Lo scorso 22 luglio Giorgia Meloni ha annunciato a mezzo stampa il “nuovo piano carceri” in base al quale, attraverso opere già in cantiere, dovrebbero essere liberati 10.000 posti e creati altri 5.000 che a detta sua, andrebbero a risolvere il problema del sovraffollamento entro il 2027.
Il piano del governo consiste nel costruire nuovi istituti penitenziari e nell’ampiamento di quelli esistenti. Si propone di snellire le procedure di scarcerazione anticipata, mentre per i detenuti con problemi di tossicodipendenza da alcol e stupefacenti, a cui rimane da scontare non più di 8 anni di pena o 4 in caso di reati con “pericolosità sociale”, il governo ha approvato un ddl che prevede la detenzione in strutture socio-sanitarie.
Le associazioni di tutela dei diritti dei detenuti sono immediatamente insorte perché a fronte di un tasso di sovraffollamento medio che supera il 130%, arrivando in alcuni istituti penitenziari fino al 200%, misure emergenziali come il “nuovo piano carceri” sperimentate in passato, che hanno messo al centro l’edilizia, sono finite nel nulla.
Inoltre l’esistenza di strutture socio-sanitarie, spesso già sature, destinate ad accogliere detenuti tossicodipendenti ha fatto scattare la paura che nei piani del governo ci sia quello di scaricare il problema su istituti privati, come avviene coi Centri di permanenza e rimpatrio. Oltre a questi timori c’è anche il fatto che il Ministro della giustizia Nordio sembra aver già appaltato ai magistrati la responsabilità di concedere la liberazione anticipata ordinaria, al commissario straordinario gli avveniristici progetti di nuove carceri senza personale e chissà a chi il trasferimento in comunità di tossicodipendenti che non riescono ad andarci.
Il 4 luglio 2024 il governo emanava il decreto Carceri (D.l. n.92, conv. l. n. 112 dell’8 agosto 2024), ribattezzato “Carcere sicuro” (per stare semanticamente a distanza da qualunque idea di “svuota carceri”).
Cosa prevedeva?
Riassumendo: l’assunzione di mille agenti di polizia penitenziaria; la nomina di un commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria (Marco Doglio) con il compito di recuperare spazi nelle caserme e nei cortili e installare container prefabbricati; una semplificazione delle norme sulla liberazione anticipata; l’idea di un Albo delle comunità per ospitare detenuti con dipendenze e per alcuni tipi di reati minori; l’aumento delle telefonate per i detenuti; l’indurimento del 41 bis.
Nordio allora diceva: “Il decreto Carcere sicuro è un intervento vasto e strutturale che – senza indulgenze gratuite e segnali di sciatteria – affronta in maniera organica il problema e avrà un impatto sul numero di reclusi che non sarà insignificante. Già a settembre vedremo dei risultati”.
Mai arrivati.
Attualmente in Italia sono 190 gli istituti penitenziari esistenti, per un totale di 51.300 posti disponibili. Tuttavia, i detenuti presenti, al 30 giugno 2025 sono a 62.728. Tra le emergenze del sistema carcerario del paese inoltre c’è anche quello dei suicidi in carcere. Nel 2024 ne sono stati registrati 91, il dato peggiore di sempre secondo i dati di Ristretti Orizzonti, mentre in questi mesi di 2025, se ne sarebbero già verificati 44.
Dall’insediamento del governo, i detenuti sono aumentati a un ritmo di 6,5 al giorno mentre i posti regolamentari solo di uno ogni otto giorni (solo 126 posti in più).
Ma anche se si realizzassero i 15.000 nuovi posti da qui al 2027, come promesso dal governo Meloni, quei posti non basterebbero, perché già oggi c’è un sovraffollamento di 16 mila detenuti e con la pletora di reati introdotti con Dl sicurezza, approvato lo scorso 4 giugno, nei prossimi tre anni la previsione è di circa 7000 detenuti da stoccare.
Il governo Meloni dunque da un lato inasprisce la repressione contro il movimento di resistenza del nostro paese, composto dagli organismi che si mobilitano contro la guerra e in solidarietà con la Resistenza del popolo palestinese, dai lavoratori che scioperano contro il traffico di armi e per il rinnovo del Ccnl e che comprende anche i detenuti nelle carceri che lottano per ottenere migliori condizioni detentive e di vita.
Dall’altro acclama misure straordinarie per fronteggiare un’emergenza che non ha la volontà politica di risolvere. Misure con cui il governo Meloni cerca solo di mostrare all’opinione pubblica che sta lavorando per mettere mano al problema delle carceri che invece fa solo finta di risolvere.
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La lotta per porre fine al problema del sovraffollamento nelle carceri, delle condizioni inumane dei detenuti e dei suicidi in cella, è strettamente legata a quella contro il Dl sicurezza e la repressione del governo Meloni.
Mobilitarsi per risolvere i mille problemi del sistema carcerario del paese vuol dire quindi mettere in campo qualsiasi azione diretta a violare apertamente il Dl sicurezza dentro gli istituti penitenziari, come hanno fatto i detenuti delle carceri di Terni, Spoleto, Brissogne (AO), Arghillà (RC), Castrogno (TE), il 16 giugno i reclusi hanno dato il via a rivolte e proteste, prendendo di mira telecamere, porte, impianti elettrici e incendiando intere sezioni. Alcuni si sono rifiutati di rientrare nelle loro celle e hanno fatto esplodere bombolette di gas. Per sostenere queste rivolte e mobilitazioni è importante che il movimento di lotta contro le politiche securitarie del governo Meloni organizzi striscionate davanti alle carceri, invii cartoline e lettere di sostegno e di spinta alla disobbedienza e alla rivolta nelle strutture penitenziarie.
Ma vuol dire violarlo anche fuori come hanno fatto gli operai ex Whirlpool/Beko di Siena che il 5 giugno hanno bloccato il passaggio dei bilici alla fabbrica dopo un grave infortunio. I lavoratori del Si Cobas licenziati da Temi magazzini GLS di Napoli che, in occasione dello sciopero generale del 20 giugno, hanno organizzato un picchetto fuori dai cancelli dell’azienda ignorando l’inasprimento delle pene e il ricatto del permesso di soggiorno per i lavoratori stranieri. Lo stesso giorno a Bologna il corteo dei metalmeccanici della Fiom in sciopero per il CCNL ha deviato dal percorso autorizzato. In 10.000 sono entranti in tangenziale bloccando il traffico rispedendo al mittente l’aggravamento delle pene previsto dal DL Sicurezza per il blocco stradale. Lo ha fatto in grande stile il Movimento No Tav con la marcia del 26 luglio ha invaso i cantieri della Torino-Lione e lanciato forte e chiaro il segnale: “è legittimo tutto quello che è nell’interesse delle masse popolari, anche se è illegale”.
Tutte queste mobilitazioni dimostrano già come la repressione del governo Meloni possa diventare un problema di ordine pubblico nelle carceri, nelle aziende, nelle scuole. Ora si tratta di alimentarla, estenderla e sostenerla fino a rendere inapplicabile il Dl sicurezza e rendere ingestibile il paese al governo Meloni.
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