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Udine. Corrispondenza da un autotrasportatore

Teresa Noce by Teresa Noce
Maggio 30, 2025
in Lavoro operaio e sindacale, Resistenza n. 6/2025
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L’accordo per il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro “Logistica, Trasporto merci e Spedizione”, firmato a dicembre 2024, non è adeguato a riconoscere i diritti e la giusta remunerazione dei lavoratori autisti dell’autotrasporto.

Conferisce un aumento salariale di 170 euro netti in tre anni, quindi assolutamente insufficiente a coprire sia l’inflazione in corso che la perdita di potere d’acquisto patita finora.

L’orario di lavoro nominalmente è pari a 8 ore giornaliere, ma arriva a oscillare fino a 13-15 ore per effetto della cosiddetta “discontinuità”, che comporta rilevanti fette di ore straordinarie di fatto obbligatorie e non pagate (la discontinuità nel lavoro si verifica quando il tempo di lavoro non coincide con il tempo di presenza e quando l’attività comporta alternanza tra periodi di lavoro e periodi di pausa, ndr).

Cominciamo a lavorare il lunedì alle 4 di mattino, per finire il venerdì pomeriggio o sera, quando va bene, ma anche il sabato, quando va male. Questo tempo di lavoro non ci viene tutto retribuito; infatti in busta paga ci ritroviamo retribuite le 8 ore giornaliere più, al massimo, 1 ora di straordinario. Quando va bene ci pagano un’indennità di trasferta piena, di sole 24 ore settimanali anziché 60.

Mi spiego. In cabina di guida abbiamo una scheda tachigrafica che registra tutto il nostro lavoro, da quando partiamo dalla residenza a quando rientriamo o ci fermiamo a dormire fuori residenza. Molte pause (di riposo) che dovrebbero essere previste durante la guida (e retribuite) vengono invece fatte durante lo scarico o il carico delle merci (che per noi non sono fasi di riposo, ma di attenzione), per rendere più produttivo il lavoro (maggiore sfruttamento) del trasporto. Queste ore di “non guida” (ma di lavoro), che intercorrono durante il carico e lo scarico, vengono chiamate appunto “discontinuità” e nei fatti non ci vengono pagate. Quando le forze dell’ordine ci fermano su strada per controlli e riscontrano la differenza negativa (anche di 4 ore giornaliere) tra le ore svolte e quelle realmente pagate (per noi è obbligatorio avere appresso le buste paga), non sollevano mai contestazioni tra lavoro effettivo (anche 60 ore) e quello pagato realmente (spiccioli di straordinario).

Ultimamente le aziende hanno preso anche l’abitudine di inserire in busta paga una parte della tredicesima e quattordicesima mensilità, e magari anche una parte del trattamento di fine rapporto, per far lievitare all’apparenza le buste paga. Queste variano da 2.500 a 2.800 euro, ma la paga effettiva netta si aggira sui 1.500 euro al mese. Inoltre, se incappiamo in incidenti, molto spesso ci addebitano i danni fino a mezza quota di franchigia (la franchigia è l’importo di un danno che rimane a carico dell’assicurato e non viene rimborsato dalla compagnia assicurativa, ndr), per una cifra, più o meno, di 250 euro. Nei fatti, le aziende ci accollano molta responsabilità, sia penale che civile, e questo ci può rendere la vita un calvario.

Negli ultimi anni in Italia si sta registrando una forte carenza di autisti. Fino a poco tempo fa, molti provenivano dall’Est Europa, ma sono sempre meno e cosi sta aumentando il numero di autisti nord africani o asiatici, con poca esperienza e che, non avendo una residenza reale, vivono sul camion. Questi subiscono livelli di sfruttamento e ricatto elevati a scapito della sicurezza loro e degli altri che circolano sulle strade.

Dal 2006 la normativa europea ha definito l’istituzione della patente nazionale secondo un modello comunitario unico, ma anche se molti autisti che provengono da paesi non comunitari hanno una patente che non è riconosciuta ufficialmente, accade che le autorità chiudono non uno, ma tutti e due gli occhi: l’importante è tenere le paghe basse e le condizioni di lavoro spesso al limite della legalità.

L’assurdo è che poi vediamo sui media l’imprenditore di turno che intervistato ha la faccia tosta di dire: “i giovani non vogliono fare gli autisti perché non vogliono fare sacrifici” o, peggio ancora, “non vogliono lavorare”.

Che rabbia! Mandino i loro figli a guidare per 10 ore, più scarico e carico dalle 4 del mattino fino alle 19 di sera, ogni giorno, ogni mese, ogni anno, per 2.500 euro! Mi domando: dove sta l’Ispettorato del lavoro? Dov’è la Cgil, a cui sono tesserato?

Questa problematica è vecchia, ma nessuno fa niente; il padronato si lamenta e basta. Fa tante false promesse e basta. L’età media degli autisti in Italia è superiore ai cinquant’anni e il ricambio ormai avviene grazie agli immigrati, che però vivono, purtroppo, situazioni di povertà e non hanno nemmeno una residenza, se non fittizia. Inoltre, spesso alla guida ci sono anche gli ultra sessantenni che con pensioni da fame, o peggio, non avendo i requisiti necessari, sono costretti, loro malgrado, a continuare a lavorare fino al compimento dei sessantotto anni per l’accesso alla pensione di vecchiaia. Questo è il prodotto delle varie controriforme e degli accordi beffa sul nostro lavoro.

E mentre nel frattempo si stima che mancano almeno 20 mila autisti a livello nazionale, in Lombardia ad aprile hanno raggiunto un’intesa sull’autotrasporto artigiano, in base alla quale, anziché garantire il pagamento adeguato delle ore di lavoro in più che vengono fatte oltre le 39 regolamentari, aumentano a 47 l’orario di lavoro settimanale con questa ambiguità della discontinuità (che pesa invece per circa 22 ore) e probabilmente distribuiranno dei forfet con la trasferta. Un ennesimo accordo a perdere per gli autisti! Tutto sta nel giudizio del sindacalista Cisl: “questo accordo rende il Ccnl del trasporto artigiano più competitivo”.

Marco Poggiana

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Tags: Lavoro operaio e sindacale
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