
Il 19 dicembre si è svolta al tribunale dell’Aquila quella che avrebbe dovuto essere l’ultima udienza del processo contro Anan, Ali e Mansour, accusati di terrorismo dalle autorità italiane su mandato di quelle israeliane.
L’udienza si è invece conclusa con il rinvio della sentenza al 16 gennaio. Il processo in corso ai tre partigiani palestinesi non è un episodio isolato, ma si inserisce nel quadro dell’articolato attacco che il governo Meloni sta conducendo contro il movimento in solidarietà al popolo palestinese e alla sua Resistenza.
Il 24 novembre Mohamed Shahin, imam della moschea di San Salvario (Torino), è stato sottoposto a un mandato di espulsione emanato dal ministro Piantedosi.
Prelevato a casa dalla polizia, è stato trasferito prima al Cpr di Corso Brunelleschi e poi in quello di Caltanissetta, in Sicilia. Dopo settimane di partecipate mobilitazioni in suo sostegno, il 16 dicembre il Tribunale di Torino ha accolto il ricorso contro la sua detenzione e Shahin è stato liberato.
Il 18 dicembre il governo ha letteralmente “mandato un esercito” per sgombrare il centro sociale Askatasuna, a Torino. Lo sgombero è stato accompagnato da perquisizioni domiciliari a carico di alcuni attivisti e dalle dichiarazioni di soddisfazione di più ministri, da Piantedosi a Tajani, a dimostrazione di quanto l’operazione repressiva fosse fortemente voluta dal governo Meloni. Una rappresaglia a fronte delle diverse iniziative di lotta del movimento torinese in solidarietà al popolo palestinese, tra cui la protesta contro La Stampa in occasione dello sciopero generale del 28 novembre.
A metà dicembre, a Bergamo, trentasette attivisti della Rete Bergamo per la Palestina sono stati multati per il blocco dei binari ferroviari durante lo sciopero del 3 ottobre.
A Milano, il 20 novembre, durante la partita di basket Olimpia Milano-Hapoel Tel Aviv, dieci attivisti di Global Movement To Gaza hanno esposto dagli spalti uno striscione raffigurante la bandiera palestinese e sono stati multati (da 200 a 500 euro). Stesso trattamento, identificazione e multa, per Luca Paladini, consigliere regionale, che aveva esposto una bandiera palestinese durante la stessa partita.
Il 15 dicembre, a Ravenna, trentadue persone sono state denunciate per il blocco del terminal dei container del porto durante lo sciopero del 28 novembre. Se prima dell’approvazione del decreto sicurezza per casi simili era prevista una sanzione amministrativa, da 1.000 a 4.000 euro, il governo Meloni ha trasformato il blocco stradale in reato penale e “se a commetterlo sono più persone” sono previste pene fino a due anni di carcere.
A inizio dicembre la Sardegna è stata interessata da una dispiegata operazione repressiva denominata “Maistrali”, diretta dalla Direzione distrettuale antiterrorismo di Cagliari. Trentasei attivisti di diverse organizzazioni popolari sarde sono nel mirino per le mobilitazioni antimilitariste e anticarcerarie che si sono tenute fra il 2020 e il maggio 2025. Contro di loro accuse di imbrattamento di edifici pubblici, resistenza durante le manifestazioni, costruzione di bombe carta, danneggiamenti, contestazioni a banchetti politici, ma per dieci anche l’accusa di associazione con finalità di terrorismo.
A Catania il 1° dicembre quattro attivisti per la Palestina hanno ricevuto l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria per aver forzato il blocco della polizia schierata a difesa del porto durante lo sciopero generale del 22 settembre.
L’elenco dei procedimenti e delle iniziative repressive delle scorse settimane che abbiamo riportato non è esaustivo e, tra l’altro, la repressione non è fatta solo di denunce e procedimenti giudiziari.
Il 13 dicembre il Ministro dell’istruzione, Giuseppe Valditara, ha ordinato ispezioni ministeriali in alcune scuole toscane come risposta alle iniziative, incontri online, che le scuole avevano organizzato con Francesca Albanese fra il 4 e il 10 dicembre. Singolare, ma neanche troppo, che le motivazioni di tali intimidazioni siano state ispirate dalla vocazione democratica del governo Meloni. Non si tratterebbe di intimidazioni, infatti, ma di accertamenti tesi a provare che “pur nel rispetto dell’autonomia scolastica, le modalità con cui è stato organizzato l’incontro siano state svolte nel rispetto della salvaguardia dell’equilibrio formativo e dell’imparzialità” …
Il 18 dicembre è arrivata anche la sanzione del Garante sugli scioperi alle organizzazioni sindacali che hanno proclamato lo sciopero unitario del 3 ottobre.
Il Garante ha “valutato negativamente l’iniziativa sindacale e ha deciso di irrogare sanzioni economiche: 20 mila euro ciascuno a Cgil e Usb, 10 mila euro ai sindacati minori che avevano aderito alla proclamazione, tra cui Cub, Sgb, Cobas, Cib Unicobas e Cobas Sardegna”. (…) “Lo sciopero non poteva beneficiare delle deroghe all’obbligo di preavviso previste dall’articolo 2, comma 7, della legge 146 del 1990. Tali eccezioni sono limitate ai casi di difesa dell’ordine costituzionale o di protesta per gravi eventi lesivi dell’incolumità e della sicurezza dei lavoratori, condizioni che nel caso della Flotilla non risultano presenti”.
Si profila, dunque, con chiarezza la postura del governo e dei suoi lacchè: nessun genocidio in Palestina, nessuna motivazione valida alla base delle proteste e delle mobilitazioni, pugno di ferro contro chi ha manifestato e, soprattutto, contro tutti coloro che hanno contribuito a sviluppare e rendere più efficaci i metodi di lotta.
È un tentativo di normalizzazione del genocidio in corso in Palestina e di criminalizzazione di tutti quelli che non ci stanno. Se questa condotta può sembrare ad alcuni una manifestazione di forza del governo, è al contrario una manifestazione di debolezza, una specie di crisi isterica da impotenza.
Il movimento in solidarietà con il popolo palestinese ha ingaggiato uno scontro diretto contro il governo e il governo è andato in crisi. È stato messo con le spalle al muro e ha vacillato e, perlomeno per due settimane, ha perso la direzione del paese.
La repressione che arriva in queste settimane è la reazione di una bestia ferita che mostra agli organismi operai e popolari, alle organizzazioni politiche e sindacali del fronte anti Larghe Intese gli artigli perché colpita nel suo punto debole: la mobilitazione dispiegata delle masse popolari.
La sfida adesso è far confluire la lotta contro la repressione nella più generale mobilitazione delle masse popolari, farne un ingrediente per alimentare disobbedienza e ribellione organizzate.







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