Il 24 febbraio un lavoratore della società Mov.Ing. Srl, che lavora in appalto nel magazzino di Modena della FedEx, viene licenziato perché dopo diciassette anni di servizio è stato dichiarato parzialmente non idoneo al lavoro per problemi di salute. Il Si Cobas dichiara sciopero immediato con picchetto davanti ai cancelli, a cui aderiscono alcuni lavoratori, e lo stato di agitazione in tutta la provincia. Altri iscritti al Si Cobas di altri aziende e settori si uniscono allo sciopero in solidarietà.
I padroni non cedono e la Prefettura intercede per loro, tentando di persuadere il lavoratore ad accettare una ridicola buonuscita e ad affidarsi a un giudice del lavoro. Come se per un lavoratore senza stipendio sia un’opzione accettabile impelagarsi in un processo costoso, che nella migliore delle ipotesi durerà qualche anno! I tentativi di persuasione falliscono, lo sciopero e il picchetto continuano. A questo punto, alla persuasione subentra la repressione.
Il 27 febbraio la polizia tenta il primo sgombero e attacca i lavoratori in picchetto davanti ai cancelli con calci e pugni, trascinandoli via. Oltre al danno, pure la beffa: la stampa prezzolata e i sindacalisti di regime insorgono in difesa della polizia, attaccando i lavoratori in sciopero e accusandoli di essere una minoranza parassitaria e violenta.
Il 1° marzo viene pubblicata sulla stampa locale una lettera aperta attribuita a fantomatici lavoratori della Mov.Ing., che accuserebbero gli scioperanti perché colpevoli, pensate un po’, di aver provocato la perdita di 350 mila euro di fatturato all’azienda! A quanto pare i padroni sono così abituati a fare e a dire di tutto senza conseguenze da spingerli a pensare che sia credibile che, di fronte al licenziamento illegittimo di un collega, gli operai abbiano come loro preoccupazione principale il fatturato dell’azienda… tanto da scrivere una lettera pubblica.
L’operazione padronale che si nasconde dietro la presunta lettera riceve il sostegno anche di Ferdinando Pulitanò, presidente provinciale e consigliere regionale di Fratelli d’Italia, che l’8 marzo si sente talmente toccato da questa vicenda da sentirsi in dovere di rilanciare affermando, sempre a mezzo stampa, che il danno ammonta addirittura a 560 mila euro!
Questi tentativi di spaccare il corpo operaio non sono certo nuovi. Li abbiamo visti anche nella vertenza Italpizza di Modena o nella vertenza ex-Gkn di Firenze. Il copione è sempre lo stesso: mostrare i lavoratori combattivi come una minoranza violenta e far credere che la maggioranza, fatta di gente brava e onesta, non appoggia le loro iniziative.
L’11 marzo il Si Cobas pubblica un comunicato in cui ricostruisce la vicenda, mettendo in chiaro che la lotta in corso, partita dal licenziamento di un singolo, coinvolge direttamente il diritto alla sicurezza e alla salute di tutti. Un singolo licenziamento di questo tipo spianerebbe la strada al ricatto fra l’esigenza di un reddito e la salute.
Pertanto, l’esenzione parziale dal lavoro è, e deve rimanere, a carico dell’azienda, che è obbligata ad adeguarsi alle condizioni di salute dei lavoratori, organizzandosi di conseguenza. Nello stesso comunicato vengono chiarite altre questioni.
Una, di principio generale, è che non sta scritto da nessuna parte che in un’azienda dove si sciopera per un determinato obiettivo salariale o diritto tutti i lavoratori debbano scioperare, e neanche che lo debba fare la maggioranza. Lo sciopero è legittimo e legale, anche se è un singolo lavoratore a farlo, a patto che ci sia la copertura sindacale. I diritti non sono merce di scambio.
Un’altra questione è specifica di questa singola vertenza, ma di insegnamento anche per altri lavoratori del settore e non solo. Nell’attuale FedEx, prima Tnt, vigevano condizioni di lavoro disumane (mancanza di ferie e permessi, niente Tfr, carichi e turni di lavoro estenuanti) imposte con il sistema delle cooperative, un sistema legalizzato di aggiramento dello Statuto dei lavoratori. Attraverso dure e lunghe lotte sindacali si è arrivati a una condizione dignitosa di lavoro.
In questo contesto il Si Cobas si è conquistato ed è stato per molto tempo la maggioranza sindacale. A questo l’azienda ha risposto con delle manovre ben precise. Il magazzino è stato spezzato in due: la multinazionale ha assunto direttamente i facchini, cioè i lavoratori che gestiscono la movimentazione interna al magazzino, mentre i corrieri, addetti alle consegne sui furgoni, sono stati esternalizzati alla Mov.Ing. Con questa mossa è stata reintrodotta la differenziazione contrattuale e si è divisa la catena di comando. Apparentemente a parità di retribuzione sembra non fare differenza per i lavoratori, ma in realtà l’operazione è funzionale a indebolire la loro coesione, a ostacolare l’organizzazione e fiaccare possibili vertenze.
L’assunzione di nuovi lavoratori non sindacalizzati e formalmente dipendenti di altre aziende ha riportato il Si Cobas in minoranza. Così si è tornati ai carichi di consegne umanamente ingestibili, imposti con minacce di licenziamento e lettere di richiamo.
Da questa ricostruzione emerge bene che il licenziamento di questo lavoratore non è un attacco isolato, ma la tappa di un processo che parte da lontano.
Lo sciopero è durato nove giorni e il picchetto è stato sgomberato tre volte. Il lavoratore ha ricevuto molta solidarietà e lo sciopero si è esteso alle filiali di Bologna, Milano e Parma. Al momento il picchetto è sospeso, ma lo stato di agitazione continua fino a quando non verrà trovata una soluzione.






