Questo momento è davvero diverso dalle precedenti invasioni israeliane del Libano? Dal 1978 al 1982, dal 1996 al 2006, abbiamo già assistito alla nudità di questa ambizione territoriale. In passato, i leader israeliani parlavano di “zone di sicurezza” e “aree cuscinetto” con almeno una patina di necessità temporanea. Oggi il linguaggio è quello della permanenza. Smotrich ha esplicitamente paragonato il piano al progetto annessionistico in Cisgiordania, dove Israele ha trascorso decenni a fare a pezzi la terra palestinese, e Katz ha invocato il “modello di Rafah e Beit Hanun a Gaza” — la cancellazione totale di quartieri con i bulldozer. Il progetto non è improvvisazione. È l’esportazione di un metodo perfezionato altrove.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha presentato un formale ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, avvertendo che queste azioni “rappresentano una grave minaccia alla sovranità del Libano, alla sua integrità territoriale e ai diritti dei suoi cittadini, e violano il diritto internazionale, il diritto internazionale umanitario e la Carta delle Nazioni Unite”. Il ricorso si aggiungerà alla lunga lista di documenti che l’impero archivia, legge e ignora.
E dove sono le voci dell’Occidente? L’Ue si è ancora una volta limitata a dichiarazioni che invocano la “moderazione”. Gli Stati Uniti hanno espresso “preoccupazione”. Il solito coro di organizzazioni per i diritti umani ha prodotto i soliti rapporti. L’Oms ha documentato almeno 64 attacchi a strutture sanitarie in Libano dall’inizio dell’escalation, con 51 morti e 91 feriti. Ma nulla di tutto questo conta. Nulla di questo ferma una singola bomba. Perché il silenzio dei potenti non è un fallimento comunicativo: è una politica. Le stesse capitali europee che si sono affrettate a sanzionare la Russia per l’invasione dell’Ucraina non trovano le parole per condannare il discorso aperto sull’annessione di territorio libanese; gli stessi governi che si ergono a paladini dell’”ordine basato sulle regole” non hanno nulla da dire quando il loro alleato fa saltare ponti e dichiara nuovi confini.
Il popolo del Libano meridionale ha già visto questo film. Ricorda il 1982, quando Israele invase e occupò il Sud per diciotto anni. Ricorda il 2000, quando la resistenza di Hezbollah costrinse finalmente le forze di occupazione a ritirarsi. Ricorda il 2006, quando un’altra invasione portò un’altra guerra e un altro ritiro. Sa cosa si sta tentando, e non se ne va. Gli sfollati che sono fuggiti non sono andati via per sempre: aspettano nei rifugi, nelle scuole, nelle case dei parenti, seguono le notizie, attendono il momento in cui potranno tornare. Alcuni si sono rifiutati di partire del tutto.
Questa è la realtà che l’impero non riesce a calcolare. Puoi bombardare un popolo. Puoi sfollarlo. Puoi distruggere i suoi ponti, i suoi ospedali, le sue case. Ma non puoi bombardarlo fino a fargli dimenticare che quella terra è la sua, e non puoi bombardarlo fino a fargli accettare l’annessione come liberazione.
Le colline del Libano meridionale bruciano. Un milione di persone sono sfollate. Il discorso sull’annessione non è più solo un discorso, ma una politica che si attua con bulldozer e bombe. Eppure Hezbollah distrugge carri armati a dozzine, i giornalisti continuano a filmare, e il popolo si rifiuta di cedere il proprio futuro. La domanda non è se Israele riuscirà a prendere il Libano meridionale. Ci ha già provato, e ha già fallito. La domanda è se il mondo avrà finalmente il coraggio di dire: basta.
Tratto da
“La catastrofe silenziosa del Libano del Sud” di Deaglan 0’Mulrooney – 29 marzo 2026, pubblicato il 30 su Invictapalestina.org






