Da mesi i media mainstream trasmettono a reti unificate il genocidio in atto a Gaza per mano dello stato terrorista di Israele. Un massacro fiancheggiato dai governi dei cosiddetti “paesi democratici”, come l’Italia, che la scorsa settimana hanno deciso di rispettare gli ordini della NATO e aumentare la spesa per la difesa dal 2 al 5% del PIL.
A fronte della totale sudditanza del governo Meloni alle volontà dei guerrafondai Usa, dell’Unione europea (Ue) e dei sionisti sono tanti i lavoratori che invece vogliono opporsi alla guerra. Che si domandano cosa fare per aiutare la popolazione di Gaza, per rompere col sostegno del governo Meloni al genocidio o colpire le aziende che finanziano l’occupazione della Palestina, comprese quelle nelle quali loro stessi lavorano.
Nel nostro paese già esistono esperienze di lavoratori che si organizzano e si mobilitano in tal senso, come il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) di Genova contro l’invio di armi dai porti italiani, il Gruppo Autonomo Portuali di Livorno (GAP) per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza per i lavoratori della logistica e come i lavoratori aeroportuali di Pisa e Montichiari (BS) contro il transito di materiale bellico dagli aeroporti civili.
Queste esperienze dimostrano che i lavoratori possono assumere un ruolo e incidere contro il sostegno dell’Italia nella Terza guerra mondiale. Vero è che non in tutti i posti di lavoro ci sono gruppi di lavoratori organizzati che hanno da subito la forza di opporsi alle indicazioni aziendali o del governo. Vero è anche che ci sono aziende in cui sembra non esserci un legame tra l’attività produttiva svolta e l’economia di guerra. Cosa si può fare in questi casi? Come muoversi?
Cosa possono fare allora i lavoratori?
- Ognuno può iniziare esponendo fuori dalla finestra o dal balcone di casa la bandiera della Palestina, in modo da mostrare visivamente la portata della solidarietà presente nel paese e per allargarla, prendendola come occasione per parlarne con i colleghi di lavoro, parenti, vicini di casa e dirimpettai.
- Al lavoro, durante il proprio turno, ciascun lavoratore può decidere di indossare una spilla, un braccialetto o una fascia coi colori della bandiera palestinese e coinvolgere i propri colleghi a fare lo stesso per mostrare che i lavoratori dell’azienda sostengono la Resistenza del popolo palestinese.
- Ogni lavoratore inoltre è anche un consumatore. Per questo può sostenere e coinvolgere i propri colleghi a sostenere attivamente le campagne di boicottaggio promosse l’organizzazione BDS che consistono, ad esempio, nell’evitare di fare la spesa in supermercati Carrefour perché sostiene l’approvvigionamento dei militari israeliani e trae profitto dall’occupazione illegale, ma anche McDonald’s, Burger King e Starbucks collaborano attivamente nel rifornimento dell’esercito israeliano (vedi l’elenco completo);
- Tutti i lavoratori possono partecipare alle iniziative locali e nazionali degli organismi che si mobilitano contro la guerra come Stop Rearm Europe, il Coordinamento Nazionale No Nato e il Coordinamento Disarmiamoli.
- Ciascun lavoratore può sostenere gli insegnanti delle scuole dove sono iscritti i propri figli, o di quelle del proprio quartiere, nel boicottaggio delle gite scolastiche e dei PCTO che si svolgono nelle caserme o nelle fabbriche di armi. Può sostenere, e può coinvolgere i propri colleghi a farlo, la lotta per contrastare la propaganda di guerra su giovani e giovanissimi fatta anche attraverso la presenza di militari e delle Forze dell’Ordine nelle scuole;
- Ogni lavoratore può spingere le proprie RSA e RSU a promuovere assemblee nelle quali discutere delle implicazioni che guerra ed economia di guerra hanno sulle loro condizioni di vita e di lavoro. Può chiedere loro di organizzare diverse forme di sciopero all’interno dell’azienda, in solidarietà alla Palestina. Forme di sciopero – a fine turno, a scacchiera (diversi orari nei diversi reparti) scioperi bianchi per rallentare il ritmo produttivo – che hanno poco impatto sulla retribuzione dei lavoratori ma un grande impatto sulle casse dei datori di lavoro, quindi per questo molto efficaci.
- Tutti i lavoratori possono spingere i propri sindacati di appartenenza ad organizzare iniziative di solidarietà, attraverso l’istituzione di una cassa di resistenza, per i lavoratori sotto attacco dal governo Meloni perché lottano contro la guerra. Come Luigi Borrelli dell’aeroporto di Montichiari che ha denunciato il traffico di armi dall’aeroporto civile in cui lavora. Ma anche iniziative a supporto dei lavoratori del CALP o del GAP che oggi sono in prima linea dei porti e negli aeroporti per fermare la guerra.
- Ciascun lavoratore può mettersi d’accordo con i propri colleghi per fare inchiesta sui legami della propria azienda con le aziende sioniste o lo stato sionista e denunciare anche in forma anonima attraverso gli organismi politici e sindacali attivi nella solidarietà alla Palestina.
La guerra non passa solo tra le mani dei lavoratori della logistica, ma anche dai lavoratori della scuola, dei supermercati e di tutte le aziende pubbliche e private del paese che possono mettere in campo fin da subito azioni concrete per boicottarla. Ogni lavoratore dal proprio posto di lavoro può e deve decidere il ruolo che l’Italia deve assumere rispetto alla Terza guerra mondiale. Quelle elencate sopra sono alcune delle forme con cui possono farlo.
L’azienda dove lavoro è direttamente implicata con le operazioni criminali di Israele e di guerra?
Per saperlo i lavoratori possono fare inchiesta sul proprio posto di lavoro, come detto sopra. In alcuni casi però esistono già liste di aziende complici dello stato criminale di Israele. È il caso del rapporto “From economy of occupation to economy of genocide” redatto dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi Francesca Albanese, così come lo sono le liste di aziende legate allo stato sionista prodotte da BDS che ognuno può iniziare a consultare.




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