Nei giorni scorsi lo stabilimento ex Ilva di Taranto è tornato a essere teatro dell’ennesimo omicidio sul lavoro, quello di Claudio Salamida, operaio 46enne impegnato in attività di controllo delle valvole, che è precipitato a causa del cedimento di un pavimento. Inoltre, solo pochi giorni dopo un altro grave episodio ha visto alcuni lavoratori rischiare l’intossicazione da gas durante le attività produttive. Questi incidenti e stragi non sono una fatalità, ma il risultato diretto di scelte politiche e industriali precise, valute dai padroni e sostenute dai governi, nazionale e locali, delle Larghe Intese.
Quanto accade all’ex Ilva non può essere separato dalle responsabilità politiche di chi governa la Regione Puglia da oltre quindici anni senza soluzione di continuità. Michele Emiliano, nelle battute finali della sua presidenza, ha moltiplicato dichiarazioni, presenze simboliche e partecipazioni a mobilitazioni per la presunta riconversione del sito, tentando di accreditarsi come interlocutore delle istanze operaie e ambientaliste. Ma si tratta di false promesse e di un copione già visto, che serve a coprire una realtà ben diversa: in Puglia il Partito Democratico è al suo quarto mandato consecutivo ed è stato parte integrante e responsabile assieme ai governi nazionali dello smantellamento dell’Ilva, della precarizzazione del lavoro, del progressivo degrado delle condizioni di sicurezza e del ricatto occupazionale imposto agli operai e all’intera città di Taranto.
La soluzione non può certo venire da questi personaggi e dalle formazioni politiche di governo, da FdI, Lega, FI, e di opposizione capitanati dal PD: nella pubblica piazza litigano, ma dietro le quinte e nei fatti vanno a braccetto nel portare avanti misure di lacrime e sangue per le masse popolari. Sono loro i promotori e complici dello smantellamento dell’apparato produttivo come all’ex ILVA o di Stellantis; del degrado ambientale e delle grandi opere come affari speculativi e dannosi per i territori e la popolazione; della privatizzazione dei servizi. A questa “guerra interna” si affianca e avanza la “guerra esterna” che il governo Meloni alimenta, succube e suddita al soldo soprattutto dei sionisti e degli imperialisti USA, con la conseguente militarizzazione di territori, porti e scuole.
L’unica soluzione reale passa dall’organizzazione e vigilanza dei lavoratori, dentro e fuori i luoghi di lavoro. Anche le mobilitazioni dell’autunno scorso lo hanno dimostrato: chi ha bloccato il transito di armi e il paese contro la guerra e la complicità del governo Meloni con lo stato sionista e genocidario di Israele sono stati gli operai del porto e degli aeroporti, insegnanti, dipendenti pubblici e dei trasporti, sanitari e studenti. È stato questo movimento che, raccogliendo l’appello dei portuali di Genova del CALP, ha bloccato il paese, ha spinto anche le diverse organizzazioni sindacali ad unirsi in un unico sciopero generale, ha dato slancio ed entusiasmo, ha mostrato che le leggi liberticide come i Decreti Sicurezza si combattono violandoli.
Per questo è necessario promuovere e rafforzare, dentro e fuori i posti di lavoro, Organizzazioni Operaie e Popolari (OO-OP), che assumano come proprio compito la difesa della sicurezza, della salute, dell’ambiente e delle condizioni di vita delle masse popolari, rompendo la contrapposizione tra interessi operai e interessi ambientali che la classe dominante promuove. Non esiste sicurezza sul lavoro senza l’organizzazione e il controllo operaio. Non esiste tutela ambientale senza l’organizzazione e il controllo degli operai e delle masse popolari dei territori.
Le OO OP devono diventare strumenti che si coordinano per difendere i loro interessi e per prendere in mano la gestione di parti crescenti della società, capaci di imporre misure immediate per la sicurezza, di bloccare la produzione quando le condizioni sono pericolose, di intervenire pubblicamente nel territorio, di unire operai, abitanti, giovani, disoccupati in un fronte comune contro le nocività e lo sfruttamento.
In questo quadro si inserisce la proposta delle tende per la sicurezza e l’organizzazione operaia, come punti permanenti di riferimento, di denuncia, di mobilitazione e di aggregazione delle forze popolari, sia davanti alle fabbriche sia nei quartieri colpiti dalla devastazione ambientale e sociale.
Questa prospettiva non deve fermarsi alla dimensione aziendale o territoriale. Il caso dell’ex ILVA e dello smantellamento dell’apparato produttivo e dei servizi, delle morti sul lavoro, della lotta contro la guerra sono questioni politiche e di governo. Che gli organismi operai e popolari si coordinino per imporre un proprio governo, un governo di Blocco Popolare che attui le misure per combinare gli interessi dei lavoratori con quelli delle masse popolari tutte, il funzionamento dell’azienda e la tutela della salute e dell’ambiente; per difendere dalle speculazioni finanziarie i servizi pubblici; per porre fine alle politiche guerrafondaie e la corsa al riarmo. Tutto il resto, dalle promesse elettorali alle passerelle istituzionali, è fumo negli occhi.
E quando le promesse elettorali non reggono più, quando il consenso si erode e quando la mobilitazione incalza, la classe dominante ricorre sempre più apertamente alla repressione. Colpire chi organizza, intimidire chi denuncia, isolare chi lotta serve a lanciare un messaggio a tutti i lavoratori e ai militanti: rassegnatevi, piegate la testa, accettate l’ordine delle cose così com’è. È per questo che la repressione si accanisce contro chi rompe il clima di rassegnazione e passività che la borghesia tenta di imporre, contro chi si mobilita e si organizza. Per questo esprimiamo la nostra solidarietà al compagno Andrea De Marchis accusato per “vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate”.
Non dobbiamo permettere che l’ennesima morte sul lavoro e all’ex Ilva di Taranto archiviata come l’ennesimo “incidente” ma che sia motivo in più per rafforzare l’organizzazione degli operai, indipendentemente dalla tessera sindacale, per difendere il posto di lavoro e l’ambiente, per una seria riconversione industriale che ponga fine allo smantellamento produttivo dell’ex Ilva e del suo indotto, per una reale sicurezza sui posti di lavoro.
Non sono i padroni ad essere forti, sono gli operai che devono imparare e far valere la loro forza!
Presidio di Bari del Partito dei Carc

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