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Sul metodo di lavoro. Determinati a realizzare il sogno, ce ne diamo gli strumenti

Teresa Noce by Teresa Noce
Marzo 1, 2026
in Resistenza n. 3/2026
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La campagna nazionale del P.Carc “Costruire i nuovi soviet”

Sono sempre più evidenti le manifestazioni della resistenza che le masse popolari oppongono al corso delle cose imposto dalla classe dominante. Cortei, scioperi e blocchi sempre più diffusi sono solo la punta dell’iceberg, è in corso un sommovimento generale che scalda il cuore e la mente, dimostra che nessuno è davvero solo, accende le speranze.

D’altra parte ci sono anche gli effetti disastrosi del corso delle cose e sono devastanti. Non solo per i popoli, per l’ambiente, per le condizioni di vita e di lavoro, ma anche sul piano emotivo, morale, psicologico.

Il senso di impotenza, l’inquietudine e la frustrazione dilagano. A volte trovano sfogo nelle ribellioni collettive durante le manifestazioni e le azioni militanti – tutte quelle pratiche che la borghesia definisce “illegali” e “contigue al terrorismo” – ma spesso uno sfogo non lo trovano perché, per quanto sia giusto, legittimo e “liberatorio” distruggere e confrontarsi con il nemico, la questione generale e superiore è costruire.

Costruire un nuovo mondo, una nuovo paese, una nuova società. In termini teorici e generali siamo tutti d’accordo, ma come si fa?

Bisogna immaginarlo, quel mondo nuovo, bisogna che quel sogno sia coerente con le condizioni concrete. Bisogna definire la strada e i modi per realizzarlo, bisogna aver chiare le forze principali da mettere in movimento e anche quelle secondarie.

Attenzione! Non è affatto sufficiente sognare il mondo nuovo per liberarsi dall’inquietudine, dalla frustrazione e dal senso di impotenza: la contraddizione fra il sogno del mondo nuovo e la realtà concreta le alimenta, non aiuta a liberarsene. Conosciamo bene il fenomeno perché ne siamo coinvolti.

Nonostante il P.Carc abbia assunto il patrimonio della Carovana del (n)Pci, che ha contribuito a elaborare, nonostante sia ben definito il sogno (fare dell’Italia un nuovo paese socialista guidati dagli insegnamenti della prima ondata della rivoluzione proletaria), sia definita la strada per realizzarlo (imporre un governo di emergenza popolare) e siano ben definite le forze da mettere in moto (gli organismi operai e popolari, le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese), anche fra i nostri compagni e le nostre compagne fanno breccia inquietudine, frustrazione e senso di impotenza di fronte al marasma che dilaga.

Non solo come riflesso della contraddizione fra il sogno per cui lottiamo e gli effetti della crisi generale, ma anche perché, è vero, avanziamo molto più lentamente di quanto la situazione richiede e permette.

Nel corso del tempo ci siamo dati una serie di strumenti per rendere il nostro lavoro più sistematico e scientifico, per avanzare più velocemente. Alla fine del 2025 abbiamo avviato una campagna (“Costruire i nuovi soviet”) che ha per obiettivo proprio l’imparare a usare meglio e con continuità quegli strumenti e curare lo sviluppo dei risultati.

Ne parliamo qui con la consapevolezza che l’inquietudine, la frustrazione e il senso di impotenza non riguardano solo i nostri compagni e le nostre compagne, ma sono diffusi fra tanti di quelli che hanno la falce e il martello nel cuore, fra i lavoratori e i giovani d’avanguardia.

È inevitabile sia così perché quanto più è ambizioso il sogno di costruire un mondo nuovo ed è incalzante la volontà di costruirlo, tanto più pesano le conseguenze del marasma che dilaga e la debolezza del movimento comunista.

Se non fosse già chiaro mettiamo nero su bianco che la campagna “Costruire i nuovi soviet” non ha l’obiettivo di curare l’inquietudine, la frustrazione e il senso di impotenza. Quella è una conseguenza.

L’obiettivo è imparare a curare gli organismi operai e popolari che già esistono affinché assumano nell’Italia del 2026 il ruolo che ebbero i soviet nella Russia del 1917. Curare anche gli embrioni di organismi operai e popolari, a partire dai piccoli gruppi di individui (a volte anche singoli individui) che si pongono di organizzare compagni di lavoro, di scuola, abitanti dello stesso quartiere, ecc.

Insomma, l’obiettivo è imparare a creare le condizioni per vincere.

Strumenti (e criteri)

Fra gli strumenti di cui intendiamo rafforzare l’uso con la campagna ne abbiamo selezionati due. Non escludiamo di tornare in futuro sull’argomento e trattarne altri, ma quelli individuati sono utilizzabili con (relativa) facilità da chiunque sia interessato a dare maggiore organicità all’attività del proprio collettivo di appartenenza.

Sono due degli strumenti su cui si basa (o dovrebbe basarsi) il lavoro ordinario delle Sezioni del P.Carc.

Il Quadro d’insieme. In ogni collettivo c’è l’esigenza di conoscere il contesto in cui si opera. Elementi di inchiesta per capire le caratteristiche del territorio: composizione di classe, esistenza o meno di concentrazioni operaie (quali e quante aziende capitaliste, cosa fanno, quanti dipendenti, ecc.), quali e quante aziende pubbliche e loro attività, quali e quante scuole, quali organizzazioni politiche, sindacali e associative operano già e cosa fanno.

Non si tratta di conoscere tutto, si tratta di conoscere quello che serve per aumentare l’efficacia del lavoro del collettivo.

Si parte in genere dalla conoscenza empirica, ma poi bisogna fare ricerche e raccogliere informazioni.

Man mano che il Quadro d’insieme prende forma e si approfondisce, il collettivo impara a vedere sinergie e concatenazioni fra attività che sembravano slegate.

Man mano che la cura del Quadro d’insieme migliora, il collettivo impara a decidere le sinergie e le concatenazioni da promuovere.

C’è una grossa differenza fra il tenere tutto a mente e il sedersi al tavolo a elaborare un Quadro d’insieme messo nero su bianco perché la memoria e labile, la carta (o, meglio, il file sul PC) no. La memoria è selettiva e opportunista (si ricorda meglio quello che serve in un dato momento), il Quadro d’insieme è una mappa permanente.

Lungi dall’essere un’attività burocratica che appare come “una perdita di tempo” rispetto “alle cose concrete” come la partecipazione a una manifestazione, un volantinaggio o qualunque altra attività pratica, il Quadro d’insieme è la spina dorsale del collettivo, è quello che tiene insieme il sogno che stiamo costruendo con le condizioni materiali, è quello che conferisce concretezza all’attività di chi vuole trasformare il mondo.

Il programma delle attività. È probabile che alcuni lettori storceranno il naso leggendo che una banale programmazione delle attività (per la precisione è mensile) rientra fra i principali strumenti di lavoro di un collettivo rivoluzionario. Ma è probabile ci sia un equivoco su quello che deve essere una programmazione efficace. Ed è tutt’altro che banale.

Partiamo dal semplice. Mettere in fila le attività mensili del lavoro interno – che deve proseguire in qualunque condizione (riunioni, formazione, elaborazione del Quadro d’insieme e degli altri documenti, ecc.) e le attività del lavoro esterno è già un primo passo importante e darlo per scontato è sbagliato.

Basandosi sul senso comune è normale pensare che ogni membro del collettivo sia presente alle attività quando le condizioni lo permettono (lavoro, questioni famigliari e personali, malanni e imprevisti incombono sulla vita di tutti i proletari). Se per certi versi ciò è inevitabile, è anche profondamente sbagliato basare l’attività del collettivo sulla disponibilità dei singoli individui.

Non è il collettivo che si adegua alle esigenze dei singoli (senso comune), ma le esigenze dei singoli che si plasmano attorno alle esigenze del collettivo (concezione comunista del mondo).

La programmazione mensile, dunque, è sempre un ambito di formazione e di lotta fra senso comune e concezione comunista del mondo, è ambito di conquista e trasformazione, è ambito di assunzione di responsabilità. Tutti i mesi.

Chi non ha esperienza di questo ci provi, a programmare la vita interna e le attività esterne del collettivo. Non i prossimi tre giorni, ma le prossime quattro settimane. Riunioni che saltano o sono compresse e non concluse, documenti che non arrivano, impegni non mantenuti.

No, non è (solo o principalmente) inaffidabilità dei nostri, è una lotta per mettere il collettivo davanti all’individuo!

E questo era l’aspetto semplice! Ce ne sono di più complicati, che in definitiva spingono i collettivi a non fare una programmazione mensile delle attività. Per esempio le attività esterne, che vanno definite e andrebbero anche comunicate a simpatizzanti, collaboratori, elementi potenzialmente interessati. O anche propagandate a pioggia, per farle conoscere.

Fissare un volantinaggio di fronte alla tal azienda o alla tale scuola è una responsabilità. È una responsabilità verso il collettivo, verso i referenti di quel volantino (prendersi il tempo per scriverlo bene, organizzare la diffusione, farla), e verso quei soggetti che abbiamo messo a conoscenza dell’attività (“noi ci siamo, venite anche voi”).

Ci sono mille incognite, mille problemi, mille potenziali intoppi che scoraggiano dal definire nel dettaglio la programmazione mensile delle attività esterne. Eppure, per rendere il lavoro del collettivo più efficace, bisogna farlo. Bisogna imparare a farlo. Perché per diventare un punto di riferimento per gli elementi avanzati delle masse popolari è necessario dare alle masse popolari la possibilità di fidarsi.

È anche una questione su cui si gioca una battaglia importante fra l’avere slancio e spirito di iniziativa o soccombere alla sfiducia, all’inquietudine e al senso di impotenza. Vogliamo realizzare un grande sogno e non siamo capaci di programmare le attività di un mese e tener fede alla programmazione?

La questione è che si impara. E anche una cosa apparentemente banale – ma banale non è affatto – come la programmazione mensile è un passo che, compiuto il quale, pone al collettivo nuove esigenze. Nuove difficoltà, cioè nuove opportunità.

Una volta definita la linea l’organizzazione decide tutto.

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Tags: MetodoMovimento comunista
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