Come ogni anno il caldo è diventato uno dei fattori che concorrono a mettere a rischio la salute e la sicurezza di lavoratori in diversi ambiti produttivi, in particolare quelli all’aperto o che si svolgono in ambiente non climatizzati.
Dall’inizio dell’estate in tutto il paese le temperature hanno sfiorato i 40°C e troppi lavoratori sono già stati ammazzati, non tanto dal caldo, quanto per il profitto dei padroni.
Nonostante infatti la circolare INPS 139/2016, che prevede la possibilità per le aziende di chiedere la Cassa integrazione ordinaria sopra i 35°C e il Testo unico sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, che contiene le misure e le condizioni da soddisfare per garantire ai lavoratori un microclima adeguato, governo e padroni hanno ignorato l’emergenza e il posto di lavoro continua ad essere un inferno per migliaia di lavoratori.
Mentre Governo e padroni facevano orecchie da mercante però i lavoratori hanno cominciato a ribellarsi per imporre l’attuazione di leggi e misure necessarie per far fronte all’emergenza e costringendo il Ministero del Lavoro a sottoscrivere un nuovo Protocollo per l’adozione delle misure di contenimento dei rischi lavorativi legate alle emergenze climatiche. Di seguito riportiamo alcune delle principali mobilitazioni.
Lo scorso 11 giugno i lavoratori dei reparti platica e montaggio dello stabilimento Stellantis di Cassino hanno scioperato a causa delle temperature elevate all’interno dei reparti e della mancata attivazione del sistema di raffrescamento, rendendo le condizioni di lavoro insostenibili. Anche nello stabilimento di Pomigliano i lavoratori si sono fermati il 17 giugno per l’insostenibilità delle temperature all’interno delle officine.
Il 14 giugno è stato proclamato lo sciopero di oltre 2000 dipendenti operativi negli 11 ipermercati Carrefour dell’area metropolitana di Torino. Il caldo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per i lavoratori esasperati da carichi di lavoro eccessivi e continui spostamenti da un ipermercato all’altro a causa di organico insufficiente.
Il 28 giugno i circa 30 lavoratori del punto vendita Globo di Colle Val d’Elsa (SI) hanno fatto sciopero per il guasto a un impianto di condizionamento che ha portato le temperature oltre i 35°C, pericolose per i lavoratori ma anche per i clienti.
Il 30 giugno i 230 dipendenti dell’azienda chimica Relevi di Rodigo (MN) hanno scioperato, lasciando il posto di lavoro due ore prima della fine del turno, per chiedere la riduzione di orario o una pausa in aggiunta per il troppo caldo.
Il 2 luglio i 90 lavoratori della Emmegi di Cassano d’Adda (MI), che produce scambiatori di calore, hanno scioperato e presidiato i cancelli dopo che l’azienda ha deciso di chiamare e pagare un consulente incaricato di verificare se a 36.5°C sia caldo oppure no, anziché intervenire per risolvere il problema.
Il 4 luglio i lavoratori del reparto Piani Cottura dell’Electrolux di Forlì, compresi i capo linea, hanno decisodi terminare il turno di lavoro poco dopo le 12 invece che alle 17 per il caldo e lo stress termino ignorato dall’azienda nonostante l’allarme rosso lanciato dall’Arpae (Azienda Regionale per la Protezione Ambientale).
Sempre a inizio luglio i Cobas dell’azienda del Trasporto pubblico locale Milanese ATM hanno richiesto all’azienda di sostituire i vecchi tram senza l’aria condizionata per tutelare non solo la salute e sicurezza degli autisti, ma anche quella degli utenti. Tra le proposte anche il divieto assoluto di uscita per i mezzi mancanti di impianto di climatizzazione funzionante e abiti leggeri, anche personali, per i conducenti di tram, autobus e filobus al posto della divisa.
È previso infine per l’11 luglio lo sciopero dei lavoratori degli asili nido del comune di Pisa per il caldo registrato nelle strutture a gestione diretta dove il malfunzionamento dell’aria condizionata aumenta il rischio per la salute e la sicurezza del personale ma anche dei bambini.
Fin da subito infatti i lavoratori, che siano o meno iscritti a un sindacato, possono organizzarsi per informare i colleghi sulla gestione dell’emergenza climatica attraverso assemblee di formazione e discussione, diffondendo volantini con l’obiettivo di ridurre gli infortuni che col caldo potrebbero aumentare.
Nel caso sia prevista la predisposizione di un Piano di sicurezza e di coordinamento, i lavoratori possono pretendere, tramite il proprio RLS, che siano presi in considerazioni anche i rischi climatici, che siano previste aree di ristoro adeguate alla pause. Che siano garantiti accessi all’ombra e anche della fornitura di bevande e forniti abbigliamento e PDI adeguati.
I lavoratori possono organizzarsi anche per pretendere che l’azienda richieda la Cassa integrazione ordinaria o la riorganizzazione dei turni degli orari di lavoro se non sono praticabili altre misure che tutelino la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Leggi e normative per far fronte al caldo sui luoghi di lavoro esistono già, come esistono leggi e normative che se attuate ridurrebbero al minimo infortuni e morti sul lavoro, ma che non vengono applicate perché non è interesse dei padroni farlo. Organizzarsi allora in ogni luogo di lavoro per imporne il rispetto, l’applicazione e il miglioramento è la linea immediatamente pratica e concreta da seguire!






