Rilanciamo a seguire il contributo elaborato da un nostro compagno che ha preso parte ai pride di Roma e Napoli.
Scrivo queste righe come militante del Partito dei CARC e come persona LGBTQI+ che ha partecipato in prima linea alle mobilitazioni del Pride a Roma e a Napoli. Ero nelle piazze, ho ascoltato, ho visto coi miei occhi e sentito con le mie orecchie la tensione che attraversa il movimento LGBTQI+ e la crescente consapevolezza di chi non vuole che i propri diritti vengano usati come paravento per mascherare la repressione e il genocidio.
A Roma, come a Napoli, ho partecipato per portare le istanze di liberazione non solo di genere, ma anche di classe e di popolo, nella consapevolezza che non c’è alcun Pride possibile finché esistono oppressione, guerra e colonialismo.
Quello che ho visto è una frattura aperta tra chi difende i propri diritti legandoli alle sorti del sistema che li calpesta – il sistema dei padroni, della guerra, della NATO e dello Stato sionista – e chi invece vuole rompere con tutto questo, ricollegando le lotte LGBTQI+ a quelle dei lavoratori, degli studenti, del popolo palestinese e delle masse popolari.
Questa testimonianza è per raccontare cosa è successo, ma anche per lanciare un messaggio chiaro a chi come me si riconosce nella lotta rivoluzionaria: è tempo di prendere posizione, è tempo di organizzarci, è tempo di unire le lotte.
Il mese del Pride, storicamente dedicato alla rivendicazione dei diritti di associazioni e gruppi LGBTQIA+, si è intrecciato quest’anno con un’ondata di mobilitazione popolare che va ben oltre le parate e gli slogan patinati. In tutta Italia e in molte capitali europee, le piazze si sono riempite di corpi e voci che – accanto ai colori dell’arcobaleno – hanno levato bandiere palestinesi e gridato parole d’ordine contro il genocidio in corso a Gaza, contro il riarmo, contro la guerra imperialista.
È un segnale potente. Un campanello che suona per chi ancora finge di non sentire: le lotte si stanno unificando, i fronti si contaminano, le rivendicazioni si fondono. È il segno che l’unità delle masse popolari, ancora disorganizzata, ancora in cerca di una direzione, sta prendendo forma nei fatti.
Oltre alle decine di migliaia che hanno già riempito le strade, ci sono centinaia di migliaia di persone che cercano ancora la loro via alla mobilitazione. Non è solo una questione di coscienza politica: è una necessità materiale, sociale, esistenziale. La spirale verso la Terza guerra mondiale, l’apartheid israeliana, le stragi di lavoratori, il carovita, la disoccupazione e la repressione aziendale stanno trasformando la vita quotidiana in un campo di battaglia.

Il movimento che si sta formando è eterogeneo, ricco di contraddizioni, ma con un’aspirazione comune: spezzare il declino del paese e rompere la cappa di disinformazione e alienazione promossa dai media di regime. Dalla base della società – giovani, lavoratori, precari, studenti, militanti LGBTQIA+, migranti – si leva una domanda di giustizia che non può essere più ignorata.
Molti lavoratori, pur senza esperienza sindacale, sono spinti ad attivarsi dallo smantellamento dell’apparato produttivo, dalla precarietà cronica, dalla miseria crescente. A trattenerli, oggi, è ancora il collaborazionismo delle direzioni sindacali e l’opportunismo di certa “sinistra” alternativa, incapace di farsi forza dirigente. Ma l’esigenza di lottare cresce, e non sarà contenuta a lungo.
E poi ci sono i giovani, protagonisti assoluti delle piazze. Hanno messo in discussione l’autorità statale violando divieti, forzando cordoni, riconquistando spazi di agibilità politica. Stanno scegliendo, oggi, tra una vita di miseria e una vita di resistenza, tra l’adattamento passivo alla barbarie capitalista e la costruzione di un futuro diverso.
Il Pride 2025, allora, è stato qualcosa di più di una festa: è stato una manifestazione concreta dell’unità possibile e necessaria delle masse popolari. Un esempio di convergenza tra rivendicazioni identitarie e solidarietà internazionale. Una dichiarazione politica: per le masse popolari non ci sarà libertà, finché esisterà l’oppressione capitalista con tutte le sue conseguenze. Unità di classe che unisce il popolo palestinese sotto le bombe, il movimento contro la terza guerra mondiale nel nostro paese e le masse popolari che lottano per diritti LGBT+. O si uniscono le lotte, o si affonda tutti insieme.
Sta a noi – comunisti, rivoluzionari, militanti sinceri – dare forma, direzione e prospettiva a questa mobilitazione diffusa. Fare il salto: dalla resistenza sparsa alla lotta organizzata, dalla solidarietà episodica alla costruzione di un fronte popolare consapevole e determinato.

Da Roma a Napoli, il tentativo dei sionisti di mettere le mani sul Pride è stato evidente. Sotto l’etichetta di “Gay Ebrei”, a Roma è stato allestito un carro sionista, un’iniziativa che ha immediatamente sollevato l’indignazione di ampi settori del movimento. Ma non si è trattato di un caso isolato: Antonello Sannino, presidente di Antinoo Arcigay Napoli, ha scelto di partire per Tel Aviv, ospite del governo Netanyahu, per partecipare al Pride israeliano, in un momento storico in cui Israele è impegnato in un genocidio aperto contro il popolo palestinese.
Una scelta non solo scellerata, ma provocatoria. E che ha portato alla rottura definitiva all’interno del coordinamento politico del Pride napoletano: l’ATN – Associazione Transessuale Napoli – ha abbandonato ufficialmente il coordinamento, denunciando con un comunicato durissimo il rifiuto di inserire la frase “Basta genocidio. Palestina libera” nella piattaforma politica del corteo.
Chi tace sul genocidio, non è neutrale: è complice. Chi porta la bandiera arcobaleno in Israele mentre le bombe cadono su Gaza, non difende i diritti, ma li usa come scudo per giustificare l’apartheid.

Il 5 luglio, sul palco del Pride, è salita l’associazione “Magen David Keshet Italia”, espressione della parte LGBTQIA+ della comunità ebraica. Nessuna parola sul genocidio. Nessun riferimento alla pulizia etnica. Nessuna solidarietà per i corpi palestinesi massacrati.
Ma la piazza ha reagito. Fischi, contestazioni, parole d’ordine: le masse popolari non sono più disposte a subire il “pinkwashing” sionista, né ad accettare che la lotta per i diritti venga piegata a sostegno dell’imperialismo.
Quello che emerge, da nord a sud, è una spaccatura di classe e irreversibile: da un lato, la parte istituzionalizzata e compromessa delle associazioni e gruppi LGBTQIA+, addomesticata, compatibile con NATO, governi e oppressori. Dall’altro, una linea più avanzata e di classe che non separa la libertà di genere dalla libertà dei popoli, che rifiuta l’uso strumentale dei Pride, e che prende posizione netta per la Palestina libera. Il tentativo sionista è fallito.
Il tentativo sionista di mettere il cappello sul Pride è solo l’ennesima manovra per disinnescare le mobilitazioni popolari, per svuotarle di significato, per renderle compatibili con il sistema di sfruttamento, guerra e oppressione che governa questo paese e il mondo. Ma stavolta qualcosa è andato storto. Stavolta le masse hanno risposto. Fischi, dissenso, rotture politiche, prese di posizione chiare.

Le piazze non sono più terreno neutro. O stai col popolo palestinese o stai con i carnefici. O stai con chi resiste o stai con chi compie un genocidio. O sei parte della lotta o sei parte dell’oppressione.
Contro la presenza dei sionisti, contro il militarismo, contro l’imperialismo NATO, sta crescendo un fronte popolare diffuso, ancora disperso ma sempre più determinato. Dai giovani che violano i divieti per scendere in piazza, ai lavoratori che non si piegano più ai padroni e ai sindacati collaborazionisti, alle soggettività queer che rifiutano di essere usate come foglia di fico per giustificare massacri e apartheid.
Serve fare un salto: dalla resistenza spontanea all’organizzazione consapevole. Serve una direzione che unisca le lotte, che dia voce e forma all’esigenza di riscatto che cresce in ogni quartiere, in ogni scuola, in ogni posto di lavoro. Serve costruire la nuova governabilità dal basso delle masse popolari. Il nemico si presenta compatto: governi, padroni, media e sionisti stanno dalla stessa parte. Noi dobbiamo rispondere con l’unità delle lotte e la forza dell’organizzazione rivoluzionaria.
Palestina libera.
Lotta di classe.
Pride contro l’occupazione.
Avanti con la mobilitazione popolare fino alla vittoria!

![[Massa Carrara] Solidarietà alle compagne e ai compagni colpite/i dalla repressione! Rispondiamo in maniera unitaria con la solidarietà e con la lotta!](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/04/ee6c383b9191dab30a31d94e0fcb54c7.jpg?fit=774%2C516&ssl=1)




