A più di un anno dalla scadenza del contratto nazionale (Ccnl) dei metalmeccanici nel giugno 2024, il 22 novembre è stata firmata una ipotesi di accordo. Questa firma arriva dopo 40 ore di scioperi.
Per quanto riguarda la Fiom, l’avvio delle trattative era avvenuto a seguito di alcune interlocuzioni con il sindacato statunitense del settore auto United Automobile Workers (Uaw). Nel corso del 2023 i lavoratori Usa sono stati protagonisti di una vertenza vittoriosa, ottenendo aumenti salariali del 25% più altri benefit con forme di lotta radicali, ma sostenibili. Gli scioperi a oltranza messi in campo per piegare la resistenza padronale furono sostenuti da una cassa di resistenza che ha garantito il mantenimento del livello di lotta fino a ottenere risultati soddisfacenti.
In quel periodo, esponenti nazionali Fiom (tra questi lo stesso segretario generale De Palma) si sono recati negli Usa a sostegno della lotta in corso e il segretario del sindacato Uaw partecipò in collegamento a un’assemblea nazionale della Fiom nel settembre 2023 (fonte: Il Fatto Quotidiano 11.10.2023 “Delegazione della Fiom Cgil vola negli Usa per portare solidarietà ai lavoratori dell’auto in sciopero”). Questo ha alimentato in molti iscritti Fiom la speranza che per il rinnovo del prossimo contratto si intendesse cominciare a rompere con il cappio delle relazioni industriali, tutte a favore delle imprese, per puntare più in alto.
Le richieste sindacali non hanno dato seguito a questa speranza.
I punti principali su cui i vertici sindacali hanno insistito nel chiamare alla lotta i lavoratori sono state:
– aumento di 280€ (lordi) a regime per tre anni di contratto,
– avvio di un percorso di riduzione dell’orario a parità di salario,
– incremento dei poteri d’intervento dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls).
L’ipotesi di accordo firmata prevede un aumento di 205€ su quattro anni invece di tre e non si fa cenno a riduzioni di orario o al rafforzamento del ruolo degli Rls. Le opposizioni sindacali interne alla Fiom e quelle rappresentate dal mondo dei sindacati di base sottolineano giustamente che gli obiettivi posti come principali non sono stati raggiunti.
A Genova l’assemblea generale della Fiom ha approvato un ordine del giorno (con 58 voti a favore e un solo contrario) che boccia l’accordo, denunciando in particolare l’aumento della durata contrattuale, che va a incidere sul valore dell’adeguamento salariale, e il passo indietro sull’orario di lavoro; due giorni di permessi retribuiti che finora erano gestiti dal singolo lavoratore vengono ora gestiti dalle imprese imprese per le loro esigenze di fermate collettive. L’assemblea generale lo definisce senza mezzi termini “l’accordo della rassegnazione”. Questo è un primo segnale che mostra che la base degli iscritti Fiom è in fermento.
Nei mesi di gennaio e febbraio 2026 si svolgeranno le assemblee nelle fabbriche per votare l’ipotesi di accordo.
L’area di opposizione interna alla Cgil, “Le giornate di marzo”, sta lavorando a una campagna per votare e far votare “no”. Al contrario, l’apparato di Fiom, Fim e Uilm punterà a far passare ancora una volta la narrazione del “miglior contratto possibile stante le condizioni attuali”.
Ma è veramente così? In realtà, l’andamento della lotta per il Ccnl dimostra che si poteva conquistare un accordo migliore, impostando un livello di mobilitazione adeguato. Lo sottolinea il documento approvato dai metalmeccanici genovesi, che parla di “un accordo che testimonia la paura, avuta da Fim, Fiom e Uilm nazionali, a richiamare alla lotta le lavoratrici e i lavoratori dopo gli scioperi, riusciti, del giugno 2025”.
40 ore di scioperi partecipati dimostrano che non è mai venuta meno la disponibilità alla lotta da parte dei lavoratori e delle lavoratrici. Raffreddare la vertenza è stato il limite che ha portato a questo risultato. Ma anche l’opposizione interna ha la sua dose di responsabilità in questo immobilismo, causato dall’ossequioso rispetto del “bon ton” nelle relazioni sindacali.
Quando a giugno 2025 i metalmeccanici emiliani hanno occupato la tangenziale di Bologna, il governo è intervenuto di corsa per indurre i padroni a riaprire il tavolo delle trattative a cui rifiutavano di sedersi!
L’ipotesi di contratto va respinta. Per avere un contratto migliore vanno adottati i criteri, i principi e i metodi di lotta sperimentati come efficaci dal movimento in solidarietà al popolo palestinese. In particolare, va contrastato il tentativo dei sindacati di fare un passo indietro rispetto al ruolo politico assunto con lo sciopero unitario in solidarietà con la Palestina e contro il genocidio: anche la questione del salario è una questione politica.
A proposito della questione politica: lo sciopero è un diritto! Quando si arretra, il nemico attacca. Dopo i passi indietro sull’unità sindacale e sul carattere politico delle mobilitazioni è arrivata la rappresaglia e la Commissione di Garanzia ha decretato che lo sciopero del 3 ottobre era illegittimo.
Lo sciopero era legittimo! Bisogna fare anche delle mobilitazioni per il diritto di sciopero il campo da cui rilanciare l’unità dei lavoratori nella lotta per abbattere il governo antipopolare di Meloni e soci!






