Mille focolai di lotta sono sorti in ogni angolo del paese contro le prime manovre di Draghi; alle vertenze esistenti (Whirlpool, ex-ILVA, logistica, ex-Embraco) se ne aggiungono di nuove (Alitalia); riprende la mobilitazione contro le grandi opere inutili e dannose e la devastazione ambientale.
Una battuta di arresto del governo anche in uno solo dei principali fronti avrà ripercussioni positive su tutti i focolai di resistenza e assesterà un duro colpo al processo di consolidamento di Draghi.

Il governo Draghi è una tigre, nel senso che i suoi attacchi ai diritti e alle conquiste, l’accelerazione che sta imprimendo all’attuazione del programma comune della borghesia imperialista, sono ferite dolorose per le masse popolari. Ma è una tigre di carta, nel senso che è instabile e che la sua forza e ferocia possono essere efficacemente contrastate: le misure che vuole imporre possono essere respinte e la resistenza, l’opposizione e la ribellione popolare possono portare alla sua cacciata.

A ostacolare il consolidamento di Draghi, possono essere tanto le contraddizioni tra la variegata compagine che sostiene il governo (le cui fazioni sono impegnate a difendere ognuna i suoi interessi particolari) quanto la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari che non accettano il suo programma di lacrime e sangue.
Se il governo Draghi casca principalmente per effetto del rafforzamento del movimento popolare, questo si tradurrà in un avanzamento dello schieramento delle masse popolari e in un passo avanti verso la costituzione del Governo di Blocco Popolare.
Se invece il governo Draghi casca principalmente ad opera di uno scontro interno alle Larghe Intese e ai vertici della Repubblica Pontificia questo comporterà solo il prolungamento di una crisi economica, politica e sociale rispetto a cui però la classe dominante non ha soluzioni e che quindi riproporrà con forza la questione del governo che serve al paese.

In entrambi i casi l’aspetto decisivo è l’azione dei comunisti. Non c’è soluzione alla crisi nell’ambito delle procedure, dei rituali e del teatrino della politica borghese: sta a noi comunisti determinare le condizioni affinché le organizzazioni operaie e popolari impongano il loro governo di emergenza.
Draghi non gode né del sostegno né della fiducia dei lavoratori e delle ampie masse. Questo è il suo tallone d’Achille. A questo punto debole se ne aggiungono altri, più specifici, su cui fare leva.

1. Il governo Draghi è intralciato dai contrasti tra i partiti che lo sostengono, ognuno dei quali cerca di favorire i propri settori sociali di riferimento e le sue congreghe locali per mantenere e aumentare il suo consenso. Il risultato è che Draghi è chiamato a dirimere ogni questione “caso per caso”, cioè a fare esattamente quello che Lega, Forza Italia e soci rimproveravano a Conte.

2. Il governo Draghi aumenta il Debito pubblico e promette di stanziare soldi per l’uno o l’altro settore dell’economia, ma questo non risolverà la crisi perché la crisi non è dovuta alla quantità di soldi che le autorità borghesi mettono in circolazione, ma alla natura del capitalismo. Non è certo perché mancano i soldi che Whirlpool chiude lo stabilimento di Napoli o che Stellantis sta dismettendo la produzione di autoveicoli nel nostro paese!
Gli ospedali pubblici sono sotto organico non perché mancano i soldi, ma perché i soldi vanno a quelli privati!
Non è vero che non ci sono i soldi, il paese ne è pieno, le banche ne sono piene: basta pensare che dal 2015 la BCE ha dato alle banche europee (tra cui quelle italiane) tra i 60 e gli 80 miliardi di euro al mese (il cosiddetto “quantitative easing”), una montagna di soldi!
I soldi ci sono, non ce ne sono mai stati così tanti, ma non sono nelle mani giuste, sono concentrati nelle mani di un pugno di capitalisti che li adoperano solo se possono fare altri soldi: per loro la produzione di acciaio, come di tavoli, di auto, ecc. è solo un mezzo per fare profitti, non per produrre quello che serve e nella quantità che serve. Se guadagnano di più speculando anziché facendo produrre, il gioco è fatto: smantellano le aziende, le chiudono. Questo è il meccanismo che porta alla paralisi della produzione e della distribuzione, alla paralisi dell’intera economia e dell’intera vita sociale. Per questo tutte le promesse di “risolvere la crisi aumentando i soldi” per una categoria o per l’altra e il Recovery Plan sono fuffa che ha l’unico scopo di permettere ai partiti borghesi di raccogliere consensi.

3. I partiti delle Larghe Intese e gli esponenti politici borghesi denunciano singoli aspetti del corso attuale delle cose che danneggiano i settori di cui si fanno rappresentanti e “paladini”, predicano riforme per eliminare questa o quella misura o per risolvere questo o quel problema. Tuttavia se le cose vanno come vanno, questo avviene per interessi precisi (e contrastanti) di alcuni gruppi della classe dominante a cui ognuno di loro obbedisce.
Le grandi opere inutili e dannose (come il TAV in Val di Susa e il TAP in Puglia) sono inutili per la grande massa della popolazione, ma a qualcuno servono!
Non fare lavori di manutenzione ordinaria senza i quali poi si schiantano funivie, autostrade e ponti a qualcuno serve!
I morti sul lavoro non sono una “tragica fatalità”, derivano dal fatto che le aziende funzionano per arricchire i padroni, quindi più spendono per la sicurezza e meno soldi intascano (per loro la “sicurezza è un costo insopportabile”)!
Quelli che denunciano il corso disastroso delle cose per guadagnare consensi non dicono mai (non possono dire) né perché le cose vanno così, né cosa occorre fare per neutralizzare quei gruppi e organismi che hanno interesse a fare andare le cose come vanno. Si lagnano soltanto, ma la situazione è talmente grave che le ampie masse hanno bisogno di soluzioni vere, non di sentirsi ripetere che “le cose non vanno bene”!

4. Ogni misura che il governo Draghi attua per accontentare una delle fazioni che lo sostiene (e dei settori delle masse popolari a cui quella fazione fa riferimento) finisce inevitabilmente per scontentarne un’altra o comunque crea problemi a un’altra. Così è, per esempio, per l’eliminazione del blocco dei licenziamenti che soddisfa le pretese di Confindustria, ma crea problemi ai sindacati di regime, che pure sono stati uno dei puntelli dell’installazione di Draghi.
Oppure, se si tratta di misure di compromesso, nel tentativo di “accontentare tutti” finisce con lo scontentare l’una e l’altra!

5. Riguardo alle nazionalizzazioni, il governo Conte 2 fingeva di nazionalizzare le aziende, mentre Draghi procede direttamente alla loro liquidazione. “Fingeva di nazionalizzare”, nel senso che Cassa Depositi e Prestiti o Invitalia
a) comprava pacchetti azionari di un’azienda lasciata o mandata in malora e garantiva la tenuta in Borsa dei suoi titoli (assicurando guadagni agli azionisti venditori e agli speculatori di Borsa);
b) “ristrutturava l’azienda” riducendo il personale e peggiorando le condizioni di lavoro (contrattuali e salariali) per rendere l’azienda appetibile ai pescecani della finanza, alle multinazionali, ecc.;
c) rivendeva sul mercato il proprio pacchetto azionario o al socio privato di Invitalia/Cassa Depositi e Prestiti o a nuovi capitalisti, che acquistavano a prezzi di saldo un’azienda da spremere o da usare nel gioco d’azzardo della speculazione finanziaria o per altri fini che comunque nulla hanno a che fare con la produzione di quello che serve al paese per funzionare.
In tutto questo il calvario dei lavoratori, lungi dall’essere risolto, veniva anzi prolungato.
Il governo Draghi rompe con questa finzione e agisce in maniera diretta e spietata: l’esempio più evidente è Alitalia.
Questa condotta meno ipocrita, ma più spietata, spinge però i lavoratori (e interi comparti e filiere) a farsi meno illusioni e quindi a mobilitarsi con maggiore decisione.

6. Il rinnovo dei vertici di Cassa Depositi e Prestiti, Ferrovie dello Stato, RAI e delle altre grandi aziende ed enti pubblici è un grande campo minato per la classe dominante. È il terreno su cui manovrano le Larghe Intese intenzionate a chiudere la breccia (rimuovere i dirigenti nominati dai governi Conte 1 e 2, in particolare quelli in quota M5S), ma è anche il terreno su cui si scontrano gli interessi particolari di tutti i partiti borghesi dal momento che la dirigenza di una grande azienda partecipata vuol dire appalti, commesse, soldi, ecc.

7. Le Larghe Intese non possono rimandare all’infinito elezioni dall’esito significativo. In molte delle principali città le elezioni amministrative si dovrebbero tenere nell’autunno 2021, mentre l’elezione del Presidente della Repubblica è prevista per febbraio 2022. Ad oggi non è detto che con un pretesto presentato come “causa di forza maggiore” (ad esempio una variante del Coronavirus) esse non siano rinviate. Nonostante le manovre e colpi di mano per evitare le elezioni, prima o poi però le elezioni dovranno esserci e il loro risultato dimostrerà inevitabilmente il crescente scollamento delle ampie masse dal sistema politico delle Larghe Intese, dai partiti borghesi e dai loro portavoce.

Sabato 26 giugno i sindacati confederali hanno organizzato tre grandi manifestazioni di piazza (a Torino, Firenze e Bari) per chiedere al governo di rinviare lo sblocco dei licenziamenti in scadenza il 30 giugno, la riforma degli ammortizzatori sociali e nuove politiche attive per il lavoro. A Torino era presente il segretario generale della CGIL Maurizio Landini, a Firenze Luigi Sbarra della CISL e a Bari Pierpaolo Bombardieri della UIL.
In piazza sono scese decine di migliaia di persone, a dimostrazione del fatto che i sindacati confederali hanno ancora un peso nel nostro paese e riescono a muovere una fetta importante dei lavoratori sindacalizzati. In ragione di ciò, anche noi come P.CARC ci siamo mobilitati per intervenire sui lavoratori presenti, molti dei quali erano scontenti delle posizioni assunte dai loro sindacati di appartenenza sulla questione delle morti sul lavoro, del rinnovo dei CCNL truffa, ecc.
Se c’è qualcuno che può e deve costringere Landini & Co. a fare dei passi avanti, questa è proprio la base dei sindacati confederali e lo si vede bene anche nel fatto che, in questi mesi, questi si sono ritrovati spesso a rincorrere le mobilitazioni promosse dai sindacati di base.

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