Sabato 7 febbraio si terrà a Napoli, presso Villa Medusa – Casa del Popolo (ore 15.00, via di Pozzuolo 110, Bagnoli), l’Assemblea nazionale “Osiamo lottare, Osiamo vincere” con i/le disoccupati/e di Napoli.
L’assemblea, promossa dai disoccupati organizzati di Napoli, dal Laboratorio Politico Iskra, dalla Rete Liberi di lottare e da altre realtà, vuole essere un momento di confronto su come fare fronte all’economia di guerra e alla torsione autoritaria in cui la società borghese è sempre più avviluppata.
Nell’appello di convocazione dell’assemblea i compagni scrivono: “Le spese militari aumentano e tutte le potenze si riarmano, la guerra è già in atto; ci chiedono di arruolarci, di disciplinarci, di prepararci contro un “nemico” costruito ad arte. Allo stesso tempo si preparano nuovi pacchetti sicurezza che reprimono il dissenso e alimentano la guerra tra poveri. Nel frattempo i salari restano fermi, mentre cresce il numero di lavoratori e lavoratrici che sprofondano nella povertà: salari insufficienti a far fronte al caro vita, all’aumento degli affitti e all’inflazione. Parallelamente, i servizi pubblici, a partire da quelli sanitari, versano in condizioni sempre più disastrose”. Di fronte a questo quadro, l’assemblea intende interrogarsi su alcune domande fondamentali: “Come rispondiamo collettivamente alla guerra e all’economia di guerra? Come rimettiamo al centro, attraverso la mobilitazione sociale, i temi e i bisogni popolari – lavoro utile, salario dignitoso e garantito, risposte all’emergenza abitativa, sicurezza sul lavoro, sanità territoriale e accessibile, messa in sicurezza del territorio?”.
Come Partito dei CARC raccogliamo l’invito al confronto e incoraggiamo la più ampia partecipazione. In questa fase è estremamente importante alimentare il dibattito sulla situazione in cui ci troviamo e su come farvi fronte.
La Terza Guerra Mondiale è già in corso, su spinta e iniziativa della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti USA, sionisti e UE. Gli Stati Uniti, in particolare, ne sono il centro promotore, impegnati in un disperato tentativo di far fronte alla crisi economica e a una guerra civile sempre meno strisciante. La guerra rappresenta lo sbocco del capitalismo in crisi: la “soluzione” attraverso cui ogni gruppo capitalista tenta di distruggere capitale in eccesso e di scalzare i propri concorrenti. Essa esaspera le contraddizioni del sistema capitalista nella sua fase imperialista, rendendo i regimi politici dei paesi imperialisti sempre più instabili. Le prassi, le consuetudini e le liturgie della “democrazia borghese” non sono più adeguate a contenere la crescente mobilitazione delle masse popolari che, incalzate dagli effetti della crisi, sono spinte a lottare.
Le manifestazioni del “Blocchiamo tutto” di settembre e ottobre hanno segnato un importante salto di qualità perché:
• in primo luogo, hanno mostrato su larga scala la centralità della mobilitazione e dell’organizzazione dei lavoratori. L’appello del CALP di Genova a bloccare tutto ha rappresentato un punto di svolta del movimento di sostegno alla Palestina e indica la rotta da seguire: sostenere la lotta dei lavoratori contro il riarmo e il traffico di armi, sostenere la lotta dei disoccupati per la conquista di posti di lavoro utili e dignitosi fuori dalla filiera bellica, sostenere l’organizzazione della classe operaia nei luoghi di lavoro, promuovendo la nascita di 10, 100, 1000 collettivi di fabbrica come il CALP di Genova, il GAP di Livorno, il CdF dei lavoratori della ex GKN;
• in secondo luogo, hanno messo in evidenza il ruolo del sindacalismo di base come cassa di risonanza dell’azione di gruppi di lavoratori organizzati e come fattore di pressione anche nei confronti dei sindacati di regime, che – incalzati dall’azione dei sindacati di base, per l’appunto, e dalla propria stessa base – sono stati costretti a convergere nello sciopero del 4 ottobre, dando vita a una mobilitazione congiunta e storica. Le denunce che stanno arrivando a dirigenti della FIOM e della CGIL, a Massa per le mobilitazioni del 4 ottobre oppure a Bologna per il corteo in tangenziale del giugno 2025, così come le multe che provano a stroncare economicamente soprattutto i sindacati di base, sono un appiglio importante per rilanciare la – necessaria – convergenza sindacale, quella che il governo Meloni vorrebbe stroncare con la repressione perché è la mobilitazione dei lavoratori, lo “sciopero generale” che blocca il paese a fare veramente la differenza;
• in terzo luogo, quelle giornate di lotta hanno diffuso pratiche che fino a poco tempo fa erano patrimonio di una cerchia ristretta di militanti e attivisti, ma che oggi coinvolgono settori sempre più ampi delle masse popolari.
Il nuovo pacchetto sicurezza approvato in Consiglio dei Ministri è l’ennesimo provvedimento con cui il governo tenta di delegittimare e neutralizzare l’agibilità politica e sindacale delle masse popolari e dei lavoratori. Tuttavia, l’inasprimento della repressione produce un effetto boomerang: radicalizza ulteriormente lo scontro sociale, amplia il fronte della resistenza contro il nemico comune e genera contraddizioni e incertezze all’interno dello stesso governo Meloni come l’approvazione di quest’ultimo pacchetto di misure ha dimostrato.
La classe dominante è lacerata dalle contraddizioni a cui non solo non può rispondere ma che rendono più debole il suo potere sulla società. Il governo Meloni è tutt’altro che stabile: sta in piedi solo perché il movimento delle organizzazioni operaie e popolari non si fa ancora apertamente promotore della sua cacciata. Sì perché è evidente che per rispondere alla guerra, all’economia di guerra e al conseguente disciplinamento del fronte interno a suon di decreti e pacchetti sicurezza, dobbiamo cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, composto da persone che godono della loro fiducia e imposto rendendo il paese ingovernabile alla classe dominante. Costituire un governo del genere è l’unico modo per realizzare le rivendicazioni, i programmi e le priorità che i lavoratori, i comitati contro la guerra, il movimento a supporto della Palestina indicano come necessari. Elezioni, referendum, manifestazioni, scioperi, lotta alle misure repressive…tutto dev’essere usato per far crescere l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari e dei lavoratori.
In una parola: passare al contrattacco! Questo è anche il modo per rispondere alla repressione.
Tradotto nel pratico vuol dire continuare a lottare e a sostenere in tutti i modi la Resistenza del popolo palestinese, la lotta contro la guerra e l’economia di guerra: questa è la prima e più importante forma di lotta contro il governo Meloni, i guerrafondai e gli agenti sionisti che operano nel nostro paese.
La lotta alla repressione se ben condotta ci rafforza perché educa e forma all’appartenenza di classe, alimenta la coscienza della distinzione tra il nostro campo e quello nemico smontando la tesi della divisione in “buoni e cattivi” che giova soltanto ai nostri avversari. Lottare la repressione, però, richiede non solo volontà, ma organizzazione e strumenti adeguati. In questo senso è importante avanzare nella costruzione di un fronte contro la repressione che operi con continuità e stabilità, che fornisca orientamento, mezzi e supporto a chi viene colpito o finisce nelle mani del nemico; che dia visibilità e metta in rete le esperienze di lotta e che alimenti la solidarietà di classe.
Vincere è possibile, dipende da noi!






