Il movimento contro la guerra e in solidarietà alla Palestina si sta estendendo nel paese. Nelle ultime settimane manifestazioni, sit-in, presidi e iniziative si sono moltiplicate e hanno attraversato tantissime città. Tra queste stanno crescendo anche mozioni popolari in solidarietà alla Palestina che organismi e coordinamenti contro la guerra stanno presentando alle istituzioni locali, incalzandoli a prendere posizione ufficiale.
A Napoli lo scorso 2 luglio il Consiglio Comunale, in una seduta monotematica, ha approvato la mozione che chiedeva l’interruzione di ogni forma di collaborazione con enti e istituzioni israeliane legate all’attuale governo di Tel Aviv presentata da consiglieri AVS a seguito di decine di mobilitazioni e presidi organizzati nelle ultime settimane dalla Rete Napoli per la Palestina. A Milano è stato il Municipio 5 ad approvare una mozione solidale con la Palestina presentata dal coordinamento contro la guerra locale. Mozione che impegna il municipio a fare quanto in suo potere per interrompere accordi economici, politici, militari e di ricerca che sostengano il genocidio in corso.
In molte città si sono viste lenzuola bianche appese a palazzi istituzionali, alcuni comuni che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina – tra questi Firenze, Torino, Cosenza e molti piccoli comuni – e la Regione Puglia e Emilia Romagna hanno dichiarato la sospensione degli accordi con lo Stato d’Israele.

Ma una volta che le istituzioni hanno preso pubblicamente posizione, come dare seguito concreto a queste iniziative?
Il sindaco di Napoli Manfredi, ad esempio, dopo l’approvazione della mozione in Consiglio comunale ha avuto la faccia tosta di dichiarare “non capisco cosa voglia dire interrompere rapporti con Israele”. Sono infatti le organizzazioni che in ogni città si stanno mobilitando contro la militarizzazione, contro la guerra e in solidarietà alla Palestina a sapere cosa poter fare concretamente. E diversi sono gli ambiti attraverso cui possono portare le amministrazioni locali su un terreno di misure concrete:
- Ci sono già esempi di delibere e mozioni approvate da far adottare ai municipi, ai Consigli comunali o alle Regioni. Nel 2015 l’allora sindaco di Napoli De Magistris – sotto incalzo dei comitati locali – approvò una delibera che faceva del porto di Napoli area denuclearizzata, in cui quindi il passaggio o lo stazionamento di navi con armi atomiche non doveva essere autorizzato. Replicabile per fare solo un esempio con il divieto di sorvolo nei comuni contigui a Sigonella, per boicottare l’addestramento di piloti F-35 che avverrà all’interno della base.
Del 2021 è invece l’approvazione da parte del Consiglio Comunale di Livorno della mozione per l’obiezione di coscienza presentata dal Calp e da Usb e proprio in queste settimane il Gap (Gruppo autonomo portuali) di Livorno sta promuovendo la proposta di un emendamento alla legge sull’obiezione di coscienza. Una legge che deve essere fatta applicare localmente per tutelare tutti i lavoratori che non vogliono prendere parte alle manovre di guerra.
In ultimo, il coordinamento Enti territoriali per la Palestina ha messo a disposizione degli eletti tutti i riferimenti normativi che mostrano il ruolo che gli enti locali sono chiamati ad assumere per l’applicazione del diritto internazionale – quindi per la rottura di rapporti con Israele – e alcuni strumenti da presentare nelle rispettive istanze. - Municipi, Comuni e Regioni devono essere portati a negare il patrocinio e a non partecipare a iniziative organizzate da sionisti o da forze complici al genocidio in corso in Palestina. Possono essere incalzati a negare proprio il permesso di svolgimento di simili iniziative o a negare la concessione di spazi pubblici per motivi di ordine pubblico.
- Possono essere portati ad aderire alla campagna di boicottaggio BDS. Un esempio è quanto fatto dal Comune di Sesto Fiorentino, che ha aderito al boicottaggio togliendo dalle farmacie prodotti che provengono o sono legati a Israele. Oltre a questo, sindaci e presidenti di municipio devono essere incalzati per dare massima visibilità e sostegno alla campagna BDS, attraverso apposita cartellonistica che segnali le aziende complici del genocidio e facendo in modo che la lista delle aziende complici arrivi nelle case di ogni cittadino.
Di più, si deve imporre che i primi cittadini diano tutto il loro sostegno ai lavoratori di queste aziende affinché scioperino e mettano in campo iniziative finalizzate a interrompere il sostegno al genocidio. Devono dare copertura legale a ogni lavoratore, fare in modo che quelli colpiti da repressione siano reintegrati e tutelati, come il movimento di solidarietà alla Resistenza palestinese sta facendo a Milano per il reintegro della maschera licenziata alla Scala per aver gridato “Palestina libera” durante una prima del teatro. Su questo fronte il ruolo attivo di ogni lavoratore all’interno di ogni azienda è determinante. Qui alcuni esempi di come iniziare a mobilitarsi sui luoghi di lavoro. - In ultimo Municipi, comuni e regioni devono essere inchiodate a occuparsi del tessuto produttivo e di servizi dei loro territori. Questo significa fare pressione per rimuovere gli agenti sionisti che si trovano al vertice di fondazioni, associazioni ed enti legati ad aziende pubbliche, quando proprio non sono dento le aziende pubbliche. È il caso di Marco Carrai, presidente della fondazione Meyer a Firenze e console onorario per il nord Italia di Israele. E significa anche che i lavoratori che si organizzano contro la produzione bellica o la riconversione delle aziende devono imporre che gli amministratori locali facciano valere la Costituzione e il principio secondo il quale ogni attività economica e produttiva del paese deve rispondere a criteri di pubblica utilità. A partire da questo devono essere tirati in ballo per intervenire sulla proprietà privata delle aziende e indirizzare la produzione a scopo civile.

In ogni quartiere, città e territorio sono le organizzazioni che già oggi sono attive nella mobilitazione contro la guerra e per la Palestina che possono sapere cosa è necessario che la propria amministrazione faccia nel concreto e come incalzarla per farlo. A questo scopo serve in ogni città e territorio sviluppare e incrementare inchieste e mappature sulla presenza di siti militari e della Nato, sui traffici di armi e sulla loro produzione, sui piani di riconversione, sui rapporti che le aziende hanno con lo stato genocida di Israele.
Quelle in solidarietà alla Palestina e contro la guerra sono iniziative che possono combinarsi, che devono combinarsi, a una diversa gestione dei territori anche su altri fronti. Che possono dar forza e concretezza a politiche locali di rottura con l’andazzo generale di abbandono, speculazione e degrado di quartieri, città e territori. Possono cioè farsi grimaldelli di amministrazioni locali che governano con piani di emergenza dettati dalle organizzazioni attive su quei territori e rendono il paese ingovernabile al governo Meloni e a tutti i guerrafondai di casa nostra.






