Abbiamo intervistato una lavoratrice che ha condotto autonomamente una vertenza per vedersi riconosciuta la parità salariale rispetto ai colleghi maschi.
Il limite di questa esperienza positiva, riconosciuto dalla stessa intervistata, sta nel suo carattere individuale. Nonostante questo, ha il pregio di mostrare una determinazione esemplare e l’importanza di mettere al centro della lotta di genere l’aspetto di classe, la questione dei diritti sociali come base dei diritti civili.
Emerge, inoltre, una prospettiva da cogliere, un’idea su come avviare un dibattito collettivo e arrivare a una pratica più avanzata anche rispetto al valore e al ruolo delle mobilitazioni in occasione dell’8 Marzo.
Spesso si parla di differenze salariali fra uomini e donne. Tu hai condotto una vertenza individuale rispetto a questo, spiegaci come è andata.
Ho notato questa discriminazione grazie al fatto che ho avuto un avanzamento professionale. Ho cominciato a lavorare in officina ventisette anni addietro per poi arrivare al reparto di controllo qualità e successivamente al controllo degli strumenti di misura, che preferivo e dove ho scelto di restare.
Aumentando la mia professionalità ho avuto modo di confrontarmi con i colleghi maschi semplicemente guardando le buste paga e ho notato che c’era una differenza. Con un collega pratico di busta paga ho visto che a parità di anzianità e di mansione c’era una differenza sostanziale dovuta al non riconoscimento dei superminimi individuali assegnati discrezionalmente a ciascuno di noi.
Infatti ho sempre fatto fatica ad aver riconosciuta sia la categoria 5°Super (livello del Ccnl dei metalmeccanici, oggi sostituito dal livello B1, indicante un operaio altamente specializzato, ndr) che il superminimo: questa discriminazione è durata parecchio.
Tra me e i colleghi maschi, gli stessi che hanno iniziato con me in officina e hanno seguito il mio stesso percorso, c’è sempre stata una netta differenza salariale, che si è risolta solo nel 2024, quando ho ottenuto quasi in un unico colpo quello che loro avevano raggiunto nell’arco di circa vent’anni di servizio.
Eri discriminata pur facendo le stesse mansioni?
Sì, la contraddizione che mi ha sempre fatto soffrire era che sono stata formata per una mansione più professionale con corsi molto specifici e impegnativi, ma questo non mi veniva riconosciuto a livello salariale.
All’inizio ero passata in prestito dall’officina alla sala metrologica e lì ho imparato nuove mansioni, però ancora con il contratto da tornitrice: ritiravo la mia busta paga in officina.
Un auditing interno ha notato che io non potevo certificare la taratura degli strumenti con questo inquadramento e così mi hanno regolarizzata, cosa che avrebbe dovuto avvenire automaticamente. Anche i corsi di formazione con tanto di attestato, che mi hanno formata come tecnica specializzata, sono stati riconosciuti solo dopo i miei solleciti, solo grazie alla mia cocciutaggine.
I colleghi e le colleghe non mi hanno sostenuta, ritenevano che mi stessi accanendo in una causa persa. Questa cosa mi ha fatto soffrire, fino a cadere in depressione. Mai avrei pensato di cadere in tale stato, che anche il lavoro potesse ridurti così.
Ho dovuto stringere i denti perché, per la mia condizione di classe, dovevo comunque lavorare, ma allora ci soffrivo perché ho cominciato a viverla come una questione di principio che mi stava facendo soccombere.
Ti sei rivolta ai rappresentanti sindacali?
Per sfogo amicale sì, ma mai con una richiesta di supporto formale da parte loro, perché sono dei burocrati con una scarsa coscienza di classe.
Ho condotto la mia battaglia praticamente da sola. Per i primi “avanzamenti”, dall’officina al controllo qualità, mi sono rivolta al capo delle risorse umane, mentre per quelli successivi ho trattato la cosa con il mio diretto responsabile e con il responsabile del mio reparto.
Ritieni che altre tue colleghe subiscano questa discriminazione?
Sì e credo che se si facesse un’indagine accurata, una statistica di raccolta dati fra quante donne assunte non hanno avuto quel riconoscimento di crescita professionale rispetto agli uomini, la percentuale sarebbe visibile.
Però non ho mai ravvisato in loro l’esigenza di rivendicare il riconoscimento. La vedo come una forma di rassegnazione, presente peraltro anche in alcuni maschi, quelli che magari sono poco integrati nelle dinamiche sociali nel reparto.
Il riconoscimento professionale non è automatico, sono i capireparto che ti propongono per ottenerlo. Lo gestiscono individualmente e quindi il capoturno ha voce sulla sua erogazione. Il mio responsabile e il capo del controllo qualità mi hanno chiesto di non dire ad altri che avevo preso l’aumento… ma io ho fatto festa con i colleghi!
La mia è stata una vertenza individuale, anche se l’intento era di renderla collettiva per ottenere il risultato assieme alle altre donne lavoratrici. L’ideale sarebbe riuscire ad applicare questo riconoscimento in modo sistematico, in modo che fra i lavoratori e le lavoratrici cresca la consapevolezza di un diritto da rivendicare.
Ci avviciniamo all’8 Marzo, che da anni significa anche sciopero per il riconoscimento della parità di genere. In azienda è una scadenza sentita oppure no?
Credo che sia poco sentita. La valutazione per l’adesione allo sciopero è sempre fatta sul piano economico, condizionata dal fatto che in genere i sindacati confederali non lo promuovono. Al contrario, creano sfiducia non contrastando discorsi arretrati sulla supposta particolarità di operai e operaie bergamasche rispetto a quelli di altre località: “le donne operaie hanno l’uomo da accudire, la lavatrice da fare, la casa da gestire”… veicolano un’ottica molto patriarcale.
Per far nascere l’esigenza di scioperare l’8 Marzo bisogna entrare in quelle dinamiche. Le donne sono quasi tutte bergamasche, ma anche alcune straniere promuovono questi ragionamenti.
La Fiom Brembo potrebbe dichiarare sciopero all’interno dell’azienda, aiuterebbe a introdurre il messaggio che si può fare, perché probabilmente non c’è nemmeno questa consapevolezza.


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