Nella Conferenza del World Economic Forum di Davos (19-23 gennaio) e nella Conferenza di Monaco sulla sicurezza (13-15 febbraio) si sono manifestate tutte le contraddizioni in cui si dibattono i gruppi imperialisti europei.
In particolare attraverso le parole di Merz, cancelliere tedesco, cioè di uno dei pilastri della Ue.
A Davos Merz ha detto che l’ordine internazionale degli ultimi trent’anni, fondato sul diritto internazionale, è morto e che questo “non è rassicurante”. E ha legato a questa crisi la necessità per l’Europa di diventare una potenza militare. Anche Christine Lagarde, presidente della Bce, ha parlato della necessità di sviluppare “l’autonomia strategica dell’Europa”.
A Monaco Merz ha insistito sulla stessa linea, parlando questa volta apertamente di vera e propria frattura fra l’Europa e gli Usa. Al contempo ha dichiarato la sua volontà di ricostruire un “nuovo partenariato transatlantico” perché: “Nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti per farcela da soli”.
Entrambi i discorsi sono stati conditi di attacchi alla Federazione Russa e alla Repubblica Popolare Cinese che starebbe “reinterpretando l’ordine internazionale per adattarlo ai propri scopi” (vedi l’articolo “L’era delle grandi potenze è ormai una realtà, ha detto il cancelliere tedesco Merz” del 22 gennaio 2026 su Linkiesta e l’articolo “Merz alza la tensione: Frattura tra Usa e Ue, il vecchio ordine mondiale non esiste più” del 13 febbraio 2026 su Europa Today).
Il discorso va ovviamente tradotto. Quando parla di crisi dell’ordine internazionale, intende la crisi del sistema di dominio mondiale che fino a oggi ha permesso agli imperialisti di succhiare il sangue alle masse popolari di tutto il mondo.
Quando parla di frattura con gli Usa, descrive la postura dell’amministrazione Trump, decisa a usare la forza economica e militare per scaricare il costo della crisi sui rivali europei, per mantenere il suo dominio sul mondo anche a loro scapito.
E quando lancia accuse alla Federazione Russa e alla Repubblica Popolare Cinese e parla di ricostruzione del partenariato transatlantico, sta implorando Trump di tornare ai bei tempi andati, in cui gli imperialisti Usa imponevano il loro dominio mondiale con, e non contro, i loro alleati europei. Perché nella Terza guerra mondiale che hanno scatenato per mantenere l’egemonia, gli Stati Uniti avranno bisogno di alleati e, nonostante le mazzate ricevute, la Germania e l’Europa sono pronte a essere in prima linea.
Questi interventi esprimono la visione di una parte importante della classe dominante europea, terrorizzata dalla situazione attuale, tanto da sembrare schizofrenica: a tratti implora e si dispera, a tratti mostra i muscoli e rivendica la sua autonomia.
Il motivo è che i gruppi imperialisti europei sono del tutto dipendenti dai gruppi imperialisti Usa sul piano militare, tecnologico, politico e finanziario. Hanno migliaia di miliardi investiti nel sistema finanziario a stelle e strisce. Per anni la globalizzazione, l’ordine internazionale fondato sull’alleanza transatlantica e il predominio Usa, sono stati il contesto in cui hanno prosperato, macinato profitti e condiviso il dominio sul resto del mondo. Ma oggi questo abbraccio si rivela mortale. Eppure non hanno alternative. Questa è la contraddizione in cui si dibattono.
Non è un caso che proprio Merz sia il più esplicito portavoce di queste paure.
La Germania è uno dei paesi che più subisce gli effetti di questa situazione e, da locomotiva industriale d’Europa che era, sta oggi precipitando in una crisi sempre più nera.
Prima la pandemia e poi la partecipazione alla guerra per procura contro la Federazione Russa, che da decenni riforniva Berlino di energia a basso prezzo, hanno travolto la Germania. Il disaccoppiamento energetico tra i due paesi viene imposto definitivamente con il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream orchestrato dagli imperialisti Usa nel 2022.
La Germania da quel momento è costretta a comprare il gas dagli Usa a prezzi molto più alti. Gli elevati costi dell’energia mettono in grave difficoltà il tessuto industriale, aggravando gli effetti della crisi generale.
In questo processo ha poi un ruolo importante anche il deteriorarsi dei rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, primo mercato per l’industria tedesca, a causa dell’adesione del governo tedesco alle manovre anticinesi volute dagli Usa. E hanno la loro parte anche i dazi voluti da Trump, in particolare sulle automobili.
La Germania ha oramai messo in fila quattordici trimestri consecutivi di crescita bassa, nulla o in contrazione e il Pil è rimasto ai livelli del 2019. Nel 2025 sono oltre 22.000 le aziende che hanno chiuso i battenti, con oltre 280.000 disoccupati in più rispetto all’anno precedente. Solo nel settore automobilistico sono andati persi quasi 50.000 posti di lavoro.
Le perdite derivanti da crediti inesigibili di aziende insolventi superano i 57 miliardi di euro.
Il paese sta affrontando anche una grave crisi delle finanze pubbliche, con un buco di bilancio stimato tra i 20 e i 30 miliardi di euro per il 2026: la spesa federale tedesca cresce molto più delle entrate.
Peter Leibinger, presidente della Bdi, la Confindustria tedesca, è arrivato ad affermare che questa è “la crisi economica più grave dalla fondazione della Repubblica Federale”, nel 1949 (vedi gli articoli “Germania, l’allarme choc degli industriali: È la crisi peggiore dal 1949, il nostro modello è al capolinea” del 16 dicembre 2025 su Corriere della Sera, “Fallimenti e disoccupazione: in Germania c’è la tempesta perfetta” del 10 dicembre 2025 su Avvenire e “La Germania schiva la recessione, ma l’economia è ferma” del 30 gennaio 2025 su Il Sole 24 Ore).
Il riflesso della crisi economica è la crisi politica. Nel 2021 finisce la lunga era Merkel e la grande coalizione tra socialisti e cristiano-democratici che avevano governato il paese per anni.
Si installa il governo della “coalizione semaforo” (socialisti, liberali e verdi), che si dimostra subito lacerato da contrasti interni e incapace di definire un indirizzo di governo unitario.
Ciononostante conduce la Germania in prima linea nella guerra per procura contro la Federazione Russa, poi anche nel sostegno al genocidio perpetrato dai sionisti in Palestina, nella repressione delle mobilitazioni in solidarietà alla resistenza palestinese e nella corsa alle spese per il riarmo.
Ulteriori tappe della crisi politica sono poi state l’implosione della coalizione e il crollo dei socialisti nel 2024, la continua crescita di consensi dell’estrema destra di Afd, la rottura del cordone sanitario nei suoi confronti (i cristiano democratici di Merz, per la prima volta, nel 2025 hanno votato assieme ad Afd in parlamento sul tema dell’immigrazione) e infine lo spostamento a destra dell’intero asse politico con la formazione dell’attuale governo.
Ora Merz punta tutto su grandi investimenti statali per riavviare l’economia: quasi mille miliardi per il riarmo (il governo prevede di portare la spesa per la difesa a 153 miliardi di euro all’anno, ossia il 3,5% del Pil, entro il 2029) e l’ammodernamento delle infrastrutture (oltre 500 miliardi in dodici anni).
Per realizzare i progetti, nel 2025 Merz ha promosso una riforma costituzionale per allentare la regola che imponeva il pareggio di bilancio, escludendo dal computo le spese militari (vedi l’articolo “Forse è la volta che la Germania si riarma davvero” del 20 dicembre 2025 su il Post e l’articolo “La Germania approva un grande piano di investimenti nella difesa e nelle infrastrutture” del 19 marzo 2025 su Internazionale).
In più il governo ha annunciato nuovi e pesanti attacchi ai diritti dei lavoratori: abolizione di giorni festivi, limitazioni alla possibilità di prendere malattia per via telefonica, rimessa in discussione della giornata lavorativa di otto ore e del diritto al part-time, riforma delle pensioni a vantaggio della previdenza aziendale e privata, taglio e privatizzazione dei servizi sociali. Ma ovviamente tra questo “piano di rinascita”, che è un piano di guerra contro i lavoratori, e la sua attuazione, c’è di mezzo la resistenza delle masse popolari. Gli sviluppi di questa situazione sono ancora tutti da decidere e il loro esito dipenderà dalle masse popolari e dal movimento comunista tedesco.


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