Lo scorso febbraio le autorità venezuelane hanno arrestato Alex Saab, ricercato dagli Usa per riciclaggio e corruzione. Il 17 maggio lo hanno estradato a Miami.
Alex Saab è stato ministro del Venezuela bolivariano, un perno delle manovre per aggirare le sanzioni a cui il paese era sottoposto. E per questo nel 2020 era già stato rapito dagli Usa e per la sua liberazione si era sviluppata una vasta campagna internazionale – capeggiata direttamente da Maduro – che nel 2023 aveva spinto Biden a concedergli la grazia.
Innegabilmente il suo arresto è un ulteriore “scossone” nei sommovimenti in corso dopo il rapimento di Maduro a opera degli Usa a inizio gennaio.
Per la propaganda di regime l’arresto di Alex Saab sarebbe un’arma che l’amministrazione Usa intende usare per consolidare le accuse contro Maduro e arrivare a una condanna altrimenti non scontata. Che sia fondata o meno, questa è la voce della propaganda del nemico.
Vero è che l’arresto di Saab ha provocato un’immediata reazione fra coloro che, anche in Italia, promuovono analisi e tesi liquidazioniste sulla rivoluzione bolivariana: sarebbe la dimostrazione definitiva del tradimento a opera di Delcy Rodríguez.
Non abbiamo elementi per sostenere questa tesi, come del resto non ne ha, almeno di solidi, neppure chi la promuove.
Non abbiamo elementi neanche per sostenere il contrario e infatti non lo facciamo.
Abbiamo gli elementi per riconoscere, invece, che in Venezuela è in corso una lotta sempre più aperta e dispiegata fra i promotori della linea secondo la quale “per difendere le conquiste della rivoluzione bolivariana bisogna scendere a patti con il nemico” e i promotori della linea secondo la quale “per difendere le conquiste della rivoluzione bolivariana bisogna ottenerne di nuove e avanzare”.
Nessuna delle due linee, per la verità, esclude a priori la possibilità di compromessi, di momentanee ritirate e circoscritti “patti con il nemico”.
Beninteso, la lotta fra queste due linee non è iniziata il 3 gennaio, quando gli Usa hanno rapito Maduro e sua moglie, ma era già in corso. Ma dal 3 gennaio sono mutate le condizioni in cui si sviluppa e, inevitabilmente, si acuisce.
La questione che riguarda e investe i comunisti e gli antimperialisti italiani NON è sposare o contrastare la tesi che il Venezuela bolivariano sia spacciato in conseguenza del tradimento di questo o quel gruppo di potere.
La questione è fare quello che è in nostro potere, nelle condizioni date, per sostenere la posizione avanzata e “di sinistra”, quella che indica nella continuazione e nello sviluppo della rivoluzione bolivariana il futuro del Venezuela.
Sul come si fa ad assumere questo ruolo in Italia è giusto e utile sviluppare un confronto e un dibattito fra organizzazioni, reti, coordinamenti, ecc.
Sul come e cosa non si deve fare è invece abbastanza chiaro che alimentare la propaganda disfattista e liquidazionista è sbagliato. Non in senso astratto, ma concreto perché porta a un unico risultato: il rafforzamento della propaganda del nemico (e delle condizioni in cui il nemico opera in Venezuela e in Italia).
Non dobbiamo tifare, né mostrare la realtà per migliore o peggiore di quella che è.
Non dobbiamo alimentare opinionismi che, nel migliore dei casi, lasciano il tempo che trovano.
Possiamo fare invece, fin da ora, alcune cose relativamente semplici.
– Far conoscere alle masse popolari italiane le conquiste della rivoluzione bolivariana, in modo che sia più chiaro il valore di questa esperienza e il motivo per cui il Venezuela è attaccato.
– Propagandare e sostenere la resistenza delle masse popolari venezuelane e portarla come esempio di organizzazione e partecipazione alla vita politica e sociale in un paese costantemente ricattato, impoverito, destabilizzato.
– Promuovere la mobilitazione per impedire che il governo e le autorità italiane partecipino ai progetti di saccheggio del Venezuela (con l’Eni, ad esempio), indebolendo il contributo dell’Italia al colonialismo Usa.
– Concentrare gli sforzi nella lotta per rovesciare in Italia il governo dei servi degli Usa, dei sionisti e della Ue.
Nel contesto della realizzazione delle cose che si possono fare ogni spunto di dibattito, ogni “problematizzazione”, ogni scetticismo è non solo legittimo, ma persino salutare. Nel contesto dell’opinionismo diventa invece deleterio.
Nell’articolo a pag. 1 “Imparare a pensare come chi si vuole liberare” sosteniamo che la lotta di classe è una guerra di posizione. È una verità universale che riguarda non solo l’Italia, ma anche il Venezuela.
Per questo insistiamo: l’approccio di fronte ai sommovimenti in Venezuela, gli sbandamenti che portano a liquidare la rivoluzione bolivariana, gli estremismi per i quali viene data per spacciata e conclusa hanno molto a che vedere con l’analisi che si fa della lotta di classe e del movimento rivoluzionario del nostro paese.
Il nesso è evidente: quelli che sostengono che “in Italia non ci sono le condizioni per la rivoluzione socialista” sono gli stessi che si appassionano per le rivoluzioni negli altri paesi, salvo bollarle come fallimentari quando le cose non vanno secondo le loro aspettative…




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