La vertenza legata alle appaltatrici di Stellantis è cominciata nel dicembre 2024 quando il gruppo Agnelli-Elkan aveva annunciato che non avrebbe rinnovato la commessa nei servizi della logistica negli stabilimenti italiani, motivandola con la volontà di internalizzare le attività svolte.
Gli operai, con la lotta e il sostegno dei sindacati, sono riusciti a guadagnare tempo e a strappare il rinnovo della commessa per un anno, bloccando così la procedura di licenziamento avviata da Trasnova che aveva coinvolto anche i lavoratori delle subappaltatrici Logitech e Teknoservice.
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Il 31 dicembre 2025 però la commessa è scaduta e Trasnova ha presentato il conto riavviando la procedura di licenziamento collettivo per 232 lavoratori: 94 di Trasnova, 90 di Logitech e 48 di Teknoservice impiegati negli stabilimenti di Pomigliano d’Arco (95), Melfi (78), Cassino (45) e Mirafiori-Rivalta (14).
La vertenza è tornata al Mimit, dove l’11 marzo Trasnova, Logitech e Teknoservice hanno confermato l’intenzione di non ritirare le procedure di licenziamento senza ricorrere agli ammortizzatori sociali e senza presentare un piano strutturato di ricollocazione, nonostante sia emerso che Teknoservice avrebbe ottenuto nuovi subappalti proprio nella provincia di Frosinone. Tra i potenziali nuovi investitori inoltre c’è solo la Napoli Uno srl, azienda che si occupa del trasporto a temperatura controllata che però ricollocherebbe solo 20 lavoratori su 232.
Questa linea ha portato Fiom, Fim, Uilm, Fismic, Uglm, Aqcfr a denunciare una gestione della crisi interamente scaricata sui lavoratori e a proclamare sciopero del settore che si è svolto il 20 marzo. La giornata di mobilitazione ha coinvolto grossa parte dei lavoratori dei principali poli produttivi interessati, da Pomigliano a Melfi, da Cassino a Mirafiori e si è tradotto in presidi e iniziative nei territori. In diversi siti produttivi sono state inoltre annunciate ulteriori ore e giornate di sciopero contro un’emergenza occupazionale e produttiva senza precedenti che rappresenta una delle manifestazioni più evidenti della smobilitazione di Stellantis dall’Italia.
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Da 16 mesi gli operai Trasnova, Logitech e Teknoservice chiedono alle istituzioni di dare delle soluzioni. Ma le soluzioni che vanno nei loro interessi possono arrivare solo da un governo che si mette al servizio dei lavoratori e a essi risponde del suo operato.
Nell’immediato allora, per salvare i 232 posti di lavoro dell’indotto Stellantis la mobilitazione degli operai deve proseguire con l’obiettivo di trovare dal basso soluzioni creative, che permettano di tenere in mano l’iniziativa e avere fiducia nelle proprie forze per impedire lo stillicidio di posti di lavoro e rispedire al mittente l’eventuale ricatto della riconversione delle aziende alla produzione bellica o alla logistica di guerra.
In questa lotta gli operai non hanno una sola strada davanti! Dall’esperienza del movimento operaio la lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo, contro chiusure e delocalizzazioni emerge che sono almeno quattro le strade da percorrere per tenere “salvare i posti di lavoro”:
1. La prima di queste è l’autogestione della produzione e l’autorganizzazione del lavoro. Si tratta di una via apparentemente complessa perchè chiama gli operai a occuparsi di ogni ambito della direzione e organizzazione della produzione. Ha però l’aspetto positivo di porre l’iniziativa completamente nelle mani dei lavoratori e delle masse popolari. La gestione delle aziende non è un’arte che gli operai già conoscono, ma è un’arte che possono imparare. Nell’immediato devono mettere all’opera tecnici e professionisti che lavoreranno secondo direttive stabilite dagli operai organizzati e dovranno anzi rendere conto agli operai della loro attività e formare gli operai alla gestione delle aziende.
2. La seconda è l’intervento sulle amministrazioni locali per imporre la parola d’ordine “lavoro utile e dignitoso per tutti”. La società è allo sbando, sono tantissimi i lavori di pubblica utilità necessari per fare fronte al dissesto idrogeologico, all’abbandono dei territori e delle strutture pubbliche (scuole, ospedali, ecc.) e le emergenze sociali che richiedono manodopera per la costruzione di nuovi alloggi, la messa in sicurezza dei quartieri e le bonifiche di zone e aree inquinate. Tutti lavori che possono essere condotti ampliando le attività delle aziende pubbliche e partecipate, o creandone di nuove. Una lotta che alimenterà il sostegno del resto delle masse popolari in lotta per tutte queste emergenze.
3. La terza è quella di trovare nuovi capitalisti e investitori che rilevano l’azienda o assuma gli operai dell’azienda in chiusura. In questo gli operai con la mobilitazione possono costringere le istituzioni locali e nazionali a trovare capitalisti disponibili ma possono anche muoversi direttamente. Ci sono paesi economicamente forti e potenzialmente interessati che il governo italiano difficilmente prenderà in considerazione ma che gli operai possono tirare in ballo come la Repubblica Popolare Cinese, la Federazione Russa e altri.
4. La quarta è la nazionalizzazione. Questa via presuppone un governo che voglia nazionalizzare, quindi con un governo espressione delle larghe intese (a guida Fratelli d’Italia o PD) la nazionalizzazione può essere solo un’eccezione che di solito consiste nel rilevare l’azienda, scaricarne i debiti sul debito pubblico dello Stato e rivenderla ad altri capitalisti fino alla prossima crisi. Una nazionalizzazione seria e inserita in un piano industriale nazionale presuppone un nuovo governo del paese, un governo di emergenza popolare espressione del movimento operaio e popolare.
È lo stesso percorso che hanno intrapreso i lavoratori della ex GKN dal 2021, quando lo stabilimento che lavorava su commissione di Stellantis è stato chiuso da un fondo di investimento straniero. La loro vertenza è un punto di riferimento per tutti i lavoratori dell’automotive del paese. Un esempio da insegna come mettere al centro le soluzioni elaborate dai lavoratori organizzati e lottare per imporne l’applicazione da parte dei rappresentanti delle attuali istituzioni. È un metodo valido per costringerli al cambiamento. O fanno ciò che indicano i lavoratori e le masse popolari o vanno cacciati!
Chi non lotta ha già perso ma per vincere sono necessarie alcune condizioni:
1.che gli elementi decisi a vincere si coalizzino e prendano in mano la direzione della lotta (non la linea del meno peggio, ma la linea del combattere e vincere). Per riuscire a vincere non è sufficiente volerlo, ma di certo non si vince se chi dirige la lotta non è deciso a farlo. Là dove gli elementi più avanzati non sono già organizzati, il primo passo è raccoglierli in un organismo, ufficiale o informale, in modo da coalizzarli, individuando i punti di forza su cui far leva e gli aspetti negativi da neutralizzare, definire la linea e i passi da fare, dividersi i compiti;
2. non farsi legare le mani dalle leggi e dalle regole della classe dominante e dal senso comune (“si è sempre fatto così”). Decidere in piena autonomia quali sono, caso per caso, i metodi di lotta più efficaci e sostenibili, a prescindere dalla loro legalità. L’unico principio valido è che è legittimo tutto quello che serve agli interessi dei lavoratori, anche se è vietato dalle leggi dei padroni e delle loro autorità;
3. tenere in mano l’iniziativa senza lasciare tregua al nemico (non attestarsi sulla difensiva; bando all’attendismo). Rispondere colpo su colpo agli attacchi della classe dominante e delle sue autorità non basta! Si tratta di organizzarsi per prevenire e anticipare le sue mosse e continuare a organizzarsi e mobilitarsi con autonomia e costanza a prescindere da quello che il nemico fa o non fa;
4. costruire attorno alla lotta una fitta e ampia rete di alleanze anche uscendo dall’azienda, dalla scuola, dal territorio, ecc. Ogni lotta se esce dal proprio ambiente può fungere da catalizzatore del malcontento generale e alimentare la mobilitazione. In questo modo può raccogliere sostegno e solidarietà su vasta scala. Quanto più la solidarietà è estesa, tanto più diventa un’arma potente per la vittoria;
5. usare ogni appiglio per rafforzare il nostro campo e isolare il nemico (“metterne dieci contro uno”), a cominciare dalle contraddizioni in campo nemico. La classe dominante non può governare il paese senza un certo grado di consenso o almeno di indifferenza delle masse popolari. Sono loro il suo tallone d’Achille! Bisogna fare leva su questo aspetto, spingendo personaggi pubblici, esponenti politici, dirigenti sindacali, amministratori locali, ecc. a sostenere concretamente la lotta, anche mettendoli in competizione l’uno con l’altro.



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