L’11 maggio Electrolux ha presentato un piano di smantellamento della sua produzione in Italia. I licenziamenti sono distribuiti su tutti i suoi cinque siti produttivi, ognuno dedicato a un preciso prodotto: a Susegana (TV) si producono frigoriferi, a Porcia (PN) le lavatrici, a Solaro (MI) le lavastoviglie, a Forlì i forni e i piani cottura e infine a Cerreto d’Esi (AN) le cappe aspiranti.
Il numero complessivo di licenziamenti è di 1.719 su 4.542 dipendenti totali. Una riduzione drastica del 40% della forza lavoro e in più la chiusura dello stabilimento situato a Cerreto d’Esi.
Come sempre in questi casi, l’azienda giustifica la sua decisione con gli alti costi dell’energia, la necessità di riorganizzare la produzione, presunte difficoltà a competere sul mercato, ecc.
La realtà dei fatti è quella di una multinazionale che in Italia, solo negli ultimi dieci anni, ha incassato 12 milioni di contributi pubblici volti a sostenere investimenti e occupazione; che, con il sostegno delle politiche di incentivazione dell’Unione Europea, ha già aperto uno stabilimento gemello a quello di Cerreto d’Esi in Polonia, dove il costo della forza lavoro è minore e maggiori sono le agevolazioni fiscali; che, stando alle parole del segretario generale della Fiom di Treviso Moretto, fra il 2020 e il 2024 “ha realizzato oltre 139 milioni di utili netti, di cui 138 distribuiti agli azionisti”; che, dal 2022 a oggi, tramite accordi e uscite volontarie, ha già visto la riduzione di 1.300 lavoratori che, sommati ai nuovi esuberi, porterebbero a una riduzione complessiva del 60% negli ultimi cinque anni.
Solo il 20% di Electrolux è ancora nelle mani della holding Investor AB della famiglia Wallenberg, il resto è detenuto da grandi fondi speculativi. Fra questi, la famigerata BlackRock, ma anche la svedese Amf, che gestisce i fondi pensionistici di molte aziende e sindacati svedesi.
Parliamo di una multinazionale, non di un’azienda medio-piccola. I numeri evidenziano la pretestuosità delle motivazioni aziendali. La realtà è che si cerca una via per accumulare ancora più capitale, delocalizzando la produzione con il beneplacito delle istituzioni della Ue e creando le condizioni per elevare i rendimenti finanziari degli investitori che detengono il capitale della società.
È una via obbligata, alla quale nessun capitalista può sfuggire, tanto più in questa epoca di crisi generale: nessun capitalista può permettersi di guadagnare e basta, deve guadagnare sempre di più, all’infinito, a scapito di tutti i suoi concorrenti, costi quel che costi. Chi non segue questa regola, prima o poi, viene sbaragliato da altri più scaltri e pronti a tutto.
La risposta dei lavoratori in ogni stabilimento è stata decisa e netta: no allo smantellamento e no ai licenziamenti! Ci sono state ovunque azioni di lotta, con scioperi immediati e presidi ai cancelli. Immediato è stato anche il richiamo alla responsabilità e la richiesta di sostegno alle istituzioni, sia locali che nazionali.
Le sollecitazioni hanno portato alla prima convocazione di un tavolo di confronto al Ministero delle imprese e del made in Italy (Mimit), che si è svolto il 25 maggio. Al confronto erano presenti il ministro Urso, i sindacati, i rappresentanti dell’azienda e delle istituzioni delle cinque regioni (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Marche) in cui sono presenti i siti produttivi. Contestualmente, in ogni fabbrica del gruppo si sono svolti scioperi e picchetti ai cancelli, mentre delegazioni di lavoratori sono andate a Roma per animare un presidio all’esterno del ministero.
L’azienda ha presentato il suo piano, che i sindacati hanno respinto all’unanimità. Lo stesso ministro Urso e le istituzioni regionali hanno dovuto bollarlo come irricevibile.
L’esistenza di una joint venture con la cinese Midea per la produzione in Usa alimenta il sospetto che siano in corso manovre per rendere più appetibile dal punto di vista finanziario e più agevole numericamente un eventuale passaggio di proprietà. Oltre alla preoccupazione attuale per le conseguenze sociali immediate del piano, il timore è che esso preluda alla dismissione totale della produzione italiana.
Un nuovo tavolo è stato convocato per il 15 giugno. Il ministro Urso ha detto di “aspettarsi che la proprietà presenti un piano del tutto diverso, che preveda investimenti, rilanci produttivi, tutela dell’occupazione nel nostro paese. E ove ciò fosse, lo accompagneremo con tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione”.
L’ottimismo ostentato da Urso non basta a convincere i lavoratori. In vista del 15 giugno sono state proclamate altre 8 ore di sciopero che verranno gestite a livello territoriale. Il Coordinamento nazionale delle Rsu e delle segreterie della Fiom, riunitosi il 29 maggio, ha inoltre messo in campo l’ipotesi di allargare la mobilitazione con uno sciopero di settore a livello nazionale. Il piano Electrolux non è una ristrutturazione, dice il Coordinamento, ma “una dismissione programmata per spostare volumi e produzioni altrove”.
Il P.Carc dà il suo sostegno incondizionato a qualsiasi forma di lotta i lavoratori decideranno di mettere in campo.
La vertenza Electrolux è un fronte importante nella lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo del nostro paese. La dismissione non deve passare, lo smantellamento non deve essere un’opzione. I posti di lavoro e la produzione vanno difesi con qualsiasi mezzo.



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