente immersi nella terza guerra mondiale. Promuovere la guerra è necessario per la classe dominante ma, al contempo, per il grado di sviluppo che ormai le nostre società hanno raggiunto, fare la guerra significa anche “intruppare” (costringere a collaborare nelle forze armate e ben oltre l’inquadramento nelle forze armate) migliaia e migliaia di lavoratori: dagli amministrativi, ai metalmeccanici, dai lavoratori della logistica, ai tecnici e ricercatori, dagli insegnanti ai sanitari. E i lavoratori non vogliono sentirne di farsi intruppare per una guerra contraria ai loro interessi. Questa è la contraddizione principale della fase storica in cui siamo e anche della terza mondiale nel suo complesso.

Milioni di persone sono scese in piazza lo scorso autunno, hanno bloccato le strade. Per questo la riconversione militare viene camuffata dietro il “dual use”, con codici che però poi i lavoratori imparano a leggere. Per questo sembra che nessuna Autorità pubblica abbia la competenza o i mezzi per capire cosa transita dentro i container che sono appoggiati sulle banchine dei nostri porti, fintanto che non c’è qualche portuale o spedizioniere che decide di sollevare il velo di omertà. Mentre fanno girare la macchina della guerra devono anche preoccuparsi di camuffarla. 

I lavoratori organizzati possono fermare la terza guerra mondiale? Lo stanno già facendo. Innanzitutto facendo di ogni azienda che chiude o viene riconvertita, della lotta per il salario, della solidarietà di classe, di ogni scuola oggetto di censura o propaganda di guerra, di ogni ospedale, della battaglia intorno a ogni bullone destinato alla guerra un’occasione per promuovere organizzazione, coordinamento e mobilitazione. I lavoratori dell’ILVA di Genova hanno dimostrato che c’è un’altra via oltre quella perseguita dalla classe dominante: è la via della lotta e del protagonismo operaio e popolare. La via di fare della questione del lavoro e della pace una questione di ordine pubblico. Di applicare alla questione del lavoro i metodi di lotta che abbiamo imparato a usare per promuovere la solidarietà con il popolo palestinese. 

Non bisogna aspettare che il sindacato si muova o limitarsi a rivendicare che il sindacato faccia quello che potrebbe fare e non fa. Due compagni che si vedono anche fuori dal posto di lavoro, discutono il da farsi, organizzano iniziative anche piccole ma significative, fatte da lavoratori in solidarietà ad altri lavoratori, in questa fase sono la scintilla che può dar fuoco alla prateria! 

Un’occasione, ad esempio, la offre Global Sumud Flottilla che sta organizzando per la primavera 2026 una nuova e più grande spedizione verso la Palestina. Gli organizzatori dichiarano che vogliono lasciare i più ampi margini per collaborazioni dal basso alla costruzione della nuova missione. I lavoratori del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) di Genova sono stati avanguardia nell’organizzazione e nel sostegno a terra (e non solo) della flottiglia che ha dato avvio alle mobilitazioni di settembre ottobre. Rendiamo valanga l’organizzazione della solidarietà! 

Dunque, i lavoratori organizzati possono fermare la terza guerra mondiale? Se le mobilitazioni di settembre e ottobre in positivo ci insegnano che è possibile, ci dicono però che una mobilitazione generale, per avere continuità, deve avere un obiettivo politico chiaro oppure, fisiologicamente, rifluisce.

Non basta bloccare tutto, bisogna bloccare tutto per cambiare tutto e questo “cambiare tutto” deve avere un contenuto altrettanto pratico. Questo lo sanno bene gli imperialisti che, per fomentare il malcontento popolare in paesi a loro non sottomessi, cercano immediatamente di trasformarlo in una mobilitazione a oltranza per rovesciare il governo in carica e cambiare lo schieramento internazionale del paese. Cosa, questa, che gli riesce sempre peggio.

A chi lotta per obiettivi che sono oggettivamente negli interessi delle masse popolari, invece, deve riuscire sempre meglio. La lotta per cacciare il governo Meloni e, poi, per impedire che venga sostituito con un governo tecnico o del “campo largo”, che nulla cambierebbe nella sostanza, è l’unica lotta unificante e di prospettiva per tutto il movimento popolare. È la lotta per avere un governo che sostiene ogni collettivo di lavoratori che occupa la sua fabbrica come hanno fatto i lavoratori della ex-GKN, perché “delocalizzare un’azienda in buona salute, trasferirne la produzione all’estero al solo scopo di aumentare il profitto degli azionisti, non costituisce libero esercizio dell’iniziativa economica privata, ma un atto in contrasto con il diritto al lavoro, tutelato dall’art. 4 della Costituzione”; è la lotta per rompere con la complicità e la sottomissione del nostro paese agli interessi dei gruppi imperialisti USA e sionisti e avviare relazioni di solidarietà, cooperazione e scambio con tutti i paesi che vogliono instaurarle con noi.

Possiamo vincere questa battaglia e, per il peso che ha un paese come l’Italia, possiamo arrivare per questa via a fermare la guerra mondiale, per lo sconvolgimento che una rottura politica del genere nel nostro paese avrebbe sul sistema delle relazioni internazionali.

Il mondo dei padroni è in fiamme, quando i predoni imperialisti allungano gli artigli i popoli nel mondo sempre più gli afferrano il polso. Il primo passo verso una nuova Liberazione, è un passo che ciascuno di noi può fare: scrollarsi di dosso la cappa di sfiducia e disfattismo con cui la borghesia intossica il cuore e la mente delle masse popolari nei paesi imperialisti, inducendoci a credere che la fine del loro mondo sia la fine del mondo in quanto tale. 

Non temiamo il futuro, mettiamoci a costruirlo! 

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