E niente. Anche quest’anno nelle cucine di palazzo Chigi l’unica ricetta prevista nel menù voluto dalla premier è il brodo di giuggiole. Gli ingredienti sono più o meno gli stessi dello scorso anno.
Un discorso natalizio in mezzo ai pastorelli e ai valori della nazione italica cristiana e solidale (coi potenti, ricchi e i guerrafondai ovviamente).
Dichiarazioni rilasciate alle riviste di area sulla solidità del paese e la forza del governo. Una rivista internazionale, questa volta il Telegraph, che le fa una sviolinata. E altre piccole aggiunte che alla fine sanno di minestra riscaldata.
Un magro banchetto consumato in diretta televisiva mentre le cucine e l’intero palazzo vanno a fuoco.
Lo si è visto ad Atreju, dove il discorso caciarone e sguaiato della premier ha fatto fuoco e fiamme contro chi in Italia sta alzando la testa per mandarla a casa.
L’ha giurata ai militanti del movimento di solidarietà con la Palestina, ai sindacati che hanno scioperato e mostrato senza mezzi termini che fin quando non ci sarà un’alternativa valida nel paese al governo ci sarà lei.
E farà di tutto perché un’alternativa dal basso, dall’alto, da destra o da sinistra neanche si formi. O almeno ci proverà. Come direbbero dalle sue parti “pora stella”.
Fa fuoco e fiamme ma nel frattempo le si brucia casa. È evidente che anche le rassicurazioni sull’eternità del governo Meloni siano un tentativo di nascondere le difficoltà interne. Le uniche due cose su cui vanno realmente d’accordo Meloni, Salvini e Tajani è il fatto di restare al governo, saltellare contro i comunisti e sguinzagliare la rappresaglia repressiva contro chi ha promosso e partecipato alle mobilitazioni dei mesi scorsi.
Sul come governare e quali misure mettere in campo è però un “parlamento inglese”. La magra finanziaria, i tagli alle pensioni, i soldati e i costi del riarmo sono stati solo l’ultimo capitolo di questa lotta interna che logora il governo.
Ma fosse solo questo. È evidente che le piazzate di Atreju sono un segno di difficoltà.
Nel 2025 c’è stato il record di mobilitazioni popolari (tra manifestazioni autorizzate e non autorizzate) sia per numero che per partecipanti come non si vedeva da decenni.
Il tanto sventolato “ordine pubblico” è stato stravolto dalla mobilitazione popolare, dagli scioperi, dai blocchi dei porti, delle autostrade, delle stazioni e degli aeroporti. Dal 25 aprile al 4 ottobre è stato un crescendo.
L’alternativa dal basso nel paese c’è eccome. Deve solo prendere bene la mira e porsi l’obiettivo giusto: cacciare il governo Meloni e imporre un governo espressione del movimento operaio e popolare. Click. Bum!
Ora aspettiamo l’ecumenico Mattarella che nel suo discorso di fine anno “alla nazione”, al caldo del Quirinale, con la pancia piena, il giubbotto antiproiettile e le granate sotto la scrivania ci parlerà di pace, diritti e solidarietà.
Anche da lui una minestra riscaldata e ormai rancida. Nient’altro possono offrire Mattarella, Meloni, Salvini, Tajani, Schlein e i suoi compari.
Per i lavoratori e le masse popolari del nostro paese il discorso di fine anno può riassumersi in un’unica parola: cacciamoli!
Il 2025 è finito. Il futuro è appena cominciato.
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