A metà maggio Chef Rubio, Gabriele Rubini, è stato denunciato per le parole che ha pronunciato l’agosto scorso durante un dibattito alla Festa nazionale della Riscossa Popolare.
L’accusa – antisemitismo, promozione dell’odio razziale, istigazione a commettere delitti a sfondo etnico, razziale e religioso – è del tutto simile a quella delle numerose denunce e querele con le quali la comunità sionista italiana cerca di colpirlo economicamente fino ad affondarlo. Non è necessario essere d’accordo con le parole di Gabriele per riconoscere che nei suoi confronti è in corso un linciaggio mediatico, legale e non solo.
Gli ambienti da cui quegli attacchi provengono sono contigui, se non gli stessi, da cui è stato partito l’ordine per il suo tentato omicidio, il 15 maggio 2024. Data non casuale, poiché il 15 maggio si ricorda la Nakba, l’inizio della pulizia etnica della Palestina a opera dei sionisti, nel 1948.
Il motivo per cui i sionisti vogliono “fargliela pagare” è che Gabriele continua, nonostante tutto, a denunciare i crimini dello Stato terrorista di Israele e dei suoi tentacoli in Italia e nel mondo.
Matteo Piantedosi, il Ministro dell’Interno, si è accorto che in Italia la libertà di espressione è in pericolo. E ha preso posizione, grossomodo negli stessi giorni in cui Gabriele Rubini è stato denunciato per l’ennesima volta.
Quelle del ministro sono state parole forti e perentorie: “In democrazia non bisogna avere paura di nulla, anche di idee che possono apparire molto forti, molto controverse, molto discutibili anche, non condivise in qualche modo”.
Ma Piantedosi non si riferiva a nessuno degli squallidi tentativi di censura, di pressione, di criminalizzazione e di repressione che colpiscono, più o meno duramente ma sempre più diffusamente, chi osa raccontare una realtà diversa da quella imposta dal mainstream.
Piantedosi stava rispondendo a chi chiedeva spiegazioni sui permessi accordati allo svolgimento di quella fogna di convegno che si è svolto a Gallarate, in provincia di Varese, sulla “remigrazione”.
Gallarate è stata una sistemazione “alternativa” e periferica rispetto alle pretese degli organizzatori che avevano pensato di svolgerlo a Milano. Per problemi di ordine pubblico, da Milano è stato spostato a Gallarate e per imporre il “diritto di parola” dei fascisti è stata attivata tutta la filiera di comando del ministero fino agli amministratori locali.
Esperienza istruttiva. Quando il nemico attacca chi ha il coraggio di dire la verità, bisogna difendere chi dice la verità. Non sono tollerabili né i se né i ma, perché ogni scusa che giustifica la mancata scelta di campo è un aiuto al nemico. E quando il nemico si erge a paladino “della legge uguale per tutti” sta solo cercando di riaffermare il suo potere, intossicando le coscienze di chi gli dà credito.
Chi accampa scuse per non fare quadrato attorno a Gabriele non ha capito che ogni attacco che lui subisce è un attacco alla libertà di espressione di tutti, tranne che dei fascisti e razzisti. A difendere la loro, ci pensano il Ministro dell’Interno e il suo governo di criminali di guerra.






