Il prossimo 8 e 9 marzo le donne delle masse popolari scenderanno in piazza in tutto il paese e sciopereranno, chiamate alla mobilitazione per il decimo anno consecutivo da Non una di meno (Nudm). Dieci anni in cui la data dell’8 marzo ha rotto la narrazione della ricorrenza ed è tornata a essere giornata di lotta. Tre invece gli anni – gli ultimi tre – in cui ancora di più è diventata tappa di una mobilitazione costante delle donne. Per la Palestina, contro la Terza guerra mondiale e i suoi effetti nel nostro paese e ancor più sulla pelle delle donne delle masse popolari.
Così da Roma a Cagliari, in ogni città in cui è presente un nodo di Non una di meno, sono previste manifestazioni, iniziative e scioperi. Ogni iniziativa con sue specificità legate al territorio, ma tutte con un comune nemico e un comune obiettivo.
Al centro delle mobilitazioni la lotta contro la guerra e l’economia di guerra. Contro l’intero sistema che ne è promotore.
La Terza guerra mondiale in corso e la schifosa perversione che si porta appresso non sono deviazioni di questa classe dominante, ma l’unico sbocco che la borghesia imperialista ha per la sua crisi. Questo però non è un destino a cui non possiamo sfuggire. Così come non lo è avere un governo di servi dei criminali Usa e sionisti, un governo che ci trascina mani e piedi nella terza guerra mondiale, un governo di complici e sostenitori di stupratori.
L’appello nazionale di Nudm chiama alla carica, a “organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo”. Imparare a fare quello che ancora non sappiamo fare, trasformare l’opposizione nella costruzione della soluzione, è quello che aggiungiamo noi. Perché da criminali e guerrafondai possiamo e dobbiamo liberarci! Possiamo e dobbiamo cacciarli dal governo del paese e rimpiazzarli!
Rimpiazzarli con un governo che ritiri il suo appoggio alle guerre della Nato, che sottragga l’uso delle basi italiane per esportare ancora morte e sofferenza, che impieghi risorse ed energie a sostenere invece la difesa della sanità e della scuola pubblica, la promozione di lavori sicuri, dignitosi e con parità salariale, la difesa delle donne dalla violenza di genere e dagli abusi sessuali.
Da dove partire? Da quello che di meglio già il nostro paese esprime. Da tutte le realtà che già nel paese lavorano a questo scopo, che ogni giorno resistono e costruiscono l’alternativa.
Da tutti i nodi di Non una di meno che sono disseminati nel paese e che da anni si organizzano, si mobilitano per fermare la violenza di genere e i femminicidi, per costruire la liberazione delle donne delle masse popolari dalla propria oppressione al lavoro, nelle scuole, negli ospedali e consultori, nei quartieri. Dal vasto movimento che nel paese sostiene la resistenza palestinese; che lotta per fermare la guerra, la militarizzazione della società e il riarmo; che si organizza per rompere la sudditanza alla Nato.


Le donne per prime devono organizzarsi in ogni territorio e in ogni posto di lavoro per continuare a costruire questa alternativa e renderla sempre più presente e strutturata.
Esattamente come fanno le insegnanti che si organizzano contro la militarizzazione della scuola e per una didattica fatta di solidarietà ai popoli resistenti, di vera educazione sessuale e affettiva. Che lottano contro la censura e la repressione. Come fanno tutte le lavoratrici della sanità che si organizzano per tenere aperti consultori e farli funzionare davvero, combattendo obiettori di coscienza e speculazioni private. Come tutte le lavoratrici che mettono competenze e energie per la costruzione di centri antiviolenza che davvero sostengano le donne che ne hanno necessità.
Le donne in mobilitazione per prime devono spingere per legarsi strettamente a tutti quelli che nel paese resistono e lottano su ogni fronte, nei porti, nelle aziende, nei territori, negli spazi sociali.
Scendiamo in piazza 8 e 9 e poi ancora il 14 marzo per la manifestazione a Roma promossa da Potere al Popolo, il 22 e 23 marzo per il NO al referendum, il 28 marzo per la manifestazione contro ogni re a Roma, il 4 aprile contro la Nato, il 25 aprile per una nuova liberazione. Proseguendo ed estendendo le mobilitazioni in solidarietà alla Palestina e contro la Nato e le sue guerre in Venezuela, Cuba, Iran.
Non per sfilare nelle piazze, ma per far convergere e concatenare le iniziative. Per agire insieme, creare alleanze e rendere ogni fronte di lotta nodo di una rete che può rendere tutto il paese ingovernabile alla Meloni e ai suoi scagnozzi. Per assestare colpi decisivi a questo governo di fascisti, criminali di guerra e stupratori e cacciarli prima possibile.
Per farne occasioni per costruire l’alternativa tutti insieme. Per unirsi, pensare e progettare insieme il nostro futuro, che costruiamo oggi!
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Appello nazionale di Non una di meno
QUEST’ANNO SARÀ ANCORA SCIOPERO TRANSFEMMINISTA, LUNEDÌ 9 MARZO, E L’8 SARÀ UNA GIORNATA DI LOTTA E MOBILITAZIONE.
Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta.
Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise.
Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco alVenezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo.
L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə.
La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale.
Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre.
La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori.
La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi.
Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta.
Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate.
L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi).
La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi.
Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori.
Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme.
La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte.
Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie.
Oggi, dopo dieci anni, è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere.
Scioperiamo perché senza consenso è stupro.
Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura.
Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite.
Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato.
Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio.
Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro.
Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale.
Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə.
Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate.
Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione.
Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre.
Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra.
LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!





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