A marzo è stato pubblicato un dossier elaborato da People’s Embargo for Palestine, Giovani Palestinesi d’Italia, Palestinian Youth Movement e The Weapon Watch in collaborazione con European Legal Support Center dal titolo Prodotto in Italia per l’industria del genocidio: esportazioni militari ed energetiche per Israele.
Il dossier svela una rete di aziende, enti statali e infrastrutture logistiche italiane che dall’ottobre 2023 hanno inviato a Israele almeno 416 spedizioni di materiale bellico e oltre 224 tonnellate di carburante. Contrariamente alle ripetute rassicurazioni del governo Meloni secondo cui l’Italia aveva sospeso le esportazioni di armamenti verso Israele, queste non sono mai cessate, come denuncia il rapporto.
Chi governa dice di “lavorare per la pace”, ma la realtà descrive un paese profondamente immerso nelle dinamiche di aggressione e partecipazione operativa alla guerra in atto in tutto il Medio Oriente attraverso la disponibilità di basi, armamenti e truppe.
In Sicilia, a Sigonella, è presente uno dei principali hub strategici mondiali per l’impiego di droni americani e della Nato, che ospita diverse tipologie di velivoli a pilotaggio remoto utilizzati per missioni di sorveglianza, intelligence e, in alcuni casi, supporto a operazioni militari.
Tra il 19 e il 20 marzo la stampa di regime è stata costretta a riportare notizie diffuse nei giorni precedenti da giornalisti e siti indipendenti, come Antonio Mazzeo e Itamilradar, che confermano l’operatività e la centralità di questa base area per il monitoraggio e il supporto operativo nell’area del conflitto contro la Repubblica Islamica dell’Iran: è stato riportato il decollo di droni Mq-4C “Triton” e velivoli P-8 Poseidon. Oltre ai droni spia, sono state monitorate frequenti missioni di rifornimento e supporto, inclusi voli Kc-767a e C-130j, verso basi in Arabia Saudita, Dubai e Kuwait.
A Niscemi c’è poi il Muos, sistema satellitare che gestisce le comunicazioni militari consentendo il coordinamento di operazioni navali, missioni di droni e sistemi di comando su scala planetaria.
A Trapani c’è l’aeroporto militare di Birgi, una delle principali basi operative della Nato nel Mediterraneo. Un’altra base aerea operativa si trova ad Aviano, in Friuli. Qui Itamilradar ha tracciato numerosi atterraggi di aerei cisterna statunitensi che riforniscono in volo i caccia F-16 del 31st Fighter Wing, decollati sempre da questa base presumibilmente per raggiungere l’area di conflitto. Ad Aviano è atterrato anche un aereo cargo Lockheed C-5 “Galaxy” che viene impiegato di norma per il trasferimento nei teatri operativi di personale militare, armi, munizioni e perfino di aerei d’attacco.
Così come per la Palestina, l’Italia è pienamente coinvolta anche nell’attacco alla Repubblica Islamica dell’Iran: la concessione delle basi sul territorio nazionale è il pilastro logistico per le operazioni militari statunitensi.
Oltre a tutto ciò, il nostro paese dispone da anni di una presenza operativa delle proprie Forze Armate diffusa, organizzata e costante in diverse aree geografiche strategiche del mondo. In quanto membro dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e della Nato, partecipa a numerose missioni internazionali definite di “stabilizzazione”, “mantenimento della pace” o “addestramento delle forze locali”.
Sono circa 2.500 i militari italiani impiegati attorno all’area del conflitto medio-orientale, distribuiti tra Libano, Iraq, Kuwait e altri paesi del Golfo (vedi reportage della trasmissione televisiva Porta a Porta del 3 marzo).
La presenza più cospicua si trova nella base di Erbil (Campo di Singara) in Iraq, che nella notte tra l’11 e il 12 marzo ha subito un attacco con droni: circa un centinaio di militari sono stati rimpatriati dal Ministero della Difesa italiano che ha definito il ritiro come “temporaneo”, sottolineando che non si tratta di una fuga ma di un “riposizionamento strategico”.
In Kuwait è presente uno schieramento di caccia Eurofighter Typhoon e droni Predator (MQ-9 Reaper) dell’Aeronautica Militare Italiana presso la base aerea di Ali Al Salem, che il 15 marzo è stata colpita da un drone che ha distrutto un velivolo a pilotaggio remoto italiano all’interno di un hangar. In questa base sono presenti circa 300 uomini che dopo i pesanti attacchi iraniani sono asserragliati nei bunker. Di fronte a quest’attacco Tajani ha dichiarato “non ci facciamo intimorire”, ovvero l’Italia non ritirerà le sue truppe e velivoli dalle missioni internazionali. E questo nonostante i rischi!
Anche in Libano, l’Italia conferma il proprio impegno nella missione Unifil. Crosetto è stato categorico: “i nostri militari restano al loro posto”. Si tratta di un contingente di circa 1.300 soldati italiani tra cui spicca la Brigata Sassari coinvolta, il 16 marzo nel sud del Libano, in un lancio di razzi da parte di Hezbollah che ha causato il ferimento di un militare.
In conclusione, mentre la politica ufficiale parla di “missioni di pace”, la realtà operativa mostra che le basi sul suolo italiano e i contingenti all’estero sono pedine fondamentali nei conflitti in corso e l’Italia è parte integrante della macchina bellica statunitense in Medio Oriente!






