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È l’intenzione che decide. Non c’è niente da chiedere al governo Meloni. Va solo cacciato

Teresa Noce by Teresa Noce
Maggio 2, 2026
in Resistenza n. 5/2026
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Il governo Meloni galleggia e imbarca acqua. Il Pd e le forze del campo largo fanno di tutto per tenerlo a galla anziché affondarlo.

Se in questo paese esiste un’opposizione politica degna di questo nome essa è fuori dai palazzi, è il movimento popolare e sono gli organismi che lo promuovono. Per quanto ancora diviso, contraddittorio e disordinato è la sola forza oggettivamente accomunata dall’obiettivo di affondare il governo.

Tuttavia il movimento popolare è ancora politicamente influenzato dalle concezioni del Pd e dei suoi cespugli di sinistra. E questo comporta alcune cose.

Comporta che nei suoi promotori prevale la sfiducia di riuscire ad affondare il governo Meloni senza una “sponda politica” che li sostiene (il sostegno del Pd e dei suoi cespugli di sinistra).

Comporta che nel movimento popolare si fa strada la convinzione che il governo Meloni può essere cacciato solo con le prossime elezioni.

Comporta la rassegnazione al fatto che, affondato il governo Meloni, il governo che lo sostituirà sarà formato dal Pd e dai suoi cespugli di sinistra e di destra. E poiché il Pd ha lo stesso programma del governo Meloni, la rassegnazione di passare dalla padella alla brace prenderà rapidamente il posto dell’entusiasmo per essersi liberati dal governo dei nostalgici del Ventennio.

In ragione dell’influenza politica del Pd e dei suoi cespugli di sinistra, il movimento popolare è frenato, la sua reale forza non si dispiega e gli organismi che lo promuovono sono inibiti dall’assumere fino in fondo e coscientemente il ruolo e la responsabilità che oggettivamente già hanno.

Le conseguenze di ciò si sono manifestate in due casi eclatanti.

Lo scorso autunno, con le mobilitazioni del “blocchiamo tutto” di settembre e ottobre, il movimento popolare ha fatto vacillare il governo. Non lo ha fatto cadere perché il movimento è andato calando proprio nel momento in cui avrebbe dovuto compiere un passo per aprirsi uno sbocco politico e svilupparsi.

Dopo che le manifestazioni hanno iniziato a essere meno partecipate e il numero di iniziative di rottura ha iniziato a diminuire, ma solo dopo, il governo Meloni ha scatenato la rappresaglia repressiva. In altri termini: l’ondata di mobilitazione dello scorso ottobre non è stata piegata dalla repressione, si è affievolita perché non ha trovato uno sbocco politico. Appuntiamo qui una domanda: chi avrebbe potuto dare uno sbocco politico unitario a quel movimento?

A fine marzo il referendum costituzionale sulla giustizia ha posto due enormi problemi al governo Meloni, problemi che ancora una volta lo hanno fatto vacillare: l’affluenza (la maggioranza della popolazione è andata a votare) e il risultato (la maggioranza della popolazione ha votato NO).

È stata un’onda anomala che avrebbe potuto rovesciare la barca del governo, se solo qualcuno avesse preso l’iniziativa di portare quel NO nelle strade e nelle piazze e si fosse assunto la responsabilità di farlo valere a oltranza fino alla cacciata del governo. Appuntiamo qui una seconda una domanda: cosa ha impedito che ciò avvenisse?

In pochi mesi due “occasioni d’oro” per far naufragare il governo. Occasioni perse che gli opportunisti e i rassegnati portano come argomento per rafforzare l’influenza del Pd e dei suoi cespugli di sinistra nel movimento popolare.

Due occasioni che spingono noi – e devono spingere la parte d’avanguardia degli organismi operai e popolari – a concludere che bisogna preparare e prepararsi per la terza.

Quando la marea della mobilitazione popolare sale si presenta sempre la situazione in cui qualcuno cerca di smontarla o incanalarla nel movimento di opinione in funzione delle elezioni, mentre qualcun altro cerca di estenderla, farla salire di tono e indirizzarla verso il suo naturale sbocco politico.

Per la combinazione di vari fattori, fra cui spicca la seconda missione della Global Sumud Flotilla, le settimane di maggio, queste settimane, sono il contesto di una nuova nuova ondata di mobilitazioni.

Non importa se saranno fin da subito ampie e radicali come quelle dello scorso autunno: se le mobilitazioni di questa primavera saranno la terza occasione mancata per cacciare il governo Meloni o saranno l’occasione che va a buon fine non deve dipendere dal Pd e dai suoi cespugli di sinistra e neppure da chi, nel movimento popolare, ripropone l’obiettivo di aspettare le elezioni. Dipenderà dalle forze del movimento comunista, da quelle che animano il fronte anti Larghe Intese e dalla parte di avanguardia degli organismi operai e popolari.

Deve succedere quello che gli organismi operai e popolari faranno succedere.

Ciò che gli organismi operai e popolari dicono e fanno è e sarà l’aspetto decisivo. Perché centinaia di migliaia di persone, probabilmente milioni di persone, cercano un orientamento, una linea di condotta, un’indicazione sul che fare per liberarsi ADESSO del governo Meloni. Cercano quello che il Pd e i suoi cespugli non vogliono e non sono in grado di dare.

Quello che si dice e quello che si fa

Le parole d’ordine che gli organismi operai e popolari decidono di usare e gli obiettivi che indicano sono determinanti ai fini dell’orientamento del movimento popolare e anche ai fini dei risultati concreti.

Chiedere le dimissioni a Giorgia Meloni o indicare ai lavoratori, agli studenti e alle masse popolari di mobilitarsi a oltranza fino a cacciare il governo Meloni sono due cose diverse.

Chiedere che i governi assumano e mettano in pratica le rivendicazioni del movimento popolare è cosa ben diversa dal sostenere che il movimento popolare deve continuare a mobilitarsi fino a imporre un governo che sia piena espressione delle sue rivendicazioni.

Le indicazioni sui metodi e le forme di lotta sono ugualmente importanti.

Raccomandarsi e assicurarsi che la mobilitazione segua le prescrizioni e rispetti le leggi, le procedure e le consuetudini è diverso dal promuovere e adottare la linea che tutte le forme e i metodi di lotta sono legittimi, anche se illegali (senza contare che quanto più un metodo di lotta è diffuso tanto più è difficile per le autorità trattarlo come “illegale”).

Il governo Meloni ha già messo fuori legge tutta una serie di metodi di lotta usati tradizionalmente dal movimento operaio e popolare e ha persino intaccato il diritto di libertà di parola e di manifestazione del pensiero (vedi introduzione del reato di “terrorismo della parola”). Chi si attesta sulla posizione di rispettare la legge dei nostalgici del Ventennio si lega le mani e si pone alla mercè del nemico.

Promuovere manifestazioni di pura denuncia contro il governo Meloni, contro il suo sostegno al genocidio in Palestina e la sua sottomissione agli imperialisti Usa, ai sionisti e alla Ue va bene, ma è diverso dal programmare iniziative sinergiche e concatenate per trasformare la contrarietà al governo in iniziative di rottura. Rottura del flusso delle merci e delle persone, rottura delle consuetudini, rottura di una pace sociale che non esiste, se non nella diversione dalla realtà promossa dalla propaganda di regime.

Iniziativa politica

Abbiamo lasciato in sospeso due domande. Chi poteva dare uno sbocco politico alle mobilitazioni dello scorso autunno? Cosa ha impedito che l’onda anomala del referendum di marzo rovesciasse il governo Meloni? Ovviamente le risposte sono legate fra loro.

Il Pd e i suoi cespugli non potevano dare uno sbocco politico alle mobilitazioni dello scorso autunno perché sono parte integrante e attiva del sistema che ha portato a questa situazione. E uno sbocco politico positivo non possono darlo nemmeno ora: se al posto del governo Meloni fosse in carica un governo del Pd, la situazione generale sarebbe identica.

Il campo largo non poteva farlo, a partire dal fatto che campo largo è solo un’etichetta la cui funzione si limita a costruire (sperare di costruire) una maggioranza parlamentare per permettere a un altro governo di diverso colore di portare avanti lo stesso programma di quello attuale.

I sindacati di regime, in particolare la Cgil, non potevano farlo, perché sono legati mani e piedi al campo largo.

Le uniche forze di opposizione che potevano dare uno sbocco politico alle mobilitazioni dello scorso autunno erano il movimento popolare e le forze anti Larghe Intese, che di quelle mobilitazioni sono stati i protagonisti. Più precisamente quegli organismi operai e popolari e quelle forze politiche, sindacali e sociali che si sono assunti la responsabilità di accendere la scintilla e incendiare la prateria.

Ma non lo hanno fatto, né lo scorso autunno né a marzo, perché pur essendo stati capaci di accendere la scintilla, pur essendo stati più autorevoli delle istituzioni borghesi e pur avendo alimentato la mobilitazione che ha fatto vacillare il governo, NON si sono concepiti come i promotori dell’iniziativa politica necessaria per cambiare il governo del paese.

Un passo avanti

L’influenza politica che il Pd continua ad avere nel movimento popolare non è una manifestazione dell’adesione degli organismi operai e popolari alla sua linea.

La gran parte degli organismi operai e popolari è composta e diretta da persone che hanno sperimentato direttamente, anche sul piano elettorale, che i due poli delle Larghe Intese sono del tutto simili e perseguono lo stesso programma. Sono contro il governo Meloni, ma non sostengono affatto la prospettiva di un governo del Pd.

L’influenza che il Pd continua ad avere nel movimento popolare nasce soprattutto dalla difficoltà a vedere nitidamente un’alternativa possibile alle Larghe Intese.

Fateci caso: in tanti parlano di alternativa, ma quasi nessuno entra nel merito di cosa sia, di cosa bisogna fare per costruirla. Sembra che cada dal cielo. Ma il fatalismo è deleterio.

Bisogna fare un passo avanti. E gli esempi da cui partire non mancano.

Gli insegnanti già attivi e mobilitati sono in grado di progettare il funzionamento della scuola – dai programmi alle assunzioni, fino a tutto ciò che serve per una scuola che funziona – molto meglio di Valditara, che nessuno capisce quale sia il titolo e il merito per cui è Ministro dell’istruzione.

Devono essere gli insegnanti già attivi e mobilitati a concepirsi come coloro che rinnovano la scuola e a promuovere la mobilitazione necessaria affinché i loro progetti trovino attuazione. Progetti che né Valditara né qualsiasi altro ministro nominato per portare a compimento la distruzione della scuola pubblica potranno mai realizzare.

I ferrovieri già attivi e mobilitati sono senza dubbio in grado di progettare il funzionamento del trasporto ferroviario molto meglio di Salvini, il Ministro dei ritardi e dei disastri ferroviari.

Stesso discorso vale per i lavoratori della sanità, per i portuali, per gli operai delle aziende che vengono chiuse e delocalizzate (su questo gli operai della ex Gkn fanno scuola), vale per gli organismi del movimento ambientalista, per gli studenti, le donne, gli immigrati.

Vale per tutti. E per tutti la marea della mobilitazione che sale è occasione per far convergere in un’unica direzione tutti i progetti, i piani, le soluzioni che sono andati elaborando nel tempo.

L’alternativa al programma comune delle Larghe Intese è il programma degli organismi operai e popolari.

L’alternativa ai governi delle Larghe Intese è il governo che gli organismi operai e popolari riescono a imporre.

Non quello che vorrebbero o quello che chiedono (a chi?), ma quello che riescono a imporre con la mobilitazione che rende ingovernabile il paese tanto a lungo da costringere il governo Meloni alle dimissioni e in modo tanto radicale da indurre Mattarella e soci a conferire l’incarico di governo a persone indicate “dalle piazze”, cioè dagli organismi operai e popolari.

L’obiettivo deve essere imporre un governo che attua i progetti e i programmi degli organismi operai e popolari, cioè che realizza le principali rivendicazioni dando loro forza di legge, facendo piazza pulita della nebbia che aleggia attorno alla parola alternativa e conferisce concretezza a TUTTI i discorsi sulla necessità dell’alternativa.

A qualcuno non piace che usiamo il termine imporre. Imporre un governo di emergenza popolare. Ma non c’è un altro termine che spiega altrettanto efficacemente il processo.

Il nemico impone alle masse popolari condizioni di vita indegne, leggi insostenibili, censura e discriminazioni. Impone di sostenere la Terza guerra mondiale, di compartecipare in silenzio al genocidio del popolo palestinese, di fare i sacrifici necessari per sostenere lo sforzo bellico. Se non le rovesciamo le Larghe Intese imporranno anche di intrupparsi e combatterla in prima persona, la guerra.

Non esiste margine di dialogo, non esiste possibilità di conciliazione: o si impone l’alternativa o si subisce il corso imposto dal nemico.

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Tags: Politica
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