Partiamo dalla buona notizia che Guido Lutrario, di Usb, ha annunciato nel corso del convegno “Per un governo che attui la Costituzione” svoltosi a Roma il 19 marzo: il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (Ceds), organo del Consiglio d’Europa, il 13 marzo ha accolto il ricorso presentato dal sindacato nel 2022 sulla legge antisciopero 146/90 in vigore in Italia e sull’operato della Commissione di garanzia dello sciopero nei servizi pubblici essenziali.
Il Comitato Europeo ha decretato che la legge va modificata, in particolare su tre aspetti fondamentali:
1. quando si indice uno sciopero non si può essere obbligati a indicare a priori quando terminerà; la fine di uno sciopero dipende esclusivamente dal corso della vertenza, dai rapporti di forza che portano l’una o l’altra parte a cedere;
2. l’esagerato allargamento della platea dei settori ritenuti essenziali e quindi oggetto di particolari limitazioni;
3. l’eccessivo ricorso alla rarefazione degli scioperi, la distanza temporale imposta fra uno sciopero e l’altro nella medesima vertenza.
È indubbiamente una buona notizia. Vista l’adesione ai trattati europei l’Italia sarebbe tenuta ad adeguare la legge. Usiamo il condizionale perché sappiamo bene che non accadrà, certamente non con questo governo. Nonostante ciò, resta un pronunciamento importante, che potrà produrre i suoi effetti in sede giuridica. Il giudice potrà, infatti, richiamarsi a questa sentenza per tutelare i diritti violati dei lavoratori. Il rovescio della medaglia è che, se ci si limita a questo, l’iniziativa rimane completamente in mano alla borghesia imperialista e alle sue istituzioni.
Nell’articolo “A febbraio ancora precettazioni”, pubblicato su Resistenza n.3/2026, abbiamo scritto che il diritto di sciopero si difende praticandolo e che la sua difesa non può essere confinata alle aule dei tribunali. Solo i lavoratori possono compiutamente difenderlo, organizzandosi, mobilitandosi e dandosi i mezzi per farlo. La sentenza europea può essere di supporto in questa lotta, ma non serviva il pronunciamento del Ceds per sapere che la legge 146/90 è una legge antioperaia, antisindacale, antipopolare, che viola un diritto sancito dalla nostra Costituzione. Questa sentenza non è altro che una conferma, che può e deve essere utilizzata nella lotta per mandare al macero la legge antisciopero. In che modo? Semplicemente praticando il diritto costituzionale a scioperare, attuando quanto è stato decretato dal Ceds.
Alle condizioni attuali non esiste altra via per arrivare a questo risultato. Gli esempi di violazione della legge 146/90 esistono. Ricordiamo i grandi scioperi degli autoferrotranvieri di Milano nel dicembre 2003 per il rinnovo contrattuale, quando per costringere la controparte, refrattaria a trattare, non rispettarono i vincoli imposti.
Più recentemente, abbiamo l’esempio dello sciopero generale del 3 ottobre 2025, indetto congiuntamente dalla Cgil e dal sindacalismo di base, in difesa della Global Sumud Flotilla attaccata dall’esercito sionista. In questo caso i promotori si appellarono a un cavillo contenuto nella legge per la proclamazione dello sciopero senza preavviso, ma hanno comunque violato l’indicazione della Commissione di garanzia, che non ha riconosciuto valide le loro argomentazioni. Sulla base di quanto indicato dalla Commissione antisciopero sono state in seguito comminate le illegittime sanzioni che ora i promotori stanno pagando.
L’esempio dello sciopero del 3 ottobre indica la via maestra per il rinnovamento del movimento sindacale nel nostro paese: assumere un ruolo che abbatte gli steccati del sindacalismo per mobilitare la classe operaia in campo politico (gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre erano squisitamente politici), ricerca dell’unità d’azione dei lavoratori a prescindere dalle tessere e pratica diretta del diritto a scioperare. La legge antisciopero e la Commissione di garanzia, piena di raccomandati e conniventi dei governi di turno, devono essere abolite.
Allo stesso tempo, l’esempio positivo del 3 ottobre mette in luce chiaramente le difficoltà di questa pratica. Come fare fronte alle sanzioni che questo metodo di lotta comporta? Allo stato attuale sia i sindacati confederali che quelli di base, in misura diversa, devono fare i conti con il legame concertativo stretto con le istituzioni governative per la gestione degli affari correnti.
La collaborazione con le imprese e le assicurazioni per garantire il cosiddetto “welfare aziendale”, i mille legami intessuti con le istituzioni per la gestione delle pratiche fiscali con i Caf e la partecipazione agli enti bilaterali: eccolo il succo della concertazione, la cogestione dell’esistente che rende anche la sinistra presente nei sindacati di regime e il sindacalismo di base ricattabili di fronte alla possibilità di subire ritorsioni.
A questo si aggiunge la pratica consolidata di riscuotere i versamenti delle quote per le tessere direttamente dalle buste paga, invece di farlo curando il rapporto diretto con i lavoratori. Le sanzioni illegittime per lo sciopero del 3 ottobre i sindacati le stanno pagando con un meccanismo che dirotta automaticamente i versamenti per le tessere, in barba a qualsiasi velleità di opposizione.
Il rinnovamento del movimento sindacale è innanzitutto legato all’assunzione di un ruolo nel fronte contro le Larghe Intese che stanno smantellando tutti i diritti conquistati. Ma significa anche ricostruzione della massima autonomia possibile, basata sulla forza dell’organizzazione dei lavoratori e sul legame diretto con essi e non sugli spazi di manovra concessi o meno dalla borghesia.
Costruire questo significa concretamente molte cose che possono e devono essere messe all’ordine del giorno se si vuole combattere seriamente la legge antisciopero. Tornare alla riscossione diretta delle quote e istituire casse di resistenza per sostenere economicamente chi sciopera sono misure immediatamente attuabili.
Lo sciopero è un’arma che dobbiamo riconquistare pienamente. Anche questa riconquista sarà un passo avanti nel cambiamento politico necessario al paese.






