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Il ruolo della Repubblica Popolare Cinese

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Luglio 4, 2021
in Resistenza N. 7-8/2021
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A cento anni dalla fondazione del Partito Comunista Cinese

Il 1º luglio ricorreva il Centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC) e anche nel nostro paese si sono svolte iniziative di commemorazione di questo importante avvenimento che ha segnato la storia del movimento comunista internazionale.

Queste iniziative hanno alimentato il vivace dibattito in corso sul ruolo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) e sul modello di società che essa incarna.
Nel nostro paese il confronto è polarizzato attorno a due posizioni: a) la RPC è un paese socialista e guida la rinascita del movimento comunista a livello internazionale; b) la RPC è un paese imperialista, in aperto antagonismo con la Comunità Internazionale degli imperialisti USA e UE solo in ragione della potenza economica, industriale e finanziaria che essa esprime.

Dal modo stesso in cui si pone la questione, si evince una buona dose di unilateralismo in entrambe le tesi.
Per inquadrare meglio il problema è utile spiegare a premessa alcune questioni.

Con il temine socialismo si intende un modello di società e un sistema di potere basato su tre pilastri: dittatura del proletariato, proprietà pubblica delle principali aziende ed economia pianificata, promozione della più ampia partecipazione delle masse popolari organizzate alla gestione e direzione della società.

Le fasi che hanno contraddistinto la vita dei primi paesi socialisti sono state sostanzialmente tre:

– la prima è la fase di costruzione del socialismo, caratterizzata dalle trasformazioni che allontanano i paesi socialisti dal capitalismo e dai modi di produzione precapitalisti e li portano verso il comunismo. Questa fase termina per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale nel 1956, con la salita al potere dei revisionisti guidati da Krushev;

– la seconda fase inizia quando i revisionisti moderni conquistano la direzione del Partito comunista e invertono il senso della trasformazione della società. è caratterizzata dal tentativo di restaurare gradualmente e pacificamente il capitalismo. Non vengono più compiuti passi verso il comunismo, i germi di comunismo vengono soffocati, viene dato spazio ai rapporti capitalisti ancora esistenti e vengono richiamati in vita quelli scomparsi. Il tutto avviene, però, ancora sotto la bandiera del socialismo e sotto la guida del Partito comunista. Questa fase si è aperta per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale, grosso modo, nel 1956 ed è durata fino alla fine degli anni ‘80;

– la terza fase è quella del tentativo di restaurazione del capitalismo a qualsiasi costo: restaurazione su grande scala della proprietà privata dei mezzi di produzione e reintegro nel sistema imperialista mondiale; abolizione delle forme proprie del socialismo (via il partito comunista, via la bandiera rossa, via il sistema sovietico). Quest’ultima fase è caratterizzata dallo scontro violento tra chi vuole la restaurazione del capitalismo e chi è invece per riprendere la strada che conduce al comunismo. L’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale sono in questa situazione più o meno dal 1989 e lo scontro è tuttora in corso.

Se analizziamo la storia della RPC avendo ben presenti queste premesse, vediamo che dal 1976 la marcia verso il comunismo guidata da Mao Tse-tung viene interrotta e dalla prima fase la RPC entra nella seconda. Il PCC perde il suo carattere di classe e i dirigenti del partito e delle istituzioni non sono più scelti per la loro devozione alla causa del comunismo, ma per la loro efficienza. L’economia comincia a essere gestita secondo criteri aziendalistici, di profitto, invece che per produrre solo e quanto serve alle masse popolari. Il sistema sovietico e le organizzazioni di massa vengono esautorate, divengono semplici organi della pubblica amministrazione, anziché strumenti di partecipazione popolare alla gestione della società.

In Cina resta una forte economia pubblica gestita secondo criteri di profitto, il settore privato dell’economia si estende e produce una nuova classe di capitalisti, alcuni di essi accedono alle più alte cariche del Partito comunista. Rimane la bandiera rossa, ma al sostegno alle rivoluzioni di tutto il mondo si sostituisce la competizione economica con i gruppi imperialisti mondiali e l’integrazione nel mercato mondiale.
La natura della RPC è quella di un paese socialista che i revisionisti saliti al potere stanno riportando gradualmente verso il capitalismo. Non è un paese imperialista come gli USA o la Germania, ma non è neanche un paese socialista come lo era l’URSS di Lenin e Stalin che avanzava verso il comunismo e alimentava la rivoluzione proletaria in ogni angolo del mondo.

Questo ragionamento ci consente di tirare alcune conclusioni di carattere generale per superare entrambe le tesi che caratterizzano il dibattito sulla RPC fra i comunisti del nostro paese.
Come comunisti italiani abbiamo il compito di trarre dalla gloriosa esperienza della rivoluzione proletaria in Cina gli insegnamenti necessari a condurre vittoriosamente la rivoluzione socialista nel nostro paese.

Cento anni fa, in Italia, non si trattava di riprodurre meccanicamente quello che i comunisti di Lenin fecero in Russia, la questione era piuttosto quella di assimilare e usare la concezione del mondo che guidava Lenin e i comunisti russi.
Oggi – a maggior ragione – non si tratta di copiare quello che hanno fatto i revisionisti che guidano la RPC dalla morte di Mao Tse-tung in nome del fatto che la RPC è una grande potenza, ma assimilare la concezione che ha consentito a Mao e ai comunisti cinesi di trasformare un enorme paese arretrato in uno dei più importanti paesi socialisti del mondo.

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