Il 9 marzo è stato reso pubblico il decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026 riguardante la riforma degli istituti tecnici e professionali avviata nel 2021 dal governo Draghi, nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza, con l’obiettivo di allinearli alle esigenze del mercato del lavoro.
La riforma, che entrerà in vigore su tutto il territorio nazionale a partire dall’anno scolastico 2026-2027, coinvolge 4.324 istituti e consiste nell’accorciare il percorso di studi a 4 anni, collegandolo direttamente ai bienni di specializzazione degli Its Academy, scuole ad alta specializzazione tecnologica, istituite a partire dal 2010, che formano “super tecnici” pronti a lavorare fin da subito.
Questo modello formativo, definito 4+2, ha suscitato forti critiche da parte dei sindacati, dei docenti e del mondo accademico, in quanto
– riduce la scuola a un mero “mobilificio di manodopera flessibile”, finalizzato a produrre lavoratori pronti all’uso per le aziende locali anziché cittadini consapevoli: si passa dall’educazione, intesa come sviluppo integrale della persona, all’addestramento aziendale;
– porta allo smantellamento di materie come la geografia economica, l’italiano e le lingue straniere che subiscono pesanti tagli orari per fare spazio a laboratori e a ore di indirizzo strettamente professionalizzanti;
– peggiora i ritmi di vita per gli orari insostenibili che prevede in quanto, per comprimere il programma del quinto anno nei primi quattro, le ore complessive vengono “spalmate” determinando rientri pomeridiani quotidiani obbligatori o l’estensione delle lezioni fino al mese di luglio;
– produce la privatizzazione degli organi collegiali in quanto prevede l’ingresso diretto dei rappresentanti delle imprese e dei privati nei comitati tecnico-scientifici delle scuole, trasformando i Consigli d’Istituto in succursali delle Confindustrie locali;
– crea una scuola a due velocità con la nascita di “classi di serie A” (percorsi quinquennali tradizionali) e “classi di serie B” (quadriennali) all’interno dello stesso istituto, spaccando l’unità della comunità scolastica e discriminando gli studenti in base all’estrazione sociale.
I docenti rifiutano di essere “affiancati” in cattedra da manager ed esperti aziendali esterni privi di abilitazione all’insegnamento e di competenze pedagogiche; inoltre credono che eliminare un anno intero di scuola superiore significa dover comprimere i programmi ministeriali e non riuscire a garantire una reale assimilazione dei concetti, trasformando lo studio in un “esamificio” nozionistico e frettoloso.
Anche nel mondo universitario guardano con forte preoccupazione a questo modello. Ritengono che gli studenti non avranno le basi per affrontare i corsi di laurea; inoltre contestano l’equiparazione dei diplomi tecnologici superiori rilasciati dagli Its Academy con le lauree triennali.
Sulla base di queste motivazioni Cobas Scuola e Usb Pubblica Istruzione e Scuola hanno indetto uno sciopero nazionale il 6 e 7 maggio, che nella giornata del 7 ha visto la convergenza di altre sigle sindacali tra cui Flc Cgil, Cub Sur e Sgb.
Ad animare i cortei organizzati in molte città, con presidi davanti ai Provveditorati e agli Uffici scolastici regionali, oltre alle organizzazioni studentesche, c’era la Rete nazionale degli istituti tecnici, una realtà auto organizzata nata in poche settimane attraverso la creazione del gruppo Telegram “Rete nazionale istituti tecnici” e il lancio dell’appello “Contro la riforma dei tecnici” – Invito a una mobilitazione nazionale.
Lo sciopero del 6 e 7 maggio è stato solo un primo passo, la battaglia continua.
Mentre Usb ha già indetto uno sciopero breve degli scrutini consistente nel blocco della prima ora di svolgimento degli scrutini nei primi due giorni previsti dal calendario di ciascun istituto, la Rete ha annunciato ulteriori forme di protesta: dal rifiuto collettivo di adottare i libri di testo per le future prime classi (in molte scuole sta già avvenendo) alle dimissioni di massa dagli incarichi funzionali (vicepresidi, coordinatori, funzioni strumentali), senza escludere azioni eclatanti in vista delle attività di fine anno come scrutini ed esami di maturità.
In molte città stanno nascendo anche comitati di genitori: le famiglie, informate dalla Rete, hanno scoperto che i loro figli frequenteranno percorsi diversi da quelli scelti e stanno promuovendo ricorsi legali per violazione della trasparenza amministrativa.
Sul territorio aretino la mobilitazione è culminata con la consegna di una lettera di protesta formale da parte di un gruppo di genitori direttamente al Ministro dell’Istruzione Valditara, a margine dell’incontro elettorale per le comunali in Piazza Grande ad Arezzo. Il ministro ha assicurato un’attenta lettura, ma in merito alla riforma ha subito precisato: “per il biennio abbiamo già raggiunto un accordo importante con tutti i sindacati (tranne la Cgil) sottoscritto a Roma: non ci saranno tagli d’organico, né tagli di discipline”.
A queste parole di Valditara la Rete ha già risposto con l’appello alla mobilitazione: “Non ci accontentiamo di vaghe promesse fatte dal Ministro ai vertici di alcune organizzazioni sindacali sulla salvaguardia degli organici per il prossimo anno solo per provare tardivamente a placare la montante onda di protesta! Fermare la riforma dei tecnici è possibile, ed è possibile adesso se ci mobilitiamo insieme!”
Si prospetta un fine anno scolastico caldissimo!




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