Iniziamo parlando degli obiettivi pratici, concreti che perseguite con questa seconda spedizione della Global Sumud Flotilla (GSF).
Questa seconda spedizione, malgrado uno scenario geopolitico evidentemente cambiato e in continua evoluzione, è del tutto in continuità con quella precedente. A Gaza e in Palestina, infatti, nonostante quello che i media cercano di farci credere, nulla è realmente migliorato. Dal momento in cui è stato dichiarato il cosiddetto “cessate il fuoco” sono stati uccisi più di 600 palestinesi nella Striscia di Gaza ed è fondamentale non cadere nella trappola di chi vorrebbe farci accontentare del fatto che oggi, forse, si muore “un po’ meno”. È una logica inaccettabile, anche se i numeri dovessero diminuire, si continua a morire, e soprattutto continua una condizione di assedio, occupazione e violenza sistematica che resta illegale, oltre che evidentemente immorale. Gaza e la Palestina continuano a essere territori sotto occupazione e questo è il punto centrale che non può essere ignorato. Ed ecco perché, come quella dell’anno scorso, anche questa missione non sarà solo umanitaria, ma avrà un significato politico preciso, quello di contribuire a riportare l’attenzione sulla Palestina, a rompere il blocco illegale su Gaza e affermare concretamente il diritto dei palestinesi alla libertà di movimento e all’accesso al mare, oltre che a una vita libera.
La nuova Global Sumud Flotilla sarà un’azione civile coordinata su larga scala, con oltre 100 imbarcazioni e migliaia di partecipanti da più di 100 paesi. Gli obiettivi concreti sono cinque e strettamente intrecciati: contribuire a rompere l’assedio, portare aiuti salvavita, costruire una presenza civile non armata di protezione, sostenere le prime fasi della ricostruzione e denunciare la complicità internazionale. In particolare, la presenza civile non armata è un elemento decisivo: navigheranno con noi persone formate che affiancheranno le comunità palestinesi per documentare violazioni, contribuire alla protezione e rafforzare le capacità locali. Insieme a loro ci saranno anche centinaia di medici e operatori sanitari, educatori, eco-builders che viaggeranno con noi con l’intento di arrivare a Gaza e restare, per contribuire.
Quali sono invece, sia sul piano internazionale che nazionale, gli obiettivi politici?
Sul piano internazionale, la spedizione si inserisce in un contesto di escalation più ampia. Quello che accade a Gaza, infatti, non è un caso isolato, ma è parte di un sistema di dominio imperialista che si sta estendendo e rafforzando, come dimostrano anche gli sviluppi recenti del conflitto nella regione, inclusi gli attacchi contro l’Iran. Queste crisi non sono separate, sono espressioni dello stesso meccanismo: quando questo sistema non incontra limiti né conseguenze, l’escalation diventa inevitabile.Ela nostra missione nasce proprio dal fallimento totale delle istituzioni e dei governi nel fermare il genocidio e nel far rispettare il diritto internazionale. Quando questo accade, la responsabilità passa ai popoli.
Sul piano nazionale, partire con la nuova missione significa, di nuovo, esporre e condannare la complicità del governo italiano e, più in generale, di tutto il sistema politico che sostiene o tollera queste politiche. La spedizione è uno strumento per trasformare la solidarietà in mobilitazione concreta e organizzata e in pressione politica.
Parliamo del lavoro di preparazione… Quali sono state le principali difficoltà?
La preparazione si è basata sull’esperienza della prima spedizione, ma con un lavoro molto più strutturato e più tempo a disposizione rispetto allo scorso anno. Abbiamo rafforzato l’organizzazione interna, costruendo gruppi di lavoro specifici e valorizzando competenze molto forti e diversificate: dalla logistica alla comunicazione, dall’ambito sanitario alla formazione dei partecipanti.
Questo ha permesso di affrontare una missione molto più ampia e complessa, con un livello di coordinamento superiore rispetto alla prima spedizione.
Le difficoltà, però, non mancano. Da un lato c’è la complessità organizzativa di un’iniziativa internazionale di questa portata. Dall’altro, e soprattutto, c’è un contesto politico e mediatico in cui esiste una chiara volontà di oscurare tutto ciò che riguarda la Palestina.
Questo si traduce in silenzio, disinformazione, delegittimazione e ostacoli concreti alle iniziative di solidarietà. A questo si aggiunge un clima repressivo che non aiuta: basti pensare all’arresto di cinque attivisti di Sumud Maghreb avvenuto a Tunisi [a inizio marzo, ndr], proprio mentre eravamo lì per una riunione internazionale in cui si stava consolidando l’alleanza con altre iniziative come la Freedom Flotilla Coalition e Thousand Madleens to Gaza.
Sono segnali chiari di quanto questo tipo di mobilitazione venga percepito come scomodo e, proprio per questo, ostacolato. Per questo la preparazione non è solo un lavoro tecnico, ma anche politico: significa costruire strumenti per rompere questo oscuramento e rendere visibile ciò che sta accadendo. In questo senso, organizzarsi meglio è già parte della lotta.
È corretto dire che le spedizioni della GSF stanno diventando un patrimonio collettivo del movimento popolare?
Sì, ed è uno degli aspetti più importanti. La GSF è una costruzione collettiva che coinvolge realtà diverse: organizzazioni, movimenti, professionisti e singoli individui in tutto il mondo.
Il fatto che partecipino persone da oltre 100 paesi mostra chiaramente che non si tratta di un’iniziativa isolata, ma di un processo politico internazionale.
Anche a livello locale, sempre più realtà la riconoscono come propria: contribuiscono, partecipano, la sostengono. Questo carattere corale è la sua forza e la rende parte di un percorso più ampio di organizzazione e mobilitazione.
Ed è proprio questa dimensione popolare che ha dato origine agli “equipaggi di terra”, che nella precedente spedizione hanno fatto davvero la differenza: nella mobilitazione, nella diffusione delle informazioni, nel sostegno concreto. È un elemento fondamentale, senza il quale la spedizione non avrebbe avuto lo stesso impatto.
È su questa forza collettiva che contiamo anche per questa primavera, perché è lì che si costruisce la continuità e la capacità di incidere davvero.
Avete avuto difficoltà a trovare volontari?
Partecipare richiede una scelta consapevole, disponibilità e responsabilità. Non è una decisione semplice. Detto questo, però, la risposta è stata molto ampia. L’esperienza precedente ha reso più concreta la proposta e ha aiutato a chiarire cosa comporta partecipare.
Quest’anno, ancora più dell’anno scorso, abbiamo cercato di costruire una partecipazione che rappresentasse anche le realtà sociali e popolari dal basso: non solo singoli individui, ma espressioni vive di territori, collettivi, organizzazioni e percorsi di lotta.
La presenza di figure specializzate – come operatori sanitari o membri della missione di protezione civile non armata – dimostra che non si tratta solo di volontariato, ma di un impegno organizzato e qualificato.
Che tipo di messaggio vuoi mandare all’“equipaggio di terra”?
Il messaggio è semplice: questa spedizione è anche e soprattutto vostra.
Chi organizza iniziative, chi diffonde informazioni, chi mobilita, chi sostiene economicamente è parte integrante della missione. Non c’è separazione tra chi parte e chi resta. Oggi siamo in una fase in cui la guerra si allarga e si intensifica. Da Gaza ad altri fronti della regione, vediamo le conseguenze di un sistema che non incontra limiti.
Per questo non possiamo aspettare che siano i governi ad agire. Non lo stanno facendo.
Questa spedizione esiste proprio per questo: perché quando le istituzioni falliscono, sono le persone che devono assumersi la responsabilità di agire.
A chi legge direi: non fermatevi. La solidarietà è una pratica concreta, collettiva e necessaria.
E quando saremo in mare, come l’anno scorso, invadete le piazze e, se necessario, bloccate tutto.






