Le migliaia di partecipanti alla manifestazione “Democrazia al lavoro” del 25 ottobre a Roma sono una conferma della disponibilità alla lotta di quella parte di lavoratori che viene mobilitata dalla Cgil. Una vasta fetta di quanti si riconoscono nelle rivendicazioni avanzate in quella giornata (contro la finanziaria di guerra e per i servizi pubblici, per l’aumento dei salari, per la pace e il disarmo e in generale contro le politiche apertamente antipopolari del governo Meloni) si muovono e partecipano se è la Cgil a chiamarli in piazza.
Queste rivendicazioni non sono appannaggio solo della Cgil e di quanti la prendono a riferimento. Con toni o sfumature diverse, sono riconoscibili nelle piattaforme di tutto il fronte sindacale che va dalla Cgil ai sindacati di base. Sono rivendicazioni radicate e di buon senso, che vanno nella direzione delle politiche necessarie e favorevoli alle masse popolari. Sono richieste che per essere realizzate compiutamente necessitano di un governo che se ne faccia carico, che le assuma come suo programma. È una questione politica.
Lo slancio della mobilitazione popolare nei mesi di settembre e ottobre ha segnato una maturazione che non si può più contenere nelle liturgie consuete. Questo vale per tutti, in particolare per la Cgil che, lo scorso 3 ottobre, è stata costretta dalla marea che montava a promuovere uno storico e inedito sciopero generale in collaborazione con il sindacalismo di base.
Ora la tendenza della dirigenza Cgil all’attendismo, a rientrare nei ranghi consueti, si manifesta nella timidezza ad affrontare di petto una finanziaria che toglie alle masse popolari in termini di servizi essenziali per dare linfa all’economia di guerra.
Il nuovo contesto creatosi con gli scioperi e le manifestazioni combattive del bimestre settembre-ottobre non permettono di adagiarsi sul programma concordato. Alle condizioni attuali, perseguire fino in fondo, con realismo e coerenza, la lotta contro la finanziaria significa fare un salto nel campo politico.
Le rivendicazioni giuste che vengono avanzate assumono sempre più un carattere emergenziale. Ne va del futuro del paese. Non è più possibile attendere eventuali modifiche alla finanziaria paventando lo sciopero generale.
Uno sciopero generale contro la finanziaria è già in programma per il 28 novembre, condiviso da tutto il sindacalismo di base. La Cgil deve rompere gli indugi e unirsi a quello (vedi articolo a pag. 9). Lo chiede anche la sua base, che vuole l’unità di classe.
Questo è il primo passo. Il livello del dibattito, dopo il 3 ottobre, non può più attestarsi sul fare o meno lo sciopero unitario contro la finanziaria. Così deve essere: ciò che è stato fatto per la Palestina va fatto anche per la finanziaria, come per tutto il resto!
Il livello del dibattito va elevato: è necessario ragionare di come realizzare, qui e ora, le rivendicazioni avanzate da tutti, in vari modi e sfumature. Nel movimento popolare che abbiamo visto nelle piazze c’è una diffusa richiesta di unità e si fa strada la percezione della necessità di un obiettivo di carattere politico.
Costringere Meloni a fare concessioni? Il governo Meloni è lì per fare la guerra contro le masse popolari, per servire la Nato, la Ue e i sionisti, per smantellare tutto quanto è possibile ancora smantellare in termini di diritti e conquiste. È il governo che ci sta risucchiando sempre di più nel vortice della Terza guerra mondiale. Va cacciato!
La Cgil e tutto il sindacalismo di base hanno la possibilità di farsi promotori, assieme alle varie anime del movimento popolare, del fronte necessario a rendere condiviso questo obiettivo concreto, attraverso la definizione dei passi intermedi e immediati per conseguirlo e avanzare così nelle condizioni per imporre un governo di emergenza popolare.
Rendere ingovernabile il paese è il modo per imporlo. Questa ingovernabilità passa anche dall’applicare le parole pronunciate da Landini dal palco del 25 ottobre: non solo rivendicare al governo, ma darsi i mezzi per attuare quanto si rivendica nelle fabbriche.
Non è un’ipotesi come un’altra, è quello che è necessario fare adesso.
Solidarietà proletaria
Gianluigi Di Bonaventura è un apicoltore e compagno anarchico di Giulianova, in provincia di Teramo, attivista del gruppo Campetto Occupato. Da luglio 2025 si trova agli arresti domiciliari, condannato a 10 mesi di reclusione con l’accusa di violenza e minaccia a pubblico ufficiale per aver partecipato, il 21 aprile 2018, a una mobilitazione a Sulmona contro la realizzazione di un gasdotto; una delle tante opere devastanti imposte con la forza e la repressione alle masse popolari.
Una lotta riconosciuta e radicata nel territorio, che infatti risponde con il sostegno al compagno, al quale è impedito di lavorare.
Il 21 ottobre l’assemblea generale della Fiom di Teramo ha votato un ordine del giorno proposto dal delegato Federico Cicconi. Citiamo uno stralcio del documento, visionabile sulla pagina Facebook di Campetto Occupato:
“(L’assemblea) delibera di mettere ai voti il seguente punto: avviare una campagna benefit a livello di fabbrica, con iniziative di raccolta fondi e momenti pubblici, per mantenere viva l’attenzione sul diritto al lavoro e sul caso del compagno Gianluigi Di Bonaventura, riaffermando che la solidarietà non si può criminalizzare e che negare il lavoro significa negare la dignità dell’individuo e della collettività stessa”.
L’assemblea dei delegati metalmeccanici ha votato favorevolmente all’unanimità. È un esempio che scalda il cuore di ogni compagno e che dimostra la solidarietà e il legame reciproco esistente fra la classe operaia e le lotte sociali e ambientali del territorio teramano.
Un esempio per tutta la Cgil e per chi vi milita, perché mostra che anche le sue istanze territoriali possono mettere in campo iniziative concrete su ogni questione e problematica della società.






