Un anno fa pubblicammo le interviste a due madri in lotta per avere giustizia per i loro figli uccisi sul lavoro: Monica Michielin, madre di Mattia Battistetti, e Maruska Ambrosini, madre di Mirko Serpelloni.
A un anno di distanza si è concluso il primo grado del processo per Mattia, con l’assoluzione dei padroni e le condanne di alcuni dipendenti.
È ancora in corso il processo per Mirko. Dopo una prima vittoria con la condanna di Bettinelli, titolare della ditta dove lavorava, ora alla sbarra è il padrone della Errepi Interni di Manerbio (BS), la ditta committente presso cui è avvenuto l’omicidio.
Maruska, puoi dirci brevemente come sta andando il processo e a che punto siamo ora?
In questo anno trascorso si è concluso il processo a carico di Saverio Bettinelli, responsabile della sicurezza presso la Bettinelli group, con una condanna a 3 anni e 4 mesi, al rimborso delle spese legali e a una provvisionale da pagare ai familiari, di cui a tutt’oggi non è stato versato nemmeno un euro. Ci tengo a precisarlo perché voglio fare nome e cognome della persona che non ha avuto rispetto per Mirko né da vivo né da morto.
Attualmente si sta svolgendo il processo a carico del committente. Si sono svolte tre udienze: una tecnica, una con i testimoni dell’accusa, e quella del 15 aprile con i testimoni della parte civile. Manca l’udienza del 17 giugno, dove verranno sentiti i testimoni della difesa e l’imputato stesso.
Anche qui apro una parentesi: l’imputato è dal 13 novembre che sapeva di dover testimoniare, ha avuto tutto il tempo per organizzarsi, ma proprio il 15 aprile era fuori per lavoro…
Il 18 giugno il giudice stabilirà le date finali, sicuramente dopo l’estate. Dovremo ancora aspettare. Sono positiva e soddisfatta di come sta andando il processo finora, ma aspetto la fine, perché non si può mai sapere.
A ogni udienza tu, con tua figlia e altri continuate a promuovere presidi fuori dal tribunale e partecipate a varie iniziative per far conoscere la storia di Mirko, per alzare l’attenzione sugli omicidi sul lavoro e per appellarvi ai lavoratori, invitandoli a organizzarsi e a lottare. Come sta proseguendo la vostra lotta in questo senso?
Abbiamo da subito iniziato questo percorso per sensibilizzare sull’argomento morti sul lavoro. Durante i processi organizziamo presidi con vari cartelloni che riportano le statistiche e i numeri della strage, che continua in tutta Italia.
Nel nostro piccolo facciamo quello che possiamo, ma spero tanto che un giorno si possa riempire una piazza. Quel giorno potrò dire di essere riuscita nel mio intento di sensibilizzare le persone. Le cosiddette morti bianche, di bianco non hanno proprio nulla. Sono morti tragiche e piene di sofferenza, se pensiamo in che modo violento avvengono.
Io continuerò anche sola, se necessario, perché c’è bisogno di dare voce a chi voce non l’ha più. Ormai questa è la mia “missione”. I miei figli mi hanno sempre vista lottare senza arrendermi e soprattutto adesso non posso deluderli.
Oltre che per il processo, organizziamo dei presidi anche per il 28 aprile (giornata mondiale per la salute e sicurezza sul lavoro) e per il 13 ottobre (giornata nazionale contro le morti sul lavoro). Inoltre partecipo a vari progetti nelle scuole e a varie iniziative organizzate da gruppi sindacali, politici e da collettivi, tutte persone conosciute durante i presidi.
Nel corso di quest’anno sei entrata a far parte del coordinamento “Fare rete contro la repressione politico-sindacale”. Perché hai deciso di aderire? Questa adesione ha rafforzato la vostra lotta?
Il comitato Fare rete contro la repressione politico-sindacale l’ho conosciuto in un incontro a cui sono stata invitata da voi del P. Carc e colgo l’occasione per ringraziarvi per il sostegno, il pensiero e la partecipazione fisica.
Quello che mi ha portato ad aderire sono stati i racconti di persone da tutta Italia che non si conoscevano, ma che per la causa si sono uniti a prescindere dagli orientamenti sindacali. Persone come me, che sostengono le lotte contro le ingiustizie di qualsiasi tipo riguardanti il mondo lavorativo.
Mi sono sentita appoggiata e ora ai nostri presidi partecipano anche delegati sindacali, attivisti e lavoratori di fuori Brescia. È un gruppo di persone attive e sensibili alla situazione lavorativa, sempre più negativa in tutti i sensi. Credono in quello che stiamo portando avanti e di conseguenza non mi lasciano sola. Io credo che la nostra lotta in tribunale un giorno servirà a un’altra famiglia quando dovrà difendere il proprio caro.






