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Per un bilancio degli scioperi di maggio e l’unità sindacale

Agenzia Stampa Staffetta Rossa by Agenzia Stampa Staffetta Rossa
Giugno 3, 2026
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Partiamo da un principio. Il movimento sindacale del nostro paese – in particolare i sindacati di classe, di base e la sinistra CGIL – per incidere nell’attuale situazione politica non deve limitarsi a fare il sindacato e a promuovere lotte rivendicative, ma assumere l’iniziativa politica e mobilitare i lavoratori per la cacciata del governo Meloni. Questo l’obiettivo primario per fermare guerra, economia di guerra e dare sbocco a ogni giusta lotta.

Farlo vuol dire da un lato promuovere la massima unità di classe attraverso una stabile unità d’azione tra sindacati di base e sinistra della Cgil, dall’altro promuovere iniziative di lotta, scioperi e mobilitazioni radicali che rendano il paese ingovernabile al governo Meloni. Come ha fatto ad esempio il movimento blocchiamo tutto o lo sciopero generale del 3 ottobre 2025.

Si tratta, quindi, di smettere di chiedere al governo di adottare questa o quella misura (dato che misure favorevoli ai lavoratori questo governo non le adotterà mai), di superare lo spirito autoreferenziale e concorrenziale tra i sindacati e iniziare ad agire insieme per alimentare la lotta per la cacciata del governo Meloni attraverso la promozione congiunta di mille azioni di base, scioperi e blocchi. Il mese di maggio appena concluso ha offerto più di un’occasione per avanzare su questa strada. Ma com’è andata?

Diverse sono state le mobilitazioni nazionali e due gli scioperi generali. Lo sciopero dei lavoratori dei porti indetto dall’Usb e quello delle scuole promosso da Usb, Cub, Cobas, Sgb e Si Cobas per il 7 maggio; la manifestazione nazionale del 16 maggio a Milano indetta da una parte sindacati di base e dalle organizzazioni palestinesi in occasione della commemorazione della Nakba del 1948; lo sciopero generale del 18 maggio in solidarietà alla Flotilla e la manifestazione nazionale del 23 maggio contro guerra e carovita promossi dall’Usb; lo sciopero proclamato da Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas e Usi Cit di base per il 29 maggio contro la guerra.

Un fitto calendario di mobilitazioni che non hanno espresso la forza necessaria ad alimentare e rafforzare la mobilitazione per imporre al governo guerrafondaio della Meloni di andare a casa.

I due scioperi generali del 18 e del 29 maggio in particolare sono stati un fallimento in termini di adesione e combattività. Questo perché chi li ha promossi non si è dato i mezzi per costruire rapporti di forza reali e far valere il ruolo che la classe operaia aveva assunto lo scorso autunno nel movimento del blocchiamo tutto. L’obiettivo di cacciare il governo Meloni o non c’era o era riportato come slogan per politicizzare le piattaforme ma non è stato praticato in termini di lotta, combattività, blocchi e azioni radicali.

Sono prevalse le tendenze a scimmiottare le “passeggiate” della CGIL – ad eccezione del Si Cobas che ha messo in campo blocchi e iniziative di lotta in diverse zone – e a mettere al centro la propria “area” politico-sindacale e il proprio sciopero anziché lavorare giorno dopo giorno alla costruzione dell’unità d’azione. Questo ha danneggiato l’unità di classe e non è riuscito a dare una seria spallata al governo Meloni portando a termine il lavoro iniziato in autunno.

Dopo le grandi mobilitazioni di settembre e ottobre, infatti, i sindacati hanno ripreso i loro riti ordinari, fatti di petizioni e rivendicazioni economiche a governo e padroni. Questo ha voluto dire per i vertici sindacali rimettere al centro settarismi e interessi di bottega e di conseguenza perdere di vista gli interessi di classe.

Qualcuno ha cominciato ad aspettare le elezioni del 2027 per regolare i conti con il governo Meloni. Altri hanno invece abbandonato la questione del governo del paese, come se quelle mobilitazioni non avessero indicato chiaramente l’esigenza di cambiarne indirizzo politico.

Si tratta di tendenze arretrate che a partire da ogni posto di lavoro, ogni assemblea sindacale e ogni occasione pubblica o interna bisogna contrastare e di cui gli attuali dirigenti del movimento sindacale devono rendere conto. Ne va della forza del movimento operaio. Ne va dell’esito della lotta in corso per cacciare il governo nemico dei lavoratori del nostro paese. Ne va della lotta per dare al nostro paese un governo che attui la Costituzione del ’48 anziché l’infame paccottiglia riportata nell’agenda Draghi.

In questa lotta abbiamo perso delle occasioni ma la battaglia è tutta in corso. I lavoratori e le lavoratrici iscritti a ognuna di queste organizzazioni sindacali  possono elevare la combattività di tutto il movimento popolare che oggi è attivo contro il coinvolgimento del nostro paese nella Terza guerra mondiale e che si oppone al sistema politico delle Larghe intese. Una forza composta anche dagli iscritti alla Cgil come agli altri sindacati confederali o dai non iscritti ai sindacati.

Sono i gruppi e gli organismi di lavoratori nati su spinta delle mobilitazioni d’autunno – come quelle dei lavoratori   contro la militarizzazione di scuole e università, quelli dei porti, della logistica, della sanità, comprese quelle dei lavoratori delle aziende belliche – che devono tornare a praticare l’unità dal basso.

É già avvenuto lo scorso 3 ottobre quando su spinta degli iscritti e delle iscritte di tutte le sigle sindacali lo sciopero è stato davvero generale e unitario sotto la bandiera della solidarietà con la resistenza palestinese, quindi attorno ad un obiettivo politico chiaro, comune e che rispondeva alle esigenze concrete delle masse popolari.

È stato infatti su impulso dei loro iscritti che i sindacati di base e la Cgil sono tutti confluiti in una data comune per lo sciopero!

Leggi anche È l’intenzione che decide. Non c’è niente da chiedere al governo Meloni. Va solo cacciato

I gruppi di lavoratori e lavoratrici, quelli iscritti ai sindacali di base e alla Cgil devono tornare a riprendere in mano l’iniziativa. Devono tornare a promuovere unità dentro ai propri posti di lavoro organizzando assemblee e iniziative aperte a tutti i lavoratori in cui discutere dei motivi che hanno portato al fallimento degli scioperi generali del 18 e del 29 maggio.

In cui discutere di come ricostruire l’unità sindacale dal basso che lo scorso autunno ha portato in piazza migliaia di persone facendo vacillare il governo Meloni.

In cui discutere degli obiettivi che il movimento dei lavoratori organizzati deve perseguire per rompere la collaborazione del nostro paese con la guerra a fianco degli Usa e dei sionisti e cominciare a riconquistare migliori condizioni di vita e di lavoro: cacciare il governo Meloni e sostituirla subito con un governo che attua la Costituzione!

«Le masse popolari hanno dimostrato di saper rendere un paese ingovernabile dal basso e costringere pezzi di Larghe intese a scegliere se seguirli o capitolare. Hanno dimostrato di avere le capacità di attivare esperti, studiosi, ricercatori, giuristi e intellettuali per elaborare proposte di gestione del paese alternative. Hanno dimostrato di poter bloccare un paese.
Ora il paese bisogna bloccarlo fino a far cadere il governo. Bisogna bloccarlo fino a che Mattarella non dia l’incarico di formare un nuovo governo su spinta del movimento popolare a Francesca Albanese o qualsiasi altro esponente autorevole ed espressione di questo movimento. Un governo di emergenza popolare che abbia il mandato del movimento popolare per governare e applicare finalmente la Costituzione del 1948.
Altro che aspettare le elezioni e perdersi nell’attendismo, nella concorrenza tra sindacati e organizzazioni o nella paura della repressione, bisogna agire subito. Questo è il miglior modo per rivoltare contro il governo Meloni ogni attacco repressivo. Questa è la via necessaria e urgente da imboccare oggi, su cui ragionare collettivamente, su cui muoversi collettivamente. L’unica via in grado di sbarrare la strada alla Terza guerra mondiale». Da Le chat di Fratelli d’Italia e l’uso dell’antisemitismo selettivo 

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