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I portuali di Livorno contro il traffico di armi

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 6, 2025
in Lavoro operaio e sindacale, Resistenza n. 7-8/2025
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Riportiamo l’intervento del Gruppo Autonomo Portuale di Livorno (Gap) all’iniziativa “Fuori la guerra dai porti italiani” che si è svolta a Ravenna lo scorso 11 giugno.

Siamo un gruppo di portuali che si è organizzato in maniera autonoma lo scorso anno a seguito del passaggio di un carico di armi nel porto di Livorno con destinazione Usa.

Abbiamo scoperto che queste navi, questa nave nella fattispecie, non tornava direttamente verso la casa base, passatemi il termine, ma faceva scalo in un hub di proprietà americana in Grecia, nel porto di Alexandropolis.

Da lì i mezzi sono stati smistati verso la Polonia e probabilmente impiegati nella guerra russo-ucraina, ma di questo purtroppo non abbiamo certezza. Riusciamo a fare questo lavoro di monitoraggio grazie a un lavoro congiunto con Weapon Watch, che è un osservatorio europeo sulle armi che segue da anni tutta la filiera e le aziende collegate.

Prima che ci costituissimo, alcuni di noi avevano già intrapreso la battaglia contro il traffico di armi con il sindacato Usb, portando avanti l’istanza dei porti chiusi alle armi e aperti ai migranti.

Lo scorso anno abbiamo deciso di fondare questo gruppo autonomo per cercare di ampliare il più possibile il fronte di lotta, andando anche oltre l’azione sindacale, perché pensiamo che scindere l’azione sindacale dall’azione politica sia utile al coinvolgimento di molti più lavoratori rispetto a quelli che fino a qualche anno fa si attivavano.

Questo effettivamente ha portato all’affluenza nel Gap di lavoratori che, per diatribe ben note a tutti tra le varie sigle, si sentivano limitati nelle proprie azioni soprattutto per paura di ripercussioni sul posto di lavoro. Purtroppo non basta la situazione di guerra che c’è nel mondo, ci sono pure queste contraddizioni sui posti di lavoro, per cui se firmi una tessera che non è accettata, passatemi il termine, dalle sigle presenti, allora rischi di avere delle ripercussioni nella vita lavorativa.

Detto questo, ad agosto abbiamo partecipato alla campagna “Nessun porto per il genocidio” e la casualità ha voluto che una di quelle navi, l’Overseas sun coast, attraccasse nel porto di Livorno facendo una deviazione dalle rotte consone.

Questa nave trasportava propellente per rifornire i caccia israeliani, in una quantità tale da consentire circa 12 mila sorvoli, quelli con cui hanno perpetrato la distruzione totale della striscia di Gaza.

Il nostro percorso attivo è iniziato lì con un presidio per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su una situazione che già lo scorso anno era tragica. E questo ha portato il nostro gruppo a crescere, a coinvolgere sempre più persone sia all’interno che all’esterno dell’ambito portuale. Sono poi seguite altre iniziative di divulgazione, di conoscenza.

Quello che diciamo sempre è che la logistica della guerra e la guerra in sé spesso viene collegata solamente ai cannoni che sparano, alle munizioni, ai fucili, ecc. In realtà, la macchina bellica è molto più grande, molto più complessa ed è composta da tutti quei compartimenti logistici che, molto più spesso delle armi, passano sotto traccia nei porti. La nostra azione sta nel minare quel passaggio, quindi nel rendere più difficile il passaggio di quei mezzi, in modo che l’ingranaggio della logistica della morte, come la definiamo noi, si inceppi o rallenti e, di conseguenza, ritardi anche l’arrivo della merce alla destinazione finale.

Due settimane fa all’incirca, all’ennesimo arrivo di una nave che scaricava mezzi militari, siamo riusciti a incidere maggiormente perché in tutto questo tempo abbiamo attivato una serie di percorsi istituzionali e di mobilitazione cittadina. Questo ha permesso al nostro gruppo di avere interlocuzioni dirette sia col sindaco che con una serie di giuristi, avvocati e professori universitari che ci sostengono nella battaglia che conduciamo, sia dal punto di vista legale sia nel presentare emendamenti alla Commissione Lavoro sulla questione sicurezza. In questo lavoro ci avvaliamo di tutta una serie di normative.

La più importante è la 18590, che è la legge che regola il traffico di armi all’interno dei porti, lo scarico e il carico, l’esportazione esterna, oltre a tutta un’altra serie di articoli che non vi dico perché vi annoierei. Questa legge spesso viene aggirata, come nell’esempio che ho fatto all’inizio, usando un hub di un paese considerato neutrale.

Come dicevo il percorso avviato ci ha permesso di entrare in contatto con alcuni parlamentari, uno di questi è Marco Grimaldi di Avs che ha presentato un’interrogazione sull’ultimo passaggio di armamenti in porto. In questo caso specifico, c’era un dato preoccupante che ha allarmato non solo noi, ma anche i cittadini e che ha fatto muovere anche il sindaco e il prefetto: all’interno di questa nave erano presenti dodici mezzi classificati come sensibili. Avendo la possibilità di lavorare all’interno, e quindi molto spesso di vedere con i nostri occhi e di fotografare, quando riusciamo, i mezzi, abbiamo scoperto che si trattava di dodici jeep con sistemi d’arma montati sopra, quindi lanciarazzi. Allora abbiamo deciso di muoverci su due fronti: con un presidio, e quindi con il blocco fisico, e portando gli atti in procura. Utilizziamo questa strategia: da una parte blocchiamo e attiriamo l’attenzione della cittadinanza e dei media su quello che succede; dall’altra, grazie agli avvocati e a tutte le persone che ci sostengono in questa causa, chiediamo delucidazioni e approfondimenti agli enti di controllo competenti, che spesso fanno orecchi da mercante e si tappano gli occhi su questioni che riguardano la sicurezza dei lavoratori. Dopo il presidio per il blocco degli armamenti, abbiamo attivato una serie di avvocati e professori universitari di tutta Italia e non solo e con loro stiamo lavorando a presentare un emendamento all’obiezione di coscienza perché il nostro obiettivo è sì lottare e bloccare, ma anche fornire strumenti che tutelino i lavoratori. Per inciso, l’obiezione di coscienza, non tutela i lavoratori, quindi noi facciamo i blocchi a nostro rischio e pericolo. Perciò, abbiamo attivato un percorso con i nostri avvocati, con professori di vari ambiti, con giuristi, tecnici della navigazione, ecc. e stiamo finendo di compilare questo emendamento che presenteremo alla Camera dei Deputati, alla Commissione Lavoro. Speriamo, incrociamo le dita, di riuscire a portare a casa questo risultato che darebbe una grossa mano a tutti coloro che vogliono opporsi a questa logica bellicista, soprattutto in considerazione della corsa al riarmo e della conversione di molte fabbriche italiane a uso militare e bellico.

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Tags: Lavoro operaio e sindacale
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