Nei mesi scorsi la Sezione antiterrorismo della Questura di Milano ha condotto serrate indagini sui fatti accaduti il 28 settembre 2024.
Dopo aver passato al setaccio video, audio e articoli dei giornalacci di regime, gli agenti dell’antiterrorismo hanno accusato nove persone, di cui sette membri del P.Carc, del reato di istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica o religiosa (art. 604 del codice penale), istigazione a delinquere (art. 414), per alcuni in concorso (art. 81), con l’aggravante, fra le altre possibili, che il reato è avvenuto nel contesto di manifestazioni pubbliche (art. 339).
Per chi si chiede cosa è successo il 28 settembre 2024 a Milano, riportiamo i tre episodi cui fa riferimento la Sezione antiterrorismo della Questura.
Al pomeriggio si è svolto uno dei numerosi cortei in solidarietà al popolo palestinese e nello spezzone del P.Carc sono stati esposti dei cartelli con le fotografie di alcuni dei lugubri personaggi che prestano servizio per l’entità sionista in Italia abusando del ruolo che, almeno per alcuni di loro, la Costituzione prevede sia svolto “in nome del popolo italiano”.
Oltre alla foto, e associata a essa, sui cartelli erano riportate citazioni di frasi che ognuno di quei personaggi aveva pronunciato e per le quali si è qualificato come agente sionista. Agente sionista era, infatti, la definizione scritta accanto alla foto e alla citazione.
Questo basta per essere accusati di istigazione a delinquere motivata da odio razziale (!).
Alla testa del corteo si è consumato il secondo “reato”. Nei loro interventi al microfono tre persone hanno rivendicato il diritto costituzionale a manifestare il successivo 5 ottobre a Roma, nonostante i divieti imposti dal Ministro dell’interno e dagli altri nostalgici dei podestà e dei Tribunali speciali.
Dichiarare la disponibilità ad attuare l’art. 17 della Costituzione, nonostante divieti strumentali, illegittimi e illegali, vale l’accusa di istigazione a delinquere.
Il terzo “episodio criminoso” la Sezione antiterrorismo di Milano lo ha riscontrato dopo aver visto i video pubblicati su Facebook del dibattito che si è svolto la sera del 28 settembre a Milano, durante la Festa della Riscossa Popolare. Durante il dibattito due degli indagati sono stati individuati per aver esercitato l’art. 21 della Costituzione, quello che garantisce (garantiva? Garantirebbe?) il diritto alla libertà di parola e di espressione.
Noi non sappiamo ancora se esiste nel Tribunale di Milano un magistrato disposto ad accogliere le “prove” della Sezione antiterrorismo della Questura per istituire un processo su questi presupposti.
Sappiamo che la Questura di Milano dovrebbe impegnarsi a indagare di più e meglio sui rapporti fra poliziotti e spacciatori (Rogoredo parla chiaro!) e riservare il suo zelo a quei casi in cui le due figure combaciano.
Sappiamo che un processo basato sui presupposti posti dalla Sezione antiterrorismo della Questura di Milano sarebbe un faro che squarcia la coltre di ipocrisia sulla vittoria della Costituzione dopo la vittoria del NO al referendum sulla giustizia.
E sappiamo anche che un eventuale processo, basato su questi presupposti, sarebbe occasione per portare in tribunale almeno alcuni dei soggetti ritratti in quei cartelli in modo da costringerli a rendere conto delle loro dichiarazioni.
Sarà il tribunale a chiarire i motivi per cui sotto processo c’è chi attua la Costituzione e non i sostenitori di un genocidio…
“La parola genocidio io l’ho conosciuta, adesso viene usata per parlare di qualsiasi cosa (…). Dire che Israele commette un genocidio è una bestemmia” – Liliana Segre, Senatrice a vita della Repubblica.
“Se Israele non avesse una reazione forte e proporzionata a una tale offesa metterebbe a rischio il suo stesso futuro” – Guido Crosetto, Ministro della difesa della Repubblica Italiana.

Vedremo nelle prossime settimane se il Tribunale di Milano è disposto ad assecondare la Sezione antiterrorismo della Questura. Intanto un fatto è già emerso ed è chiaro come il sole.
Queste denunce sono una rappresaglia per la Lista degli agenti dell’Entità sionista in Italia e dei loro collaboratori pubblicata dal (n)Pci. Gli agenti sionisti non l’hanno ingoiata e non ingoiano il fatto che, nonostante la criminalizzazione mediatica, i patetici tentativi di presentarla come “una minaccia” e una “intollerabile forma di violenza”, quella lista circola e raccoglie la più completa ricostruzione della capillare penetrazione degli agenti sionisti nei vertici delle istituzioni, della politica, del sistema mediatico, dell’apparato economico e finanziario italiano.
Soggetti che agiscono (agenti) non nell’interesse dell’Italia e delle masse popolari italiane, ma nell’interesse di un’entità estranea che sta conducendo un genocidio e alimenta ovunque nel mondo i focolai della Terza guerra mondiale (sionisti).
Sì, sarebbe senza dubbio un bel processo.
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Anche l’avviso di chiusura delle indagini è occasione di mobilitazione
Siamo convinti che tenersi ognun per sé le conseguenze della repressione sia sbagliato.
Siamo convinti che aspettare che inizi un eventuale processo per iniziare la denuncia pubblica e la mobilitazione sia sbagliato.
Per questo motivo i compagni e le compagne che sono già stati raggiunti dalla comunicazione di chiusura delle indagini hanno denunciato pubblicamente il procedimento (videomessaggi, interventi in iniziative e presidi, ecc.) e in varie occasioni il ritiro stesso della documentazione in Questura è diventato un fatto pubblico e collettivo.
I promotori della repressione provano sempre a intimidire, isolare, scoraggiare il singolo compagno o la singola compagna: costruire il “muro di solidarietà” fin da principio – fin dal ritiro della documentazione – è un modo per legare le mani al nemico e infondere forza e fiducia a chi è colpito dalla repressione.
Non aspetteremo che sia istituito il processo per iniziare la mobilitazione.
La mobilitazione è già iniziata: per impedire che il processo sia istituito e usare anche questa fase per accrescere le nostre forze.
Anche la lotta alla repressione è guerra di posizione: smontare la montatura prima che arrivi in tribunale fa parte delle manovre da compiere.
Se il processo non inizierà avremo ottenuto un pieno successo. Qualora iniziasse, lo affronteremo da una posizione più favorevole.
In entrambi i casi vale il principio che il processo è contro “di noi”, contro il movimento comunista, operaio e popolare, ma sul banco degli imputati ci sono loro, i mandanti e gli esecutori!






