Presentiamo un breve contributo di Carlo Volpi, attivista del Coordinamento fiorentino per il disarmo e membro di PeaceLink. In questo testo anticipa i temi che affronterà nel suo intervento durante l’iniziativa organizzata dalla Federazione Toscana del Partito dei CARC dal titolo “Toscana tra militarizzazione e resistenza: come affrontare la terza guerra mondiale”, prevista per domenica 25 gennaio, alle ore 18, presso il circolo Arci Piero Boncinelli, in via Ripoli 209 a Firenze. Il dibattito sarà un’occasione per riflettere su argomenti di grande rilevanza: la terza guerra mondiale è già cominciata? Quali strategie di resistenza e riscatto possiamo attuare? Quale direzione politica è necessaria per il movimento che ha preso vigore con le mobilitazioni autunnali del “blocchiamo tutto”? Nel frattempo, condividiamo con voi questa breve anteprima.
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Contro la guerra: obiezione di coscienza, disobbedienza civile, disinvestimento
La guerra non è inevitabile: è il risultato di scelte politiche ed economiche che arricchiscono pochi e colpiscono molti. Da sempre, la guerra e l’investimento nelle sue macchine sono strumenti di oppressione di classe: distruggono vite, risorse e il futuro delle classi popolari, mentre concentrano potere e profitti nelle mani di governi, industrie militari e grandi gruppi finanziari.
Oggi, la guerra è diventata un modello economico. L’Europa, rinunciando a una politica autonoma di pace, ha accettato strategie che hanno alimentato conflitti evitabili e favorito la riconversione bellica delle industrie. Resistere alla guerra, quindi, significa fermarne la macchina materiale: uomini, merci, tecnologie e capitali.
Per questo, l’obiezione di coscienza non può limitarsi al servizio militare, ma deve estendersi all’intera filiera bellica. Purtroppo, nel nostro ordinamento esiste un grave vuoto normativo: non sono tutelati né l’obiezione fiscale alle spese militari, né il diritto dei lavoratori di rifiutare di essere coinvolti nella produzione e nel finanziamento della guerra.
La filiera della guerra coinvolge molti più lavoratori di quanto si pensi: portuali, ferrovieri, operatori logistici, finanziari, fino agli insegnanti, sempre più esposti a pressioni propagandistiche. Le mobilitazioni dei portuali contro il transito di armi hanno dimostrato che la disobbedienza civile dei lavoratori può incidere concretamente sui meccanismi che alimentano la guerra.
Esistono precedenti giuridici che riconoscono il primato della coscienza individuale sugli obblighi lavorativi. Su questa base, va affermato il diritto dei lavoratori all’obiezione di coscienza. Sebbene l’obiezione sia un atto individuale, può essere sostenuta da azioni collettive di disobbedienza civile e da un ruolo attivo dei sindacati, anche per la riconversione delle produzioni belliche verso attività civili e socialmente utili.
Un fronte decisivo è quello finanziario. Fondi pensione, fondi sanitari e benefit aziendali finanziano sempre più spesso l’industria bellica. Il disinvestimento e l’azionariato critico sono strumenti fondamentali per interrompere questa complicità.
Anche l’obiezione fiscale, seppur oggi limitata, rimane una forma di azione non violenta. Le addizionali locali potrebbero consentire ai cittadini di destinare risorse al welfare anziché alla guerra.
Opporsi alla guerra significa scegliere la vita, i diritti, la giustizia sociale.
Welfare, not warfare.



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