La crisi del settore auto, assieme a quella del siderurgico e degli elettrodomestici, ha assunto pienamente la forma di un’emergenza occupazionale e produttiva a livello nazionale.
Capofila di questa situazione è Torino. Parlare di crisi dell’automotive in Italia significa parlare dello smantellamento del gruppo industriale che fu la Fiat, oggi Stellantis, e dei suoi addentellati, in primis l’ex gruppo Iveco ora in mano a Tata Motors.
Il 2 febbraio si è svolto, presso l’Unione Industriali Torino, l’evento “Stellantis Algeria meets Turin companies” in cui l’azienda ha invitato i suoi fornitori a levare le tende da Torino e seguirla in Algeria! Non c’è più neppure il pudore di nascondere i progetti di delocalizzazione, anzi si organizzano eventi per pubblicizzarli, lavandosene apertamente le mani del futuro del paese dopo decenni passati a mungere la vacca degli incentivi statali (si veda l’articolo “Stellantis. Gli Agnelli / Elkann hanno la faccia come il culo” su Resistenza n. 2/2026).
Sempre il 2 febbraio a Mirafiori è terminata la cassa integrazione, ma le annunciate 400 nuove assunzioni legate all’avvio del secondo turno per produrre la 500 ibrida previste per metà febbraio sono ufficialmente slittate a metà marzo. Inoltre il 6 febbraio Stellantis ha annunciato il ritiro dall’elettrico, provocando un crollo in borsa del 25%. Su queste basi è sempre più chiaro che è più il fumo che l’arrosto.
In questo scenario i sindacati di regime hanno organizzato per il 14 febbraio la manifestazione “Innamorati di Torino” coinvolgendo oltre ai lavoratori anche le istituzioni locali, ma l’impressione è quella che provino a chiudere il cancello quando i buoi sono già scappati e pure da tempo.
Infatti il 13 gennaio Trasnova, società che si occupa della logistica negli stabilimenti Stellantis, annuncia il licenziamento collettivo dei suoi 94 dipendenti (di cui 53 nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli), ad appena due anni dal precedente tentativo di chiusura sventato dalla mobilitazione operaia.
Al nuovo annuncio gli operai Trasnova hanno ribadito la volontà di difendere con ogni mezzo il posto di lavoro. L’amministrazione comunale di Pomigliano ha preso pubblicamente posizione in loro sostegno e contro le prospettive di depauperamento produttivo del territorio.
È evidente che lo smantellamento di Stellantis è in fase di accelerazione.
Nella situazione attuale le possibilità sono tre: 1. migliaia di persone rimangono senza lavoro e le fabbriche vuote vengono abbandonate, 2. scatta la proposta-ricatto di accettare la riconversione alla produzione bellica, 3. gli operai pongono le basi per una soluzione che vada nell’interesse loro e delle masse popolari tutte: le istituzioni devono essere epurate dai fantocci al servizio di Confindustria (e dagli altri parassiti che prosperano sulla pelle dei lavoratori) e messe al loro servizio.
La terza possibilità è esattamente quella che perseguono i lavoratori della ex Gkn dal 2021, quando lo stabilimento che lavorava su commissione di Stellantis è stato chiuso da un fondo di investimento straniero.
La vertenza Gkn ha assunto un respiro nazionale e fa da apripista per tutte le altre nel settore automotive. Nella situazione attuale i lavoratori ex Gkn hanno l’opportunità e la necessità di fare il salto che serve: diventare il punto di riferimento di tutti i lavoratori dell’automotive di questo paese.
Sia a Torino che a Napoli gli operai chiedono da tempo alle istituzioni di dare delle risposte. Se a livello nazionale queste possono arrivare solo da un governo che si mette al servizio dei lavoratori e a essi risponde del suo operato, nell’immediato quello che c’è da fare è seguire l’esempio della ex Gkn: contro la delocalizzazione e le chiusure delle aziende occorre dire no alla rassegnazione, cercare soluzioni creative, mantenere l’iniziativa in mano e avere fiducia nelle proprie forze per mettere a contributo tanto i sindacati quanto le istituzioni.
In tal senso l’elaborazione del piano industriale elaborato dagli operai è stato un passo importante, così come il ruolo che hanno progettato di assegnare alle istituzioni; ora l’obiettivo è spingerle a farsene carico.
“La determinazione dei lavoratori e dei solidali ha prodotto un risultato storico: il progetto di reindustrializzazione è pronto a partire. Ma sebbene sulla carta appaia completo da mesi, nella realtà manca ancora l’elemento decisivo per renderlo concreto: la volontà politica dell’amministrazione regionale di stanziare le risorse necessarie e procedere con l’esproprio dello stabilimento. Come si evince dalle parole degli stessi lavoratori, il bilancio di questi cinque anni di lotta e i risultati finora raggiunti dimostrano con chiarezza che quanto realizzato dalle istituzioni e dai rappresentanti politici – dalla legge sulle delocalizzazioni al consorzio – non è frutto di iniziative autonome, né della semplice accoglienza di richieste. È invece il risultato dei rapporti di forza costruiti nel tempo attraverso la mobilitazione.
(…) Una lotta la cui vittoria risulterebbe estremamente importante perché:
– creerebbe un precedente per tutte le altre fabbriche soggette a chiusure e delocalizzazioni, dando slancio e fiducia ai lavoratori che da anni lottano per il posto di lavoro e contro lo smantellamento dell’apparato produttivo della Piana [di Firenze, ndr],
– darebbe uno sbocco concreto alla mobilitazione degli ultimi mesi contro il traffico di armi e la riconversione bellica. Riconvertire uno stabilimento metalmeccanico verso una produzione ecologica e utile alle esigenze delle masse popolari del territorio dimostra che è possibile smarcarsi dal ricatto di restare senza stipendio o contribuire alla devastazione dell’ambiente e alla Terza guerra mondiale. Fermare la guerra e l’economia di guerra significa anche strappare le aziende dalle mani degli affaristi e degli speculatori e metterle a servizio dei territori e della collettività,
– darebbe slancio al coordinamento delle organizzazioni operaie e popolari per fare un passo avanti nell’imporre la nuova governabilità dal basso che serve ai nostri territori, funestati da disastri ambientali, smantellamento di posti di lavoro e diritti, dilagare di lavoro povero e precario, riconversione strisciante alla filiera bellica.
Tutto questo percorso di lotta, organizzazione e coordinamento possiamo imporlo nella pratica dietro la parola d’ordine “nessuna azienda deve chiudere, un lavoro utile e dignitoso per ogni adulto!”: sono parole e pensieri che possono diventare una forza inarrestabile, tanto sono sentite e rappresentano un bisogno concreto e immediato per i lavoratori e le masse popolari.” (dal comunicato della Segreteria Federale Toscana del P.Carc “Assediamo la Regione Toscana per far ripartire Gkn!”, 5 febbraio 2026)
L’esperienza della ex Gkn è un esempio da studiare e replicare con creatività, è un modello non ricalcabile, ma da cui imparare. In particolare, mettere al centro le soluzioni elaborate dai lavoratori organizzati e lottare per imporne l’applicazione da parte dei rappresentanti delle attuali istituzioni è un metodo valido per costringerli al cambiamento. O fanno ciò che indicano i lavoratori e le masse popolari o vanno cacciati.
La spinta di 10, 100, 1000 organizzazioni operaie che operano in maniera similare ai lavoratori ex Gkn è la forza che può imprimere all’intero paese la svolta che serve!


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