Il 12 gennaio lo stabilimento ex Ilva di Taranto è stato teatro dell’ennesimo omicidio sul lavoro: quello di Claudio Salamida, operaio 46enne precipitato a causa del cedimento di un pavimento. Solo pochi giorni dopo un altro grave episodio ha visto alcuni lavoratori rischiare l’intossicazione da gas durante le attività produttive.
L’8 gennaio Piero Zantonini, 55 anni, vigilante nel cantiere olimpico di Cortina per le Olimpiadi Milano-Cortina, è morto durante il turno notturno di lavoro, a una temperatura di -12 gradi.
La notte di capodanno la discoteca Le Constellation di Crans-Montana è andata a fuoco provocando la morte di 40 persone e ferendone altre 120. Una gestione criminale della sicurezza costata la vita – oltre che a tanti giovani – ai lavoratori di quella struttura, alcuni dei quali miseramente infamati dai padroni del locale nel tentativo di far ricadere su questi la responsabilità dell’accaduto.
Tre episodi passati alla ribalta di giornali e tv nelle ultime settimane, ma che non esauriscono il quadro degli omicidi sul lavoro. Solo nel nostro paese sono stati infatti 1.450 i morti sul lavoro nel 2025. A renderlo noto l’Osservatorio Nazionale di Bologna Morti sul Lavoro, che dal 2008 monitora il dato in costante aumento. Quasi 4 morti al giorno, uno ogni 6 ore.
Senza mezzi termini, è un bollettino di guerra. Una guerra in cui però a morire è una sola parte, quella dei lavoratori, ogni giorno costretti a rischiare la propria pelle per sfamarsi e avere un tetto sopra la testa. Una vera e propria guerra di sterminio perpetrata dai padroni nella ricerca costante di profitto, con il bene placido e la copertura di governi e istituzioni.
Una guerra condotta a colpi di precarizzazione del lavoro, di appalti e subappalti, di tagli su manutenzione, controlli e investimenti per la sicurezza. Di scarico di responsabilità sui singoli, con qualche dispositivo di protezione individuale e poche ore di formazione al posto di investimenti strutturali e pianificazione della sicurezza. Di repressione per chi alza la testa perché non vuole subire questa sorte.
Ma c’è chi a questa guerra ha già iniziato ad opporsi, chi ha iniziato a resistere e si organizza per farlo nel proprio posto di lavoro, con i propri colleghi. Questi sono gli eroi del nostro tempo. Eroi che quotidianamente si battono per mettere fine al massacro e che possono trasformare una guerra di sterminio in una guerra di liberazione. Liberazione dagli omicidi, dalle stragi, dagli infortuni e da chi ogni giorno li perpetra e li sostiene nei fatti.
Il primo campo di battaglia è il proprio posto di lavoro. I lavoratori, organizzandosi in collettivi, possono individuare le problematiche legate alla sicurezza e capirne le soluzioni. Anche mettendosi in contatto con singoli tecnici e medici o con organizzazioni impegnate in questa lotta, come Medicina Democratica o il neonato Osservatorio per tumori professionali e ambientali. Possono e devono dare battaglia per l’applicazione di queste misure avvalendosi di Rsu e Rls e sostenendoli in questa lotta. Chiamando a sostenere le loro battaglie anche amministratori locali, sindaci, esponenti di partiti politici che possono mettere al servizio conoscenze e risorse, usare il loro ruolo per dare risalto e tutela ai lavoratori. Come già fatto in passato ad esempio da Stefania Ascari.
Guarda le video-pillole che stiamo producendo per contribuire a questo processo, usufruendo del materiale elaborato nell’ambito del progetto “SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS !” e messo a disposizione da Marco Spezia, Tecnico della Sicurezza .
Mentre la rete di solidarietà è invece il terreno di lotta per tutelarsi dagli attacchi repressivi che padroni e istituzioni complici cercano di scatenare contro lavoratori, organismi e singoli che alzano la testa e si organizzano per porre fine a questo sterminio. È il coordinamento tra lavoratori di diverse aziende, tra parenti e amici delle vittime e i differenti organismi impegnati in questo campo che rende possibile ribaltare il tavolo della repressione, facendo di ogni attacco un problema per chi lo ha scatenato. Rendendo ogni colpo repressivo un grimaldello per estendere questa lotta in tutto il paese e in ogni azienda.
Oggi, 22 gennaio, il tribunale di Lanciano era chiamato a decidere se istruire un processo contro il nostro compagno Andrea De Marchis, che ha osato denunciare la vergogna nazionale degli omicidi sul lavoro e la copertura istituzionale di cui godono i datori di lavoro che ne sono responsabili. In vista della decisione abbiamo lanciato una campagna per alimentare schieramento e pressioni per il no luogo a procedere. Esito oggi confermato dal tribunale di Lanciano, che ha decretato proprio il no luogo a procedere. Solidarietà e lotta alla repressione sono armi potenti nella mani dei lavoratori!





![[Genova] Solidarietà a tutti gli indagati e denunciati. Contro la repressione passare al contrattacco!](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/02/corteo-22-settembre-gaza-941100.jpeg?fit=1024%2C577&ssl=1)
