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Dieci anni di mobilitazioni contro le Larghe Intese. Il sommovimento politico a cui dare sbocco

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Luglio 4, 2021
in Primo piano, Resistenza N. 7-8/2021
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Chi conserva un po’ di memoria storica del recente passato del nostro paese ricorda il sommovimento che prese il via dal referendum sul piano Marchionne che nel 2010 si svolse negli stabilimenti FIAT.
In ballo c’era la ristrutturazione di alcuni fra i principali stabilimenti alla quale si opponevano gli operai e, trascinata da loro, la FIOM.
Gli operai di Pomigliano furono i primi a votare “con la pistola puntata alla tempia”, cioè sotto la minaccia della chiusura dello stabilimento e della perdita del lavoro. Vinse il SÌ al piano Marchionne, ma il 36% degli operai votò NO.

Quel NO fu come una sveglia per la classe operaia italiana. Costrinse la FIOM ad assumere il ruolo di baluardo dei diritti degli operai, a raccogliere il malcontento contro il governo Berlusconi e a trasformare le diffuse preoccupazioni di “fare la fine della Grecia” (messa in ginocchio dal cedimento del governo Tsipras alla Troika) in combattività e protagonismo.
Fu una mobilitazione che partì dalle fabbriche, ma si estese al resto della società; che ebbe “fiammate” momentanee e momenti di reflusso, ma che, in generale, durò per anni, cambiando forme e contenuti man mano che si allargava e coinvolgeva nuovi e più ampi settori delle masse popolari.

Queste, in estrema sintesi, le tappe più importanti dell’intero processo che prende avvio dal NO al referendum sul piano Marchionne (2010):
– le grandi e combattive manifestazioni di Roma contro il governo Berlusconi (14 dicembre 2010 e 15 ottobre 2011),
– la vittoria dei referendum per la difesa dell’acqua pubblica, contro il nucleare e per la difesa dei beni comuni (giugno 2011),
– le manifestazioni contro il TAV (in particolare quella del luglio 2011 a Chiomonte),
– le campagne elettorali per le amministrative del 2011 culminate con l’elezione delle “giunte arancioni” a Milano e Napoli,
– le elezioni politiche del 2013 con l’affermazione straordinaria del M5S,
– la vittoria del referendum contro la riforma Renzi della Costituzione nel 2016,
– le elezioni politiche del 2018.

È con le elezioni del 2018 che l’onda lunga della mobilitazione originaria che prende le mosse da Pomigliano — ormai ben diversa per caratteristiche e portata — arriva ad aprire una breccia nel sistema politico delle Larghe Intese.

Nella trama di questi avvenimenti (e di altri che qui non riportiamo per limiti di spazio) si sono presentate almeno tre occasioni nelle quali le organizzazioni operaie e popolari avrebbero potuto imporre un loro governo, composto dagli esponenti in cui in quel momento riponevano fiducia (sono stati vari, nessuno di loro passerà alla storia per essere stato un fedayn della rivoluzione, ma tutti incarnavano in una certa misura il cambiamento tanto invocato dalle masse popolari: da Maurizio Landini a Rodotà, da Cremaschi a Grillo, da Margherita Hack a Ugo Mattei, a De Magistris…).

1. Nel 2011 il governo Berlusconi cadeva, assediato nelle piazze e preso di mira dal malcontento diffuso delle masse popolari. Tuttavia, mancò la spinta decisa a sostituirlo con un governo di emergenza delle masse popolari organizzate e da ciò trasse vantaggio la Troika (ricordate la “letterina” di Draghi e Junker che imponeva il programma economico?) che con la complicità di Napolitano installò Mario Monti a capo di un governo di tecnici.

2. Nelle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013, il M5S risultò il secondo partito in termini di voti e assunse un ruolo decisivo nel quadro politico, poiché rifiutava di sostenere le Larghe Intese nella formazione del governo.
Per “gestire la crisi” (in nome della “governabilità del paese”) la UE e i partiti delle Larghe Intese escogitarono allora la rielezione di Napolitano alla Presidenza della Repubblica, in modo da guidare la formazione di un nuovo governo (Governo Letta, 23 aprile 2013). Alla rielezione di Napolitano, Beppe Grillo chiamò le masse popolari alla mobilitazione contro il “golpe bianco” e le masse popolari risposero: da tutto il paese si apprestarono a partire per raggiungere Roma. Ma fu Grillo stesso a fare retromarcia e a spegnere le proteste per “senso di responsabilità”, avallando, in tal modo, la legittimità di Napolitano e le sue future scelte che portarono, di lì a poco, all’installazione del governo di Renzi (febbraio 2014).

3. Nel 2018, la vittoria alle elezioni politiche del M5S portò a un livello di sviluppo nuovo la mobilitazione iniziata otto anni prima: il M5S, che incarnava il cambiamento tanto atteso, raccolse i voti della classe operaia e di gran parte delle masse popolari. Solo la sua sottomissione ai riti e alle liturgie del sistema politico della classe dominante ha sbarrato la strada a un governo di minoranza formato da esponenti della società civile, partiti, movimenti in cui le masse popolari riponevano la loro fiducia e che attuasse il programma formulato sulla base delle loro principali rivendicazioni.

La concomitanza di tre aspetti ha impedito che la spinta prodotta dalle mobilitazioni della classe operaia e delle masse popolari trovasse uno sbocco unitario, positivo e di prospettiva nella costituzione di un governo di emergenza popolare:

– la formazione di un governo delle masse popolari organizzate NON era ancora un obiettivo cosciente e perseguito con determinazione dalla maggioranza di chi si mobilitava;
– la rete delle organizzazioni operaie e popolari era sì estesa, ma non al punto da incarnare una concreta alternativa alle autorità borghesi per quella parte delle masse popolari che ancora non erano organizzate;
– il livello di coordinamento delle organizzazioni operaie e popolari esistenti era ancora limitato.

In 10 anni sono cambiate molte cose: ci troviamo oggi alle prese con l’installazione di Draghi e l’accelerazione del programma di lacrime e sangue che la classe dominante vuole imporre alle masse popolari; con una crisi economica e sociale aggravata dalla pandemia; con una più diffusa precarietà e una crescente miseria…

La necessità di imporre alla classe dominante un governo di emergenza delle masse popolari organizzate è ancora più impellente e le condizioni sono complessivamente più favorevoli. Fra di esse citiamo qui solo la spinta alla rinascita del movimento comunista e gli appelli all’unità dei comunisti che si susseguono: avranno tanto più slancio quanto più saranno sostenuti dalla spinta a guidare gli organismi operai e popolari a formare un loro governo di emergenza.
Ciò che decide il futuro che abbiamo di fronte non sono le disquisizioni accademiche sull’esistenza o meno delle possibilità di costituire un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, ma il lavoro concreto per la moltiplicazione di organismi operai e popolari, per il loro coordinamento, per portarli ad assumere il ruolo di nuove autorità pubbliche.

Questo è il terreno su cui stiamo operando, un passo alla volta ma senza sosta, e a cui chiamiamo ogni organismo operaio e popolare, ogni partito comunista, ogni forza anti Larghe Intese a operare.

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