La notte del 29 aprile le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono state attaccate in acque internazionali, all’altezza di Creta, dalla marina israeliana. Nel momento in cui scriviamo 211 membri dell’equipaggio sono stati rapiti e saranno portati nelle carceri israeliane. Non possiamo ovviamente dire quali saranno gli sviluppi.
Nelle ore immediatamente successive, solo in Italia, sono state convocate più di sessanta piazze. Il movimento in solidarietà al popolo palestinese, l’“equipaggio di terra” della Flotilla, torna nelle strade con la stessa parola d’ordine dello scorso autunno: bloccare tutto. Ma le condizioni di queste settimane sono diverse rispetto a quelle di allora.
In linea generale sono più favorevoli, ma alcune contingenze che possono ostacolare la mobilitazione vanno considerate.
La Flotilla gode oggi di una copertura mediatica molto inferiore, sulle barche sono presenti più esponenti del movimento operaio e popolare rispetto allo scorso autunno (e questo è un bene), ma nessun parlamentare o “esponente in vista” della società civile. L’attacco alle imbarcazioni, inoltre, è avvenuto in un momento per certi versi inaspettato, ben lontano dal limite delle coste palestinesi assediate.
Questi elementi possono determinare la situazione per cui la mobilitazione dell’equipaggio di terra si sviluppi in modo differente dall’esplosione popolare del 22 settembre scorso.
Inoltre, lo scorso autunno non era ancora stato approvato il decreto sicurezza che prevede pesanti sanzioni per “manifestazione non autorizzata”, da febbraio invece è legge. La paura della repressione può essere un deterrente allo sviluppo della mobilitazione.
Vale nel concreto, nella pratica, quanto diciamo nell’articolo principale (“È l’intenzione che decide”): tutto dipende dagli organismi operai e popolari, dalle organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese, dai movimenti, dai comunisti.
Nessuno si lasci demoralizzare dalle eventuali difficoltà. Bisogna attrezzarsi e organizzarsi per durare. Serve una mobilitazione prolungata che, se non “esplode da sola”, va alimentata, coltivata, sostenuta attraverso iniziative specifiche da combinare con le manifestazioni e i momenti di piazza.
Serve chiamare, coinvolgere e mobilitare i lavoratori. Pertanto, andiamo davanti alle aziende.
Serve chiamare, coinvolgere e mobilitare gli studenti. Pertanto, andiamo davanti alle scuole.
Serve prepararsi per far crescere lentamente la mobilitazione. Anche se lentamente, la mobilitazione deve crescere.
Il nocciolo della questione è che l’equipaggio di terra deve diventare punto di riferimento per tutti quelli che hanno nel cuore la causa del popolo palestinese e nella testa la cacciata dei complici e dei sostenitori dei nazi-sionisti di Israele che sono al governo in Italia.
E la repressione? Ci proveranno. Proveranno a spaventare, perseguire, punire, multare, schedare, criminalizzare, manganellare. Ma la repressione che ha colpito i partecipanti alle mobilitazioni dello scorso autunno è iniziata solo quando il movimento ha iniziato a rallentare. Finché le piazze, grandi e piccole, sono state all’attacco, le autorità giudiziarie e le forze dell’ordine si sono ben guardate dal colpire in modo dispiegato. Questo perché la repressione non è mai un freno efficace per la mobilitazione che esonda: di fronte a una tale mobilitazione, la repressione è come benzina sul fuoco.
Far montare la marea della mobilitazione ANCHE se inizialmente in modo diverso rispetto a come era avvenuto lo scorso autunno.
Attrezzarsi mentalmente e materialmente per durare.
Includere, coinvolgere, liberare forze, aprire percorsi di partecipazione. In particolare per la classe operaia.
Non temere la repressione. Non temere la repressione. Non temere la repressione.
Fra le tante cose possibili, concretamente ce ne è una sola da fare: bloccare tutto fino a cacciare il governo Meloni e sbarrare la strada a tutti i complici e sostenitori dei sionisti che si annidano nelle Larghe Intese del nostro paese.






