È un periodo cruciale per l’America latina: il Venezuela bolivariano e Cuba socialista, i due principali pilastri della resistenza antimperialista nel continente, i paesi che hanno fatto una rivoluzione di nuova democrazia sotto la direzione del movimento comunista e socialista, sono sotto l’assedio degli imperialisti Usa. Il momento è certamente grave, ma la resistenza a questa aggressione è anche il terreno in cui la lotta contro l’imperialismo in Sud America (e di riflesso in tutto il mondo, come ci ha insegnato la resistenza palestinese) può fare dei decisi passi avanti.
Per quanto riguarda il Venezuela, dopo l’attacco militare degli imperialisti Usa, il governo Rodriguez sta cercando di mantenere la lotta sul piano politico e diplomatico. Un risultato importante è sicuramente avere rotto i tentativi di isolare il paese. Il Venezuela bolivariano ha raccolto la solidarietà dei paesi tradizionalmente alleati, dalla Federazione Russa alla Repubblica Popolare Cinese, dall’Iran alla Repubblica Democratica di Corea, fino a Cuba, Nicaragua e Bolivia. Ma anche di numerosi altri, tra cui Brasile, Messico e Colombia e perfino la Turchia, che hanno condannato l’aggressione militare Usa con comunicati e interventi nelle sedute Onu. A questo si aggiungono le manifestazioni di solidarietà che si sono svolte in tutto il mondo e anche dentro gli stessi Stati Uniti. Quelli che si ritrovano sempre più isolati sono gli imperialisti Usa!
Dal canto suo l’amministrazione Trump ha imbastito un vasto apparato di “guerra psicologica” che fa leva sulle difficoltà del governo bolivariano e soprattutto confeziona notizie inventate di sana pianta (dalla cessazione di ogni rapporto del Venezuela con Cuba all’invio di petrolio a Israele da parte di Caracas) per presentare al mondo un Venezuela oramai prono agli Usa, insinuando il dubbio del tradimento della rivoluzione bolivariana di Chavez e Maduro.
In questo mare di confusione, creato ad arte, restano alcuni fatti certi.
È un fatto certo il duro colpo subito dal governo bolivariano con il rapimento di Maduro e Cilia Flores e la difficoltà nel reagire. Ma è un fatto certo anche l’immediata e continua mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari venezuelane, il loro livello di coscienza e organizzazione, il loro legame con l’esercito, l’inquadramento di milioni di lavoratori nelle milizie popolari. Sono questi i fattori che non hanno permesso in passato che nel paese prendessero piede le rivoluzione colorate pilotate dagli Usa, che dopo l’attacco di gennaio hanno continuato a fare funzionare ordinatamente il paese impedendo che precipitasse nel caos. E sono questi i fattori che in definitiva decideranno il corso che avranno gli eventi anche nel prossimo periodo: la partita non è certo chiusa.
Eppure, nel dibattito che si è sviluppato nel nostro paese, non sono pochi i compagni che pensano il contrario, che danno il Venezuela bolivariano per finito, seppellito dai suoi traditori nel governo e nell’esercito.
È una concezione di fatto estremista e idealista, che vede la realtà come una serie di fatti veri o falsi, bianchi o neri, e non come un insieme di processi, che si sviluppano sulla base della lotta tra gli elementi contraddittori che li costituiscono, come ci insegna il marxismo. È una concezione che porta alla logica del tifo e non tiene conto della lotta fra le classi. Non ha alcuna ricaduta positiva sulla situazione concreta in Venezuela e alimenta il disfattismo e il fatalismo fra le masse popolari italiane.
Quello che serve alle masse popolari del Venezuela è invece che i comunisti alimentino la solidarietà internazionalista, la mobilitazione contro l’aggressione al Venezuela bolivariano e, soprattutto, ne facciano strumento per costruire nuove organizzazioni popolari e operaie, per rafforzare quelle esistenti, sviluppare un fronte di tutte le forze antimperialiste nel nostro paese e fare passi avanti nell’unità e rinascita del movimento comunista.
Condurre la lotta contro la borghesia imperialista del nostro paese e il suo governo Meloni è la più alta forma di solidarietà che possiamo esprimere al Venezuela bolivariano.
Il 29 gennaio è iniziata una fase nuova dell’articolata aggressione degli imperialisti Usa a Cuba. Trump ha firmato un ordine esecutivo che, indicando il governo de L’Avana come grave minaccia immediata per la sicurezza nazionale, impone sanzioni a chiunque gli venda petrolio.
La mossa di Trump ha effettivamente tenuto le petroliere lontano dall’isola, aggravando una situazione già precaria a causa del decennale embargo e gettando il paese in una vera e propria crisi energetica e umanitaria, con black out sempre più frequenti, trasporti che funzionano a singhiozzo, edifici pubblici non essenziali chiusi, il fermo dei voli per mancanza di carburante e il blocco di numerose prestazioni sanitarie. Cinque milioni di persone affette da malattie croniche vedranno compromessi i loro farmaci o trattamenti (vedi l’articolo “Cuba: blocco petrolifero degli Usa mette in crisi il sistema sanitario”, pubblicato su Euronews il 21/2/2026).
La risposta di Cuba è arrivata già il 30 gennaio, con una Dichiarazione del Governo Rivoluzionario dove viene denunciata l’aggressione dell’imperialismo Usa, indicato come la principale minaccia alla pace nel mondo e, soprattutto, viene dichiarata la decisione di resistere fino alla fine:
“(…) Cuba non minaccia, né aggredisce alcun paese. Non è oggetto di sanzioni da parte della Comunità Internazionale. È un paese di pace, solidale e cooperativo, disposto ad aiutare e contribuire con altri Stati.
È anche il paese di un popolo agguerrito e combattente. Si confonde, l’imperialismo, quando spera che con la pressione economica e l’impegno di provocare sofferenza a milioni di persone si piegherà la sua [del popolo cubano, ndr] determinazione di difendere la sovranità nazionale, d’impedire che Cuba cada ancora una volta sotto il dominio statunitense. (…)
Affronteremo questa nuova aggressione con fermezza, equanimità e la sicurezza che la ragione è assolutamente dalla nostra parte. La decisione è una: Patria o morte, vinceremo!”
Il governo cubano ha, in realtà, già messo in campo da tempo un piano per ridurre la dipendenza dal petrolio. Nel febbraio 2025 ha emanato un decreto che impone ai grandi consumatori di energia pubblici e privati di generare almeno il 50% dell’elettricità da fonti rinnovabili. Nello stesso mese il presidente Miguel Díaz-Canel, alla presenza dell’ambasciatore cinese Hua Xin, ha presentato un progetto per rinnovare il sistema energetico del paese, grazie a un’intesa con la Repubblica Popolare Cinese per la costruzione di decine di impianti fotovoltaici ed eolici (vedi l’articolo “Cuba sempre più spesso al buio. E nella sua crisi prova a inserirsi la Cina”, pubblicato su InsideOver il 16/2/2025).
Nel frattempo, un sostegno determinante sta arrivando a Cuba dalla solidarietà internazionale.
Anzitutto dalle masse popolari, che con grandi e piccole manifestazioni in tutto il mondo hanno mostrato il loro sostegno alla causa cubana. In particolare è in via di organizzazione la missione Nuestra América Flotilla che, sull’esempio di quelle salpate per Gaza, intende rompere il blocco navale imposto a Cuba. Tra i promotori ci sono diversi dei partecipanti alla prima Global Sumud Flotilla, come Thiago Avila e David Adler, e l’iniziativa ha già raccolto il sostegno di personalità come Jeremy Corbyn, la deputata statunitense Rashida Tlaib e l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau e dell’Internazionale Progressista promossa da Bernie Sanders e Yanis Varoufakis.
Solidarietà a Cuba è poi arrivata anche dai principali paesi Brics.
Il ministro degli esteri russo Lavrov, dopo aver chiesto agli Usa di “astenersi dai loro piani di blocco marittimo”, ha dichiarato che la Federazione Russa “continuerà a sostenere Cuba e il suo popolo nella protezione della sovranità e della sicurezza del paese”. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha aggiunto: “abbiamo relazioni con Cuba e le apprezziamo molto e intendiamo svilupparle ulteriormente, naturalmente in tempi difficili, fornendo un’assistenza adeguata ai nostri amici”. Infine lo stesso Putin, in un incontro con l’ambasciatore cubano in Russia, ha dichiarato che il suo governo non rispetterà le sanzioni (vedi l’articolo “Putin: non accetteremo le recenti sanzioni statunitensi contro Cuba”, pubblicato su Euronews il 19/02/2026).
Secondo il quotidiano spagnolo Abc, L’Avana starebbe anzi già riuscendo ad aggirare l’embargo e a importare clandestinamente petrolio dalla Russia (ma anche da altri paesi, in particolare Panama).
Anche Lin Jian, portavoce del ministero degli esteri cinese, ha dichiarato: “La Cina sostiene con fermezza Cuba nella salvaguardia della sua sovranità nazionale e della sua sicurezza e si oppone alle interferenze straniere. Forniremo sempre sostegno e aiuto alla parte cubana al meglio delle nostre capacità” (vedi l’articolo “Blocco imposto da Trump sul petrolio, anche la Cina sostiene Cuba”, pubblicato su Rsi il 10/2/2026).
Addirittura si è mosso il governo spagnolo di Sanchez, che ha promesso l’invio di cibo e medicine.
È già passato invece dalle parole ai fatti il Messico, che nella seconda settimana di febbraio ha inviato due navi con oltre 800 tonnellate di aiuti umanitari. Il governo messicano si è poi offerto di realizzare un ponte aereo per rifornire l’isola di ulteriori aiuti umanitari, se Cuba lo richiederà.
La resistenza dei popoli di Cuba e del Venezuela accelera la crisi del sistema di potere degli imperialisti Usa in America latina e indica la via agli altri popoli.


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