Il 20 giugno, nell’ambito della Festa della Riscossa Popolare Emilia Romagna, si è svolto il dibattito “Embargo popolare: dossieraggio, organizzazione, prospettiva”.
L’iniziativa rispondeva alla necessità per il movimento popolare contro guerra e genocidio di fare un bilancio delle mobilitazioni degli ultimi mesi. Di analizzare, anche alla luce del movimento dell’autunno, i limiti e gli errori che hanno caratterizzato le mobilitazioni della primavera, che hanno svuotato le piazze di maggio, ma anche vedere quello che c’è stato di positivo, contrastando disfattismo e sfiducia, come le tante piccole iniziative di base che hanno caratterizzato questi mesi, come l’organizzazione che le mobilitazioni dell’autunno hanno sedimentato e gli altri aspetti positivi da cui partire per rilanciare la lotta.
Durante il dibattito, attivisti della Global Sumud Flottiglia hanno ragionato delle spedizioni di della primavera, portando la necessità di rendere quello che è stato il sostegno alla Flottiglia strumento ora per costruire la rete tra le realtà attive, collegando ciò che si è mobilitato per la missione a quanto si può fare concretamente sul nostro territorio. Ovvero, costruire e imporre dal basso l’embargo popolare contro guerra e genicidio.
I promotori della petizione popolare Basta Complicità hanno fatto valere le tante piccole iniziative promosse nei mesi passati, dai banchetti per la raccolta firme al tour regionale di presentazione della petizione. Una petizione che aveva proprio l’obiettivo di alimentare il coordinamento regionale: per unire le varie istanze presenti sul territorio, per un Osservatorio regionale, per coordinare la mobilitazione contro gli appalti TEVA promossa dai Sanitari per Gaza, per una comune lotta contro il traffico di armi nel porto di Ravenna, i tecnopoli e le fiere della morte, mettendo nel mirino innanzitutto le responsabilità della Regione Emilia Romagna.
L’assemblea regionale del 12 aprile al Cassero “Costruiamo insieme un fronte unitario per la Palestina” è stata la prima vera assemblea regionale del movimento in solidarietà alla Palestina aperta incondizionatamente a tutti i singoli e le organizzazioni attive. Il presidio sotto la Regione del 26 maggio a Bologna è stata a tutti gli effetti una tappa di quel percorso, così come lo è stato anche l’organizzazione del Disarmibus, il contro-festival di porti del 22-23 maggio a Ravenna. Le realtà promotrici che hanno partecipato al dibattito della Festa di riscossa popolare dell’Emilia Romagna hanno riportato la volontà di continuare a costruire questo percorso, replicandolo in futuro con assemblee regolari.
L’organizzazione spaventa i sionisti e guerrafondai che ci governano. Non solo le manifestazioni di piazza e le dimostrazioni di solidarietà, quanto la continuità d’azione, l’organizzazione e il coordinamento. Anche per questo la repressione ha colpito così duramente dopo le mobilitazioni dell’autunno. Come dimostra bene l’esperienza dei compagni di Pisa, dove il movimento contro la guerra si è saldato con i lavoratori fino a bloccare un carico di armi in stazione, l’organizzazione e il coordinamento sono le principali armi che abbiamo a disposizione per smantellare il coinvolgimento materiale in guerra e le complicità col genocidio nei nostri territori. È questa la nostra forza, dobbiamo imparare a farla valere.
Nel dibattito è emersa anche l’importanza del ruolo dei lavoratori, senza i quali non è possibile dare concretezza all’embargo popolare. Abbiamo avuto il contributo dei lavoratori della Leonardo di Grottaglie, che con il loro dossier mettono a confronto la sostenibilità economica e sociale dell’aviazione civile con quella miliare e ci insegnano che sono i lavoratori stessi che possono e devono decidere cosa le aziende producono o non producono, che fare inchiesta e organizzazione è anche indicare una via alternativa al corso delle cose che sia negli interessi delle masse popolari.
È emersa la necessità di rafforzare e moltiplicare i collettivi di lavoratori e lavoratrici organizzati a prescindere dalla tessera sindacale: collettivi come il CALP di Genova e il GAP di Livorno, i Sanitari per Gaza e i Docenti per i diritti umani in Palestina sono stati la spina dorsale delle mobilitazioni dell’autunno e, dopo quelle mobilitazioni, sono rimasti attivi.
Lo scorso autunno un sindacato in particolare, l’USB, ha generalizzato l’appello del CALP forzando in questo modo anche la CGIL a convergere su uno sciopero generale unitario. In questo modo, un sindacato di base, facendo leva sul sentimento diffuso fra i lavoratori e sulla forza del protagonismo di un (ancora) embrionale tessuto di organismi auto-organizzati in tutto il paese, è diventato il centro promotore della mobilitazione di milioni di persone, ha aperto contraddizioni nel campo largo e nella sua propaggine sindacale e ha fatto tremare il governo, con ricadute anche internazionali. Perché è importante vedere questo? Perché ha funzionato a meraviglia!
Tanto più gli organismi operai e popolari prendono e prenderanno l’iniziativa, mettendo al centro l’unità di classe e gli interessi delle masse popolai e dei popoli oppressi, quanto più anche le dirigenze sindacali sono e saranno spinte a superare il settarismo e lo spirito di concorrenza.
È stata riportata l’esperienza dell’appello allo sciopero unitario dello scorso maggio, un appello lanciato da lavoratori e lavoratrici iscritti a vari sindacati, ma anche non iscritti a nessun sindacato, che hanno espresso chiaramente la volontà di dare gambe in modo unitario alle mobilitazioni dell’autunno, volontà a cui ora bisogna dare seguito promuovendo assemblee e incontri tra lavoratori, per continuare a promuovere la discussione sul bilancio degli scioperi di maggio, contrastare la rassegnazione, definire i passi da fare ora e sedimentare organizzazione.
Lo OSS della Cadiai di Bologna hanno contribuito al dibattito portando la loro esperienza, spiegando i passi che hanno cominciato a fare per strutturare il loro collettivo e come se ne stanno servendo per portare avanti la loro lotta che è in corso.
Abbiamo infine discusso di come affrontare il rapporto con le istituzioni, una questione che oggi si pone all’ordine del giorno anche alla luce della campagna elettorale per le prossime elezioni, che è già entrata nel vivo. Una campagna che dobbiamo usare a nostro vantaggio, innanzitutto perché le elezioni sono un problema per la classe dominante (che ancora deve mantenere una facciata “democratica” alle sue istituzioni) e quindi offrono l’opportunità di strappare conquiste, di pretendere che le dichiarazioni di sostegno passino dalle parole ai fatti.
Stefania Ascari, deputata del M5S intervenuta al dibattito con un video messaggio, ha mostrato azioni concrete che gli eletti possono fare per mettersi al servizio del movimento popolare, per alimentare e rafforzare l’embargo popolare: interrogazioni parlamentari, ispezioni, o anche solo prese di posizione a sostegno dei compagni e le compagne colpite dalla repressione.
Il video messaggio di Stefania Ascari
Come Stefania, anche Stefano Grondona, segretario regionale di Rifondazione Comunista, ha espresso nel suo saluto il suo sostegno ai lavoratori che lottano contro la guerra, ponendo la necessità di unirsi in liste unitarie per costruire un fronte ampio contro guerra e genocidio.
La prossima campagna elettorale sarà utile se, in alternativa ai partiti delle Larghe intese che portano avanti lo stesso programma di guerra, servirà a rafforzare e sviluppare la mobilitazione, costruendo il centro promotore – composto da organizzazioni politiche e sindacali, organismi operai e popolari, esponenti della società civile ed eletti – della mobilitazione e del coordinamento del movimento. L’assemblea popolare “Modena ripudia la guerra, il riarmo e il genocidio” dello scorso 2 giugno è un esempio concreto di costruzione di un percorso che porti a livello locale quanto è stato avviato con il Convegno nazionale organizzato alla Camera il 19 marzo “Per un Governo che attui la Costituzione”.
Dobbiamo avvalerci della campagna elettorale anche e sopratutto perché la questione dello sbocco politico è cosa molto concreta senza affrontare la quale non è possibile procedere oltre un certo livello con la lotta per invertire la rotta, fermare la guerra e rimettere il nostro paese su un cammino di progresso. La principale causa del riflusso del movimento dell’autunno è stata infatti la mancanza di uno sbocco politico, o meglio, la mancanza di un centro promotore che incanalasse le mobilitazioni nella lotta per cacciare il governo Meloni.
Questa primavera, nonostante il governo fosse ulteriormente indebolito dall’esito del referendum, non si è ripetuta la dinamica che abbiamo visto in autunno. Fra i sindacati di base è prevalso il timore delle multe e lo spirito di concorrenza. Perché? Per far prevalere la determinazione alla lotta, per prendersi la responsabilità di portare la lotta fino in fondo, bisogna aver chiaro, una volta che il governo è caduto, come intendiamo procedere.
Noi diciamo che bisogna procedere con la mobilitazione a rendere il paese ingovernabile come abbiamo fatto nei giorni di autunno, fino a imporre al governo esponenti del movimento popolare e dando loro il mandato di attuare un programma elaborato e deliberato dal basso.
Rovesciare il governo Meloni, così come a livello locale i guerrafondai del PD, significa costruire un’alternativa che non sia solo quella di attendere il 2027 per tentare di mandare qualche rappresentante del movimento popolare nelle assemblee elettive. Questa è la strada che porta – da decenni – alla sconfitta. Serve un governo che abbia la volontà e la forza per attuare la Costituzione del 1948, interrompere ogni complicità con il genocidio in corso, porre un freno al coinvolgimento nella guerra della NATO ed uscire dalla spirale di guerra ed economia di guerra in cui la classe dominante ci trascina. Serve un cambio di regime politico.
Su questo continueremo a lavorare nella Festa nazionale di riscossa popolare al Circolo Arci a Putignano (Pisa) dal 31 luglio al 9 agosto, cui invitiamo già da subito tutti i compagni, le compagne, le realtà organizzate che hanno partecipato al dibattito di Bologna.
È fisiologico che le mobilitazioni popolari vivano momenti di picco e momenti di riflusso. Quello che è importante che che impariamo da ogni cosa che facciamo e che definiamo i passi da fare sulla base di quello abbiamo imparato. In questo modo la conquista del terreno dipende da noi!
Liberare il nostro paese è possibile ed è il contributo più alto che possiamo dare ai popoli oppressi in lotta in tutto il mondo!
Gli imperialisti sono tigri di carta, il loro mondo è a pezzi e ovunque collezionano sconfitte. Sta a noi costruire un mondo nuovo sulle rovine del vecchio!
Osare lottare, osare vincere!

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