Dopo il cessate il fuoco tra Usa e Repubblica Islamica dell’Iran (8 aprile), le trattative sono proseguite in un clima di continue provocazioni e ultimatum da parte dell’amministrazione statunitense. Queste si sono però puntualmente infrante contro la ferma posizione di Teheran, rendendo sempre più chiaro cosa si celi dietro il continuo balletto di Trump tra concessioni e minacce: la crisi sempre più nera dei gruppi imperialisti Usa e sionisti che, per la prima volta nella storia recente, si trovano di fronte a una sconfitta così rapida e netta.
L’inquilino della Casa Bianca è ora in una situazione paradossale: non può accettare apertamente un trattato che sancisca la sua sconfitta, ma nemmeno riprendere la guerra senza subire gravi contraccolpi economici e politici. Le elezioni di medio termine, previste per il 3 novembre, sono dietro l’angolo, mentre il debito Usa va verso i 40.000 miliardi di dollari e la bolla finanziaria di Wall Street è ai massimi di sempre.
Insomma, Trump cammina sul filo di un rasoio. Oltre alla perdita di consensi e alla questione energetica, il pericolo è che la situazione alimenti una crisi di fiducia nelle capacità di tenuta degli Usa. Uno sviluppo potenzialmente disastroso nel contesto dell’ordine imperialista attuale, che si fonda sulla credibilità degli Stati Uniti come garanti del suo funzionamento.
Anche Israele vive una contraddizione analoga (della sua crisi abbiamo già parlato nell’articolo “La colonia di Israele sta collassando” pubblicato sullo scorso numero): ha ripreso su larga scala i bombardamenti, l’invasione e il massacro di civili in Libano, cercando così di uscire dall’impasse e trascinando nuovamente gli Usa nel conflitto. Un tentativo che non fa che aggravare la crisi politica di entrambi.
Dal canto suo, la Repubblica Islamica dell’Iran non si piega. Di fronte alle provocazioni Usa, ha risposto colpo su colpo. Ha ricacciato indietro le incursioni americane quando tentavano di rompere il blocco e ha mantenuto la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz. A queste misure ha accompagnato la minaccia – evidentemente molto efficace, al contrario di quelle di Trump – di rispondere a una nuova aggressione minando l’intero Golfo Persico e colpendo gli impianti energetici e di desalinizzazione dei paesi vicini. La nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, ha dichiarato che i paesi della regione “non serviranno più da scudo per le basi americane”.
La straordinaria resistenza della Repubblica Islamica dell’Iran è stata possibile anche in forza del fronte antimperialista che si è delineato a livello mondiale. Se i Brics, a causa del veto degli Emirati Arabi Uniti, non hanno potuto concordare una dichiarazione comune sul tema nel vertice di Nuova Delhi svoltosi a maggio, la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese continuano a fornire a Teheran sostegno militare, diplomatico ed economico. Hanno inoltre bloccato all’Onu le risoluzioni contro la Repubblica Islamica, mentre Pechino ha aperto una nuova tratta ferroviaria che raggiunge l’Iran aggirando Hormuz, con pagamenti in yuan. Entrambi spingono, infine, per una soluzione diplomatica che legittimi le richieste iraniane.
Da questa situazione nasce l’impasse degli imperialisti Usa e quindi le sceneggiate con cui Trump cerca di barcamenarsi: ultimatum che scadono senza conseguenze, trattative accompagnate a minacce dai toni apocalittici, grotteschi tentativi di presentare la sconfitta come una vittoria. Un balletto con il quale tenta disperatamente di vendere come un trionfo quella che è palesemente una ritirata. Fino al teatrino sul memorandum d’intesa proposto da Teheran a fine maggio e concordato tra funzionari iraniani e statunitensi.
Quando sembrava che per l’accordo definitivo mancasse solo la firma del presidente, Trump si è trovato costretto a rifiutarlo. Fonti iraniane hanno infatti smontato il castello di bugie con cui cercava di presentarlo come un suo trionfo, rivelando i reali termini del memorandum.
Questi consistevano in una totale disfatta per Washington, descritta da diversi senatori repubblicani (Wicker, Graham, Cruz) come una vera e propria “umiliazione”. Nessuna decisione sul nucleare, ritiro della marina statunitense, Hormuz riaperto ma “sulla base delle misure di sicurezza che Teheran prenderà”, sblocco di 12 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Il balletto è quindi ricominciato più grottesco di prima.
Insomma, gli imperialisti Usa e sionisti hanno cominciato la guerra contro l’Iran per piegarlo, per spazzare via un paese che resiste al loro dominio e che alimenta l’asse della Resistenza in tutto il Medio Oriente, convinti che bastasse assassinare i vertici politici e militari per gettare il paese nel caos, come avevano già fatto in Siria, in Libia e prima ancora in Iraq e Afghanistan. Si trovano ora in ritirata, costretti a trattare in posizione di debolezza, per risolvere problemi (chiusura di Hormuz, crisi energetica) che prima della guerra non erano affatto tali: la crisi dei caporioni dell’imperialismo avanza.




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