Il 7 maggio un grave incidente all’altoforno 1 nello stabilimento delle Acciaierie d’Italia (ex Ilva) di Taranto ha causato lo stop al processo di acquisizione da parte del gruppo azero Baku Steel.
Secondo quanto denuncia il governo Meloni, per bocca del ministro Adolfo Urso, l’altoforno sarebbe ormai inservibile a causa dei ritardi con cui il Tribunale ha approvato le procedure di intervento. Al di là dei balletti e dello scaricabarile, allo stato delle cose sembra che lo stabilimento rischi di chiudere definitivamente.
Sul numero 11-12/2023 di Resistenza, nell’articolo “Ex Ilva. Mobilitazioni contro lo smantellamento”, sottolineammo come la partecipazione statale, tramite Invitalia, non garantiva il procedere del piano di rilancio dell’azienda stabilito in accordo con i sindacati. Infatti è proseguito il processo di speculazione e smantellamento, con la partecipazione statale a fare da paravento ad Arcelor Mittal, che allora era il partner privato.
Questo scenario trova oggi conferma. Arcelor Mittal è stato estromesso dalla scena e la gestione commissariale ha intavolato una trattativa per vendere a Baku Steel. L’incidente e la conseguente fermata dell’impianto stanno complicando la trattativa e il gruppo industriale azero sta contrattando al ribasso.
Il 21 maggio, durante l’incontro al Ministero delle imprese e del made in Italy (Mimit), i lavoratori di tutti i siti italiani del gruppo hanno scioperato per quattro ore contro l’ulteriore ampliamento della cassa integrazione. A Taranto gli operai hanno bloccato per ore la statale Appia. L’incontro ha portato a un nulla di fatto e, di fronte al rischio di fallimento della trattativa e di chiusura, da parte sindacale si fa sempre più aperta la rivendicazione della nazionalizzazione.
Su questo fronte il governo ha preso tempo, rinviando il nuovo incontro con i sindacati, inizialmente previsto per fine maggio, al 9 giugno. Questo è indicativo delle difficoltà e delle contraddizioni che probabilmente lo lacerano su questa questione, tanto che Salvini il 24 maggio, a margine del Festival dell’Economia di Trento, ha dichiarato di essere a favore di una possibile nazionalizzazione in mancanza di un “privato con un piano credibile”.
La vicenda dell’ex Ilva è esemplare dello smantellamento della produzione di acciaio in Italia, che fino agli anni Novanta era principalmente in mano pubblica. Alle speculazioni e ai danni ambientali provocati dalla gestione della famiglia Riva dal 1995 fino al 2012, hanno fatto seguito anni di ulteriore declino, degrado degli impianti, spolpamento. I commissariamenti non hanno risolto in alcun modo il problema. La situazione attuale è quella di una produzione d’acciaio, strategica per mantenere un’economia moderna, sull’orlo del collasso.
Serve nazionalizzare? Sì, certamente serve nazionalizzare ogni settore strategico, dall’automotive alle telecomunicazioni, dalla gestione delle fonti energetiche ai trasporti e non solo. Questi settori, così come tutto quanto riguarda i servizi essenziali e tutte le aziende che i padroni vogliono chiudere e delocalizzare o che sono avviate alla morte lenta, devono essere sottratti urgentemente alla speculazione.
Il governo Meloni, nel caso decida per la nazionalizzazione, garantirà una gestione adeguata? Sicuramente no. La nazionalizzazione è il primo passo per ottenere la garanzia del mantenimento dei posti di lavoro e va conquistata. Nel contesto attuale sarà comunque una conquista precaria oppure sarà usata come pretesto per accelerare la conversione bellica dell’apparato produttivo italiano, per aggravare il coinvolgimento italiano nella Terza guerra mondiale.
Come se ne esce? Il raggiungimento della nazionalizzazione deve essere il volano per approfondire il processo di organizzazione e lotta dei lavoratori, ma è importante tenere il discorso ancorato alla realtà.
Nazionalizzare è una strada percorribile e positiva, a condizione che il percorso sia sostenuto e alimentato dalla lotta politica (che, a sua volta, la nazionalizzazione deve alimentare) per dotare il paese di un governo che attua le misure per combinare gli interessi dei lavoratori con quelli delle masse popolari tutte, il funzionamento dell’azienda e la tutela della salute e dell’ambiente:
Assegnare a ogni azienda compiti produttivi utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale. Nessuna azienda deve essere chiusa.
Distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e a usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi. Assegnare a ogni individuo un lavoro socialmente utile. Nessun lavoratore deve essere licenziato, a ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato.
Eliminare attività e produzioni inutili o dannose, assegnando alle aziende coinvolte altri compiti.
Nel momento in cui scriviamo si registra il silenzio dei sindacati di regime di fronte al rinvio del nuovo tavolo al Mimit da parte del governo. Le difficoltà dei vertici dei sindacati dei metalmeccanici su questo fronte si intrecciano con quelle nei tavoli di trattativa per il contratto collettivo nazionale e per il contratto separato del gruppo Stellantis, ancora fermi al palo.
Su tutti questi fronti è necessario alimentare una più ampia, radicale e consapevole mobilitazione della classe operaia per determinare una svolta, ma i vertici sindacali procedono con il freno a mano tirato.
Bisogna convergere, far confluire ogni vertenza nella lotta per cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo che risponde del suo operato ai lavoratori, anziché alle associazioni padronali, alle multinazionali e ai fondi di investimento italiani e internazionali.




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