sabato, Giugno 6, 2026
  • Login
Partito dei CARC
  • P.CARC
    • Chi siamo
    • Tesseramento
    • Contatti
    • Documenti approvati dal VI Congresso Nazionale (2023)
    • Approfondimenti
    • (nuovo)PCI
  • Resistenza
    • Abbonamento
    • Archivio
  • Propaganda
    • Comunicati nazionali
    • Dai territori
    • Locandine e manifesti
    • Volantini nazionali
  • Relazioni Internazionali
  • Fai una donazione
    • Dai un sostegno economico
    • 5X1000 all’Associazione Resistenza
  • Edizioni Rapporti Sociali
    • Catalogo on line
  • Newsletter
No Result
View All Result
  • P.CARC
    • Chi siamo
    • Tesseramento
    • Contatti
    • Documenti approvati dal VI Congresso Nazionale (2023)
    • Approfondimenti
    • (nuovo)PCI
  • Resistenza
    • Abbonamento
    • Archivio
  • Propaganda
    • Comunicati nazionali
    • Dai territori
    • Locandine e manifesti
    • Volantini nazionali
  • Relazioni Internazionali
  • Fai una donazione
    • Dai un sostegno economico
    • 5X1000 all’Associazione Resistenza
  • Edizioni Rapporti Sociali
    • Catalogo on line
  • Newsletter
No Result
View All Result
Partito dei CARC
No Result
View All Result

[Firenze] Intervista a Carlo Volpi su CdF Olivetti e lotta all’apartheid in Sudafrica

Federazione Toscana by Federazione Toscana
Marzo 22, 2026
in Federazione Toscana
A A
0
0
SHARES
72
VIEWS
CondividiShare on TwitterInvia

Abbiamo parlato con Carlo Volpi dell’esperienza del Consiglio di Fabbrica della Olivetti e in particolare del boicottaggio che venne praticato nei confronti del regime sudafricano che era responsabile dell’apartheid.

Emerge bene il ruolo dei lavoratori e del loro Consiglio di Fabbrica nell’orientare e far prendere posizione alla azienda stessa, mostra il loro protagonismo e le profonde ripercussioni che possono avere le loro azioni a livello politiche: un parallelo che oggi possiamo ragionare per quanto riguarda i sionisti e gli imperialisti USA, responsabili dell’ennesima aggressione militare di stampo criminale perpetrata in queste settimane contro la Repubblica dell’Iran.

Carlo, ti chiedo di fare un breve riassunto del contesto storico in cui ciò avvenne

L’Olivetti è stata una grande azienda di sistemi per ufficio, una storia centenaria che possiamo riassumere in un’epoca che inizia dai primi del Novecento, l’ingresso e il passaggio dalla produzione di strumenti di precisione, alle macchine da scrivere e poi ai sistemi complessi da ufficio, prima nell’elettromeccanico e poi sempre più negli anni Cinquanta nell’elettronica.

Questa esperienza è stata segnata da vicende alterne nella gestione: legata prima a Cammillo Olivetti e poi ad Adriano Olivetti, e infine a una società anonima che alla fine è stata controllata da Carlo De Benedetti. Quindi si parla di una società che ha avuto un andamento internazionale (se non da multinazionale) con una presenza commerciale in tutto il mondo e di produzione in Giappone, Singapore, Messico, Sudafrica. Perfino in Angola dopo la liberazione. Il reparto internazionale ha vissuto alcuni episodi che hanno reso importante la posizione politica dell’azienda.

Voglio precisare che quando si parla di consiglio di fabbrica, si parla di ciò che avviene sostanzialmente dopo il 1970, perché fino ad allora le rappresentanze dei lavoratori erano prevalentemente orientate a quelle forme di collaborazione in stile Adriano Olivetti che prevedevano appunto i consigli. Una presenza sindacale importante e antagonista si fa viva soltanto dopo il 1970.

Conviene ricordare tre episodi che hanno segnato la storia internazionale dell’Olivetti. Il primo è quello a cui accennavi, della presenza importante dell’azienda in Sudafrica che pone dei problemi dopo l’embargo ONU e una presa di posizione molto forte del consiglio di fabbrica. Stiamo parlando dell’azienda nel suo complesso, quindi direzione a Ivrea e solo di riflesso su Firenze, dove la presenza era di filiale commerciale e successivamente ha avuto invece un’importante presenza del centro di formazione commerciale, diventato la Elea S.P.A., società di formazione e consulenza che stava a Villa la Pietra.

Quindi ci fu una posizione molto esplicita del Consiglio di Fabbrica che divenne una campagna nazionale per il ritiro della Olivetti dal Sudafrica in regime di apartheid. Ancora oggi su Internet potete trovare i volantini di Vauro sulla campagna: “Olivetti fuori dal Sudafrica”. Una vignetta che è passata alla storia, in cui l’Olivetti appariva come una catena che legava un piede africano a una palla da prigioniero. E’ stato un impegno particolarmente forte e particolarmente sentito, che ha coinvolto tutta l’azienda e a cui questa ha risposto addirittura coinvolgendo lo stesso amministratore delegato, lo stesso presidente De Benedetti. L’azienda non ha mai deciso di abbandonare il Sudafrica, ma si è adeguata a degli standard internazionali che in qualche modo affermavano l’importanza di mantenere standard elevati di retribuzione dei diritti dei lavoratori in modo da contribuire all’elevazione dei lavoratori anche nel Sudafrica sotto sanzione.

A Firenze questa campagna ha avuto una particolare eco, anche perché negli stessi anni noi partecipavamo su stimolo dell’azienda, essendo orientati a una certa internazionalità, al training antirazzista e quindi la contraddizione appariva stridente. Firenze poi si distinse perché una delegazione della FIOM partecipò ad alcune missioni di scambio, di incontro con COSATU, il sindacato sudafricano, con viaggi segnati anche da un certo controllo e presenza molto forte della Polizia Sudafricana durante gli incontri.

Ci sono stati altri episodi, ne segnalerei almeno due nei quali il sindacato è entrato in modo importante nelle politiche aziendali di internazionalizzazione.

Uno è quello della costruzione della fabbrica a controllo numerico, la prima fabbrica automatizzata dell’Unione Sovietica a San Pietroburgo, che ha portato l’azienda a subire le sanzioni dei paesi della Nato perché si accusava Olivetti di avere trasferito tecnologie sensibili all’Unione Sovietica ai tempi di Gorbachev, ancora sotto un rigido embargo per quanto riguardava l’alta tecnologia. Questa fu una mossa, al contrario di quella sudafricana, che invece fu ampiamente appoggiata dal Consiglio di Fabbrica, anche se il prezzo poi pagato dall’azienda fu molto elevato.

Io stesso quando ho partecipato direttamente al progetto che Olivetti sviluppò negli anni ’90 di conversione dal militare al civile di 25 mila ex ufficiali dell’Armata Rossa (15mila russi e 10mila ucraini), ho lavorato alla Olivetti di Mosca con colleghi che non potevano tornare in Italia, non potevano viaggiare in Occidente perché ancora segnati da sanzioni ad personam per avere partecipato con ruolo di responsabilità all’impianto della fabbrica di San Pietroburgo.

L’altra vicenda è quella della possibile fusione con la AT&T, la società telefonica americana, che l’amministrazione De Benedetti aveva accarezzato per lungo tempo e sulla quale il sindacato, il Consiglio di Fabbrica, ha espresso un parere fortemente negativo, proprio perché si vedeva in quest’operazione non solo rischi per l’autonomia dell’azienda, per l’impoverimento tecnologico dell’Italia che sarebbe conseguito, ma anche e forse soprattutto per uno snaturamento della cultura e della visione aziendale in autonomia. La fusione non fu fatta, i dirigenti che andarono a New York per firmare l’accordo hanno poi raccontato che l’aspetto della difesa di cultura aziendale e del patrimonio nazionale alla fine ebbe un peso decisivo nel mancato accordo.

Uno degli strumenti, oltre alle interruzioni del lavoro, che hanno riguardato soprattutto la vicenda sudafricana, oltre a scioperi, blocchi delle consegne, blocchi delle spedizioni, è stato anche quella di un’azione molto forte e molto incisiva di azionariato critico, dove alcuni membri del Consiglio di Fabbrica hanno acquistato a titolo personale anche pochissime azioni ma hanno potuto sedersi in assemblea e costringere il Presidente Carlo De Benedetti a rispondere alle questioni che erano state poste.

Ti chiedo come furono sostenute dai sindacati queste azioni di lotta e se furono emulate anche da altri Consigli di Fabbrica e organismi di lavoratori territoriali, poi la storia abbiamo visto come è andata: le sanzioni e il boicottaggio hanno imposto un cambio di regime in quel Paese, al netto del fatto che ancora oggi rimane pieno di contraddizioni (su cui non entriamo nel merito), però diciamo che questo boicottaggio ha funzionato alla fine.

Ma dunque, prima di tutto io vorrei precisare una cosa, si trattava di un boicottaggio deciso dalle Nazioni Unite, quindi non era un “operazione BDS”, attenzione. Gli aerei sudafricani dovevano fare scalo alle Isole Capo Verde perché non potevano atterrare neanche per scalo tecnico in nessun Paese africano, il sostegno alla resistenza all’interno del Sudafrica era totale, ai tempi si finanziavano progetti per la produzione di stivali militari per la corrente armata dell’ANC: cioè, non c’era ritrosia nel sostenere una resistenza a tutto campo in Sudafrica.

Stiamo parlando di una campagna che è durata dal 1977, è stato quello che ha cambiato la storia; gli argomenti forti nel Consiglio di Fabbrica erano gli strumenti Olivetti, naturalmente va guardata come un’azienda che vendeva sistemi complessi. Erano visti come gli strumenti che permettevano l’apartheid, perché permettevano di fare il censimento della popolazione, di rilasciare i permessi e le identificazioni, quindi era su questo che si colpiva, non era una questione morale, era quello di bloccare gli strumenti: le tecnologie Olivetti venivano viste come gli strumenti intrinseci dell’apartheid.

L’altra cosa rilevante è che c’erano interlocutori forti e unitari che erano i recettori della solidarietà. Il fatto che il sindacato sudafricano fosse così forte, così ben organizzato, che la ANC fosse così ben organizzata sia in Sudafrica che all’estero permetteva un’azione che non si disperdeva su mille rivoli, ma la concentrava dove aveva più effetto.

Che le sanzioni siano state determinanti nella caduta del regime sudafricano non sono sicuro, perché questo ha usato le sanzioni anzi per rinforzare la propria economia. La stessa vicenda ha permesso poi, una volta che Olivetti si è cominciato a ritirare dai vari mercati, al concessionario sudafricano di diventare una grande azienda di informatica che ancora oggi domina i mercati dell’Africa australe. Anzi, in alcuni casi il Sudafrica (non si può generalizzare ovviamente) non voglio dire che ha “usato” l’apartheid, ma nonostante l’apartheid ha creato un’economia che produceva bene o male tutti i beni necessari. Non era Cuba, mi spiego? Avevano le risorse per farlo. Il paese ha diamanti, carbone, oro, risorse minerarie strategiche, ha una grande capacità tecnologica interna e risorse umane (bianche, nere e colored) di alta qualità. È un paese che è uscito dalle sanzioni, abbandonando l’apartheid avrebbe potuto reggere di più probabilmente. Questa forse è l’espressione più giusta.

E’ che nel mondo si è generato un rifiuto totale. A Londra il blocco dell’ambasciata sudafricana era qualcosa a cui hanno partecipato per anni di migliaia di persone. Come fa vedere molto bene Clint Eastwood nel film “Invictus”, la non partecipazione ai mondiali di rugby ha avuto più effetti sul popolo sudafricano che magari l’embargo su alcuni altri prodotti. Diciamo che ha inciso di più la questione politica rispetto a quella economica. C’è stata una condanna morale del mondo che ha permesso di uscire dalla logica unicamente legata alla resistenza armata e di presentarsi come forza di un governo, di un paese riunificato. È stato questo l’elemento decisivo, vincente.

Il Sudafrica era pieno di bantustan. Quello che gli israeliani stanno cercando di fare adesso è di creare delle enclave palestinesi nelle quali concentrarli. In Sudafrica c’erano i piccoli bantustani autogovernati, riconosciuti solo dal Sudafrica, ma la campagna vincente è stata quella di dire che c’è una nazione, c’è un popolo, ogni persona un voto. Questa è stata la grande forza. Ma quel passaggio da una lotta armata, benché sostenuta internazionalmente, a una lotta vincente per il governo del paese, è stato l’isolamento internazionale. L’isolamento politico che oggi non vive Israele.

Ti chiedo nuovamente, quali altri organismi di lavoratori, comitati territoriali, cittadini, come si aggregarono a questa lotta? Il Consiglio di fabbrica rappresentava tutta l’azienda Olivetti.

A quell’epoca Olivetti era un’azienda con più di 100 mila dipendenti, sparsa su cinque continenti. Io stesso mi sono occupato di progetti europei negli anni ’90 nella ex Yugoslavia, c’era una filiale Olivetti a Capodistria, c’era una Tirana, a Belgrado e ci appoggiavamo alle filiali Olivetti che erano ancora presidiate, presenti, attive. Stiamo parlando della metà degli anni ’90, quando già l’azienda aveva chiaro il salto verso le Telecomunicazioni e quindi la strategia di abbandonare il mercato dei sistemi da ufficio, almeno di quelli di largo consumo, per concentrarsi sulle telecomunicazioni, operazione che poi è stata portata avanti in epoca con Colaninno e l’acquisizione di Telecom.

Molti non sanno che quella che oggi si chiama Tim, in realtà è la Ing. Olivetti & C. spa, che ha comprato l’allora Telecom Italia e poi ha cambiato il nome in Telecom Italia SPA. Quando si dice l’Olivetti non esiste più, non esiste più quell’azienda di produzione che giustamente Adriano Olivetti chiamava “la fabbrica”, non ha mai usato il termine azienda, che era legata a quella cultura. Quell’azienda lì non esiste più, ma la continuità rispetto alla composizione societaria oggi la vediamo nell’azienda Tim.

Non possiamo non fare un paragone e un riferimento alla situazione attuale della Palestina, di cui accennavi poco fa, quindi al genocidio a Gaza e all’allargamento della terza guerra mondiale da parte dei sionisti israeliani e degli imperialisti USA, come stiamo vedendo in questi giorni con gli attacchi all’Iran. Secondo te si può replicare e in che modo, oggi, un’esperienza di lotta, di organizzazione e mobilizzazione come quella del consiglio di fabbrica dell’Olivetti che venne portata avanti contro il Sudafrica, al netto del fatto che non esiste al momento una sanzione delle Nazioni Unite come dicevi prima?

Questo è un punto decisivo perché con questa smania delle sanzioni ci siamo dimenticati che sono un’arma di guerra che può essere comminata soltanto dalle Nazioni Unite: le sanzioni dell’Unione Europea alla Russia e all’Iran, sono totalmente illegali. Le sanzioni che gli Stati Uniti praticano a Cuba o al Venezuela o all’Iran, sono sanzioni totalmente illegali.

Un mondo aperto dovrebbe resistere alle sanzioni, dovrebbe fare di tutto per violarle. Per ritornare all’Olivetti posso dire che alcuni grossi problemi si sono avuti quando, per esempio, una partita gigantesca di M24 che era stata venduta negli Stati Uniti fu respinta perché conteneva del rame cileno. I computer contenevano del rame che era stato estratto e comprato in Cile durante il governo Allende. Quest’operazione generò un danno finanziario notevole, mai come quelli generati da De Benedetti in persona, ma generò comunque un danno finanziario enorme applicando all’Olivetti le sanzioni che gli Stati Uniti avevano applicato al Cile di Allende…

Cosa fare oggi? Certamente se si riuscisse ad avere un coordinamento mondiale che isoli il governo di Tel Aviv, che lo isoli moralmente e a livello politico ancora più che attraverso sanzioni economiche e si avessero dei contenitori credibili con una strategia chiara che possono essere i ricettori della solidarietà internazionale, certamente potrebbe avere un peso. Però bisognerebbe spostarsi da una questione puramente nazionalistica di rivendicazione, a cui si è adattato il movimento palestinese che rivendica due stati in un territorio che è nemmeno la metà della Palestina, a un movimento invece che parli di diritti civili e di parità di diritti e di costruzione di uno Stato. Questo allo stato dell’arte non c’è, anche se azioni come il BDS meritano la più grande attenzione e sostegno proprio perché invece portano avanti una azione non esclusivamente centrata sugli aspetti “nazionali” ma diritti, l’accesso alle risorse, l’oppressione non solo politica, non solo burocratica, perché teniamo conto che gran parte dell’oppressione sui territori occupati è un’oppressione di tipo burocratico, oltre alla violenza dei coloni o quella addirittura genocidaria a Gaza.

Credo che i passi, la distanza dalla situazione che si era venuta a realizzare negli anni ’80 in Sudafrica con quella che è la situazione in Palestina oggi, sia ancora molto ampia da poter vederne delle applicazioni. Inoltre ogni situazione è diversa e quindi lotte che hanno avuto successo da una parte in un certo modo, non è detto funzionino altrove. Dobbiamo anche tenere conto che il Sudafrica era isolato anche militarmente, la linea del fronte dei paesi che si erano liberati da poco dal colonialismo era una linea tangibile, nonostante che il Sudafrica abbia affrontato due guerre terribili in Angola e Mozambico pur di mantenere aperto un fronte di destabilizzazione.

In questo sì, si può vedere la similitudine con la politica di Israele di mantenere dissestato tutto il Medio Oriente, questo è un parallelo che si può vedere. Però ripeto, manca una solidarietà internazionale univoca, ai tempi solo Israele mantenne dei rapporti forti, cordiali e di intenso scambio anche economico con il Sudafrica, tutti gli altri paesi a partire dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna parteciparono, costretti, al boicottaggio non solo politico, non solo militare, ma anche sportivo, culturale, eccetera. Però quello non era un boicottaggio che isolava il Sudafrica, perché invece le relazioni con gli elementi rivoluzionari, gli elementi che portavano avanti una politica di cambiamento erano invece intensissime.

Condividi:

  • Stampa (Si apre in una nuova finestra) Stampa

Mi piace:

Mi piace Caricamento in corso…
ShareTweetSendShareShareSend
Previous Post

Indotto Stellantis. La crisi avanza

Next Post

[Milano] APPLICARE LA COSTITUZIONE NATA DALLA RESISTENZA È LEGITTIMO E GIUSTO

Related Posts

[Viareggio] Le indicazioni di voto della sezione di Viareggio del P.CARC per il ballottaggio del 7 e 8 giugno. Non un voto alle Larghe Intese: astenersi o annullare la scheda
Sezione di Viareggio

[Viareggio] Le indicazioni di voto della sezione di Viareggio del P.CARC per il ballottaggio del 7 e 8 giugno. Non un voto alle Larghe Intese: astenersi o annullare la scheda

by Federazione Toscana
Giugno 5, 2026
0

...

[Pisa] Partecipiamo alla manifestazione del 2 giugno “Pontedera dice no alla base e alla guerra!”
Sezione di Pisa

[Pisa] Partecipiamo alla manifestazione del 2 giugno “Pontedera dice no alla base e alla guerra!”

by Sezione di Pisa
Giugno 1, 2026
0

...

[CECINA] Per la difesa del territorio e della salute sosteniamo i comitati popolari

[CECINA] Per la difesa del territorio e della salute sosteniamo i comitati popolari

Maggio 31, 2026
[Toscana] 2 giugno: lottiamo per una Toscana libera da NATO, guerrafondai e agenti sionisti!

[Toscana] 2 giugno: lottiamo per una Toscana libera da NATO, guerrafondai e agenti sionisti!

Maggio 30, 2026
[Firenze] Il PD colpisce ancora e cancella una conferenza con il professor D’Orsi

[Firenze] Il PD colpisce ancora e cancella una conferenza con il professor D’Orsi

Maggio 26, 2026
[Firenze] Prosegue la lotta contro il Decreto Sicurezza: un aggiornamento sulle multe a Silvia e Chiara

[Firenze] Prosegue la lotta contro il Decreto Sicurezza: un aggiornamento sulle multe a Silvia e Chiara

Maggio 26, 2026

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

  • Partito dei CARC
  • Resistenza
  • Tesseramento
  • Fai una sottoscrizione
  • Newsletter
  • Edizioni Rapporti Sociali

2025 P.Carc

Welcome Back!

Login to your account below

Forgotten Password?

Retrieve your password

Please enter your username or email address to reset your password.

Log In
Gestisci Consenso Cookie

Usiamo cookie per ottimizzare il nostro sito web ed i nostri servizi.

Funzionale Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
  • Gestisci opzioni
  • Gestisci servizi
  • Gestisci {vendor_count} fornitori
  • Per saperne di più su questi scopi
Preferenze
  • {title}
  • {title}
  • {title}
No Result
View All Result
  • Partito dei CARC
  • Resistenza
  • Tesseramento
  • Fai una sottoscrizione
  • Newsletter
  • Edizioni Rapporti Sociali
  • Log in

2025 P.Carc

%d