Le mobilitazioni che nei mesi scorsi hanno bloccato il paese contro il genocidio in Palestina e l’escalation bellica hanno messo all’angolo il governo Meloni. Hanno mostrato la sua complicità con i criminali sionisti, la sua natura guerrafondaia ma soprattutto hanno messo in luce la sua debolezza e l’incapacità di contenere la ribellione dei lavoratori e del resto delle masse popolari che si sono riversati nelle piazze, occupando stazioni, scuole e strade.
Le mobilitazioni dell’ultimo periodo hanno unito collettivi di lavoratori, studenti e organizzazioni solidali con la Palestina, sindacati di base e Cgil, mobilitando milioni di persone in tutto il paese. Hanno prodotto un’unità che ha mostrato in embrione la capacità di sottrarre il paese alla spirale di guerra e affermare un diverso corso delle cose. Prospettiva che il governo Meloni deve scongiurare.
La reazione del governo Meloni è stata quindi l’aumento della repressione, in particolare verso alcuni esponenti dei principali organismi che hanno animato questo movimento. Il governo attacca così politicamente i promotori delle mobilitazioni e tenta di fiaccare l’attivismo di migliaia di persone che oltre ad essersi mobilitate in solidarietà con la resistenza palestinese e contro la complicità del governo Meloni hanno sperimentato nuove forme di lotta anche a difesa dei posti di lavoro.
È delle ultime ore la notizia dell’arresto di nove persone, fra cui Mohammad Hannoun, accusate di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo”, il famigerato art. 270bis del C.P. proveniente dal codice fascista Rocco, per aver finanziato “un’organizzazione terroristica”, Hamas, con i proventi raccolti per iniziative umanitarie.
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Prima di loro, l’attacco repressivo aveva colpito Anan Yaeesh, l’attivista palestinese residente in Italia arrestato il 26 gennaio 2024 su mandato delle autorità israeliane che ne avevano richiesto l’estradizione. Grazie all’ampio e diffuso movimento di solidarietà e alla campagna che si è sviluppata in tutta Italia, la Corte d’Appello de L’Aquila ha fatto decadere i motivi per la carcerazione di Anan, ma questo non è bastato a mettere un punto all’accanimento politico e giudiziario nei confronti suoi e di altri attivisti palestinesi. Le autorità del nostro paese hanno infatti avviato un’indagine italiana per “associazione con finalità di terrorismo internazionale” la cui sentenza, prevista per il 19 dicembre, è stata rimandata al 16 gennaio 2026.
Il 24 novembre, l’imam Mohamed Shahin della moschea di San Salvario a Torino è stato prelevato in casa sua dalla polizia ed è stato inizialmente trasferito al CPR cittadino di Corso Brunelleschi e poi in quello di Caltanissetta, colpevole di essersi schierato al fianco del popolo palestinese in lotta contro occupazione e genocidio sionisti, rivendicando la legittimità della sua Resistenza e la controffensiva palestinese del 7 ottobre 2023. Lo scorso 16 dicembre però Shahin è stato liberato, grazie anche al movimento di solidarietà che si è attivato da subito.
Ad essere colpiti oltre al movimento di solidarietà con la Palestina anche altri fronti di lotta che si stanno sviluppando. Un esempio è il licenziamento di Michele Madonna, operaio della ex Jabil di Marcianise (CE), oggi TMA, e dirigente dell’USB avvenuto lo scorso 24 novembre a seguito di alcune dichiarazioni che ha rilasciato. Michele infatti ha criticato la cessione dello stabilimento di Marcianise e dei suoi 406 dipendenti, già superstiti di precedenti spacchettamenti, dalla multinazionale statunitense Jabil alla piccola TMA. Un’operazione che anche una sindacalista della Fiom aveva così descritto: “È come voler far entrare un sottomarino in una scatoletta di tonno”.
A carico del nostro compagno Andrea De Marchis invece è stata aperta un’indagine presso il Tribunale di Lanciano per il reato di “vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate. Accusa che nasce da un comizio del 24 luglio 2023 davanti a quello stesso Tribunale, durante una manifestazione in solidarietà con Lino Parra. In quell’occasione, Andrea denunciava l’assurdità di processare chi si oppone agli omicidi sul lavoro, mentre i responsabili rimangono impuniti o escono indenni dai procedimenti giudiziari. Per aver denunciato verità tanto elementari il nostro compagno sarà citato a giudizio il prossimo 13 gennaio 2026, sempre a Lanciano, dove si terrà l’udienza pre-dibattimentale che deciderà dell’istruzione o meno di un processo per il reato di vilipendio.
Ancora giovedì 18 dicembre è cominciato lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino come risposta alle azioni di lotta in solidarietà alla resistenza Palestinese davanti ai cancelli della Leonardo e all’assalto alla sede dei pennivendoli de La Stampa. Sabato 20 dicembre, migliaia persone si sono mobilitate con la parola d’ordine “Trasformare Torino in una nuova Val di Susa” per difendere quello spazio comune dalla repressione che il governo vuol far passare per tutela della sicurezza pubblica.
Tutti attacchi che sono collegati tra loro perché collegate sono nei fatti le motivazioni e gli obiettivi che muovono le organizzazioni di cui sono esponenti. Ma se a unirli oggettivamente è la loro natura, la reazione alla repressione può e deve unirli più coscientemente e risolutamente. Questa la risposta più efficace a chi tenta di impedire la saldatura dell’unità e la mobilitazione compatta verso un obiettivo comune.
L’obiettivo di cacciare il governo Meloni e di costruire un fronte unito che lo sostituisca con un governo che cancelli le denunce, i daspo e le multe contro chi oggi lotta al fianco della resistenza palestinese e a difesa del diritto a un lavoro utile e dignitoso, per una scuola e una sanità pubblica. Un governo che riassegni gli spazi sgomberati alle masse popolari per continuare a farne centro di aggregazione politica e sana socialità. Un governo che individui e cacci tutti gli agenti che al suo interno sono ostili alla pace e agli interessi delle masse popolari. Quelli che oggi occupano i posti di potere, si rendono complici dei crimini contro l’umanità e alimentano la spirale della Terza guerra mondiale.
È questo lo sbocco politico a cui il movimento popolare e tutti quelli che la repressione l’hanno subita in prima persona, ma anche sindacalisti, sinceri democratici e amministratori locali devono puntare. E possono farlo promuovendo in maniera unitaria iniziative, presidi, tende contro la repressione in ogni città e quartiere; promuovendo appelli ai compagni e alle compagne che sono stati denunciati o multati per le mobilitazioni dei mesi scorsi a mettersi in contatto con le organizzazioni attive sul loro territorio per essere sostenuti e per mettere in campo campagne di solidarietà e lotta; promuovendo appelli congiunti ad avvocati e legali affinché si mettano a disposizione e promuovendo la cassa di resistenza a sostegno delle spese legali.
Il prossimo periodo sarà ricco di iniziative e mobilitazioni in cui far valere la solidarietà reciproca, a cui aderire e partecipare allargando quanto più possibile la rete solidale. Nel prossimo periodo si svolgeranno sicuramente iniziative in solidarietà dei nove arresti accusati di aver finanziato un’associazione terroristica, ci saranno presidi e iniziative in occasione dell’udienza di Anan del prossimo 16 gennaio, iniziative in solidarietà di Andrea De Marchis (in aggiornamento su questo sito) e mobilitazioni per Askatasuna, per cui i solidali hanno preannunciato un anno di lotta.
La resistenza alla repressione, la lotta contro la repressione, la solidarietà di classe e l’unità d’azione sono, in questa fase, un ambito decisivo della lotta per cacciare il governo Meloni e per alimentare l’organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari. Per passare dalla difesa all’attacco e cambiare tutto davvero!





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