Il 31 gennaio si è tenuta a Torino la manifestazione di solidarietà con l’Askatasuna e contro le leggi securitarie, repressive e antisociali del governo della guerra capeggiato da Giorgia Meloni. Una grande giornata di lotta e di mobilitazione che ha visto comitati, collettivi, sindacati e organizzazioni politiche provenienti da tutta Italia.
L’avvio di un percorso di coordinamento tra realtà autorganizzate, sindacati di base, spazi sociali e organizzazioni politiche “antisistema” che vedrà ulteriori appuntamenti locali nelle prossime settimane per poi confluire nella manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma.
Una manifestazione ben riuscita e popolare. Tanto che il governo Meloni ha dovuto ricorrere alla repressione e alla provocazione poliziesca. Attività a cui i manifestanti hanno risposto, sul campo, respingendo ogni istigazione e attacco, non lasciandosi disperdere ma anzi alzando il livello di resistenza e combattività dell’intera manifestazione.
Azioni di resistenza di piazza completamente interne al movimento popolare del nostro paese: niente “infiltrati” estremisti, della Questura o della Gestapo per intenderci. Espressioni del malcontento, della rabbia e della combattività del movimento.
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Nelle ore e nei giorni successivi la grancassa mediatica dell’intossicazione di regime ha cercato di cavalcare le immagini degli scontri per bollare la manifestazione e i suoi promotori come terroristi, sovversivi e pericolosi perturbatori dell’ordine democratico e addirittura della Costituzione.
Meloni e i suoi scagnozzi hanno cercato di cavalcare l’accaduto per proseguire l’attacco repressivo e denigratorio verso i centri promotori della mobilitazione nel nostro paese, di cui proprio l’Askatasuna è uno dei migliori rappresentanti. Hanno cercato di spacciare nuove manovre repressive in via di approvazione come conseguenza di quella piazza, anche se sono in discussione e preparazione da mesi.
Balle su balle dietro cui cercano di nascondere il fatto che la sopravvivenza del governo è appesa a due fili sempre più sottili. Il primo è quello di dimostrarsi capace di mantenere l’ordine pubblico e un paese quanto più “pacificato”. Il secondo è quello di andare avanti a carrarmato nell’adozione di misure di sostegno alla guerra esterna e approfondimento della guerra interna contro le masse popolari. In sostanza deve dimostrare di poter intruppare il paese nella Terza guerra mondiale e nel frattempo togliere diritti e conquiste alle masse popolari senza che queste facciano troppo casino.
Sull’onda dello sconcerto che i media di regime hanno provato a suscitare immediatamente anche i cuor di leone del campo largo a guida PD – il quartetto Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli – hanno deciso di condannare gli “infiltrati” tra i manifestanti e dare solidarietà alle forze dell’ordine. Meno male alcuni dei loro attivisti e rappresentanti locali in manifestazioni come queste vi partecipano e sanno bene come schierarsi. In diversi stanno infatti denunciando la gestione criminale che innanzitutto la Polizia ha fatto di quella piazza.
L’operazione del governo, quindi, è stata tentata ma per il momento è decisamente poco riuscita.
Anche all’interno del movimento popolare e del movimento comunista si è sviluppato un folto dibattito. Diverse sono state le posizioni di condanna a partire da quello che i media di regime hanno assunto a simbolo della giornata: le immagini del poliziotto colpito da alcuni manifestanti.
Una fiera di “si però”, di distinguo e la consueta divisione dei manifestanti in “buoni e cattivi”. Distinguo che vanno respinti perché prestano il fianco alla borghesia e alimentano divisioni nel movimento popolare. Divisioni che sono frutto dell’azione del nemico che cerca di trasformare le contraddizioni tra sé e le masse popolari in contraddizioni tra le masse popolari stesse.
Quindi il punto è un altro. Va al di là delle imbottiture d’ordinanza e delle sceneggiate in ospedale fatte dai due agenti con la premier. E va anche al di là delle immagini che mostrano l’altro volto degli scontri di piazza con decine di compagni feriti. Il punto è che la questione della violenza politica è tornata nuovamente sulla bocca di tutti. Ed è un bene se sapremo utilizzare questo dibattito per avanzare, non scadere nelle solite tifoserie e unire a un livello superiore il movimento.

Partiamo da un principio. La violenza politica è uno degli strumenti per rafforzare la lotta contro la crisi e per la costruzione dell’alternativa. Le iniziative di protesta combattive, se ben condotte politicamente oltre che tecnicamente, contribuiscono a rendere il paese ingovernabile. E sono quindi un problema oggettivo per la sopravvivenza del governo Meloni.
Hanno il pregio spezzare la sfiduciante ritualità delle “passeggiate” in cui la classe dominante cerca di relegare le manifestazioni delle masse popolari. Ma anche di promuovere su grande scala la rottura con il legalitarismo e veicolare con forza il messaggio “è legittimo tutto quello che è nell’interesse delle masse popolari, anche se è illegale”.
Fanno parte di questa lotta non solo le azioni militanti ma anche tutto il resto delle vie attraverso cui il movimento popolare rende ingovernabile il paese. I blocchi dei porti, delle stazioni, delle autostrade e di ogni arteria necessaria a far funzionare il paese. Le occupazioni delle fabbriche, delle scuole, delle case e di ogni altro luogo o spazio sociale. Il rifiuto organizzato di rispettare divieti o leggi ingiuste, di pagare multe o bollette da strozzini. E altre ancora se ne possono aggiungere.
Tutte azioni e iniziative che contribuiscono all’azione autonoma e indipendente del movimento popolare dalla borghesia, dalle sue prassi, norme, leggi e ricatti. Alimentano la costruzione di un ordine sociale confacenti agli interessi delle masse popolari e alternativo a quello della borghesia.
Tutte azioni e iniziative che per avere senso e prospettiva – e non scadere nel ribellismo fine a sé stesso – devono essere legate a un obiettivo politico. Quell’obiettivo politico, per tutto il movimento popolare del nostro paese, è oggi quello di cacciare il governo Meloni. Far crescere l’insubordinazione, la ribellione e l’ingovernabilità deve servire innanzitutto a questo. Qualsiasi azione contribuisca a perturbare l’ordine pubblico, a sabotare la guerra, gli affari, gli interessi e le manovre dei capitalisti e di questo governo loro espressione vanno sostenute, emulate e diffuse.
La mobilitazione di Torino per come è stata pensata e condotta, per gli esiti che ha avuto e per gli sviluppi che avrà nelle prossime settimane sicuramente rientra in questa lotta.
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La primavera che si apre offrirà mille spunti, mille iniziative per mandare gambe all’aria il governo Meloni. La combattività, la disponibilità a rendere ogni questione un problema di ordine pubblico e rendere il paese ingovernabile alla borghesia è sicuramente una di queste vie.






