Quando affermiamo che la rappresaglia repressiva – poliziesca, giudiziaria, amministrativa e mediatica – contro il movimento popolare è manifestazione della debolezza del governo Meloni, troviamo spesso la controargomentazione che invece è manifestazione della sua forza.
Non si tratta di stabilire chi abbia ragione, ma di mettere in fila gli aspetti che qualificano lo stato di salute del governo e trarre da essi la conclusione. E soprattutto la linea da seguire.
Sul piano internazionale la situazione è deleteria
Le iniziative unilaterali di Trump hanno dirette ripercussioni sul governo Meloni, dato che si era proclamato, e aveva agito, come “il miglior alleato degli Usa”.
Finché si è trattato delle scorrerie in Venezuela, il governo italiano si è nascosto dietro la propaganda sul “regime dittatoriale di Maduro”. Quando è stato il turno dell’Iran le cose si sono complicate.
L’intossicazione dell’opinione pubblica ha avuto bisogno delle manifestazioni “a favore del ritorno dello Scià” organizzate anche in Italia dagli agenti sionisti, accompagnate dalla martellante campagna di fake news sulle “decine di migliaia di morti”.
Ma quando Trump è tornato a minacciare l’occupazione della Groenlandia anche Giorgia Meloni ha dovuto prendere atto che il “particolare legame” con l’amministrazione Usa, usato come arma di propaganda, si è trasformato in un boomerang.
Pure la “particolare relazione” con i sionisti d’Israele è diventata scabrosa. Non per i reiterati crimini contro l’umanità di cui le forze di occupazione israeliane sono protagoniste in Palestina – quelle il governo italiano le incoraggia, ne è complice – ma perché i “fraterni alleati” si sono dimostrati serpenti velenosi.
Il sequestro e l’umiliazione di due carabinieri di stanza in Cisgiordania (sono lì per sostenere i sionisti, eh) da parte di un colono armato hanno infranto la narrazione sui poveri israeliani che devono fronteggiare i terroristi palestinesi.
Dopo che la notizia ha fatto il giro del mondo, il goffo tentativo di ridimensionare la faccenda – “non erano coloni quelli che hanno fatto inginocchiare i carabinieri, ma membri dell’esercito” – è solo una conferma.
I “migliori alleati” del governo gli pisciano in testa e dicono che piove. Piove forte… e nessuno, fra ministri e sottosegretari, ha l’ombrello. Anche la Ue ha dunque modo di dare una strapazzata ai sovranisti senza sovranità.
Ai presidi degli agricoltori che nelle settimane scorse protestavano contro l’approvazione del Mercosur si è presentato lo stuolo di deputati, eurodeputati, senatori, consiglieri regionali di Lega e FdI a promettere che avrebbero difeso il made in Italy. Non sono passate nemmeno tre ore e il governo Meloni ha votato a favore della ratifica del Mercosur…
Anche sul piano nazionale la situazione è deleteria
In ogni angolo del paese si accumula materiale infiammabile. Inizia a uscire anche quello nascosto sotto il tappeto.
Le giravolte su pensioni, accise e costo dei trasporti gridano vendetta: Fdi e Lega non hanno mantenuto neppure una promessa elettorale. Non provano nemmeno a giustificarsi, rivendicano il fatto che fossero appunto promesse!
Sono tuttavia le conseguenze dell’economia di guerra a far scricchiolare le stanze del teatrino della politica borghese: dalla sanità pubblica alla scuola e università fino ai trasporti; il ricatto occupazionale (“o conversione bellica delle azione o disoccupazione”) a fronte dello smantellamento dell’apparato produttivo.
Le conseguenze del ciclone Harry che ha devastato il Sud Italia allargano le crepe. Da una parte, il governo Meloni è costretto a dare fiato alla propaganda e promette interventi veloci e risolutivi. Dall’altra, è fermamente deciso a proseguire, succeda quello che succeda, sul solco tracciato.
La sintesi della situazione è chiara: il ponte sullo Stretto di Messina è un’opera strategica di interesse militare e la sua costruzione non si discute, le famiglie di Niscemi, le popolazioni delle coste devastate della Sicilia, della Calabria, della Sardegna che si arrangino!
Conseguenze deleterie
Le mobilitazioni dello scorso autunno sono state una doccia fredda per il governo che ha visto in faccia la forza della mobilitazione popolare. Ha tremato, ma non è caduto. Tuttavia quel “bagno di realtà” lo spinge a meditare su alcuni passi.
La meditazione, però, non è il punto di forza di questa accozzaglia servile, pertanto le conseguenze, le soluzioni, sono deleterie. La toppa è peggiore del buco.
Sul piano politico, il referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo è una potenziale bomba a orologeria.
Il governo Meloni è inviso alla maggioranza delle masse popolari, bersagliato dalla parte più organizzata e attiva che si mobilita contro la guerra e la complicità dell’Italia con il genocidio in Palestina, è sommerso dalle polemiche per le misure che puntualmente penalizzano le masse popolari del nostro paese. Anche una parte di chi aveva votato Lega e Fdi sta abbandonando la nave.
Per questo motivo Giorgia Meloni sta facendo carte false per separare il referendum dalle sorti del governo.
Il rischio è che il referendum sulla riforma della giustizia diventi un referendum sul governo.
Da qui la corsa alla ricerca di una nuova verginità, una rinnovata e insospettabile “passione” per il rispetto della Costituzione, il diritto internazionale e i diritti umani.
Ad esempio, l’Italia non parteciperà, almeno temporaneamente, al “Board of peace” di Trump per la Palestina perché “l’adesione presenta questioni di costituzionalità”. Il genocidio in Palestina, il traffico di armi e la mattanza di migranti nel Mediterraneo invece non la presentano…
Anche la notizia della presenza dell’Ice in Italia per le Olimpiadi invernali ha costretto il governo a correre per stemperare gli entusiasmi di Piantedosi e degli altri feticisti della repressione. Dall’esaltazione alla posizione più sobria e meno vincolante “saranno presenti, ma senza compiti di ordine pubblico” il passo è stato breve.
Un inciso. Se l’Italia non fosse abituata a delegare la direzione dell’ordine pubblico a paesi stranieri, come successo ad esempio per la partita di pallone Italia-Israele dello scorso ottobre quando l’ordine pubblico venne gestito in parte dal Mossad, verrebbe da pensare che il chiarimento del governo sul ruolo dell’Ice fosse superfluo. Invece è assolutamente pertinente.
Anche la conferenza stampa prevista il 30 gennaio alla Camera per la presentazione della legge di iniziativa popolare di Casa Pound e altre organizzazioni fasciste è diventata un problema per il governo.
Fino a pochi mesi fa, gli stessi che facevano quadrato attorno ai giovani di Fdi pizzicati a inneggiare a Hitler nelle loro iniziative e pertanto sputtanati oggi ritengono “inopportuna” la presenza di Casa Pound alla Camera.
Insomma, da bravi nostalgici del duce, fra le file del governo dilaga la tattica del travestimento per farla franca. Il duce scappava in Svizzera travestito da soldato tedesco, loro si travestono da difensori della Costituzione per scappare dalle masse popolari.
Cosa rimane di concreto al governo Meloni?
Rimangono le principali armi in mano alla classe dominante: l’intossicazione dell’opinione pubblica e la manipolazione della realtà. E infatti le usa senza risparmio nella campagna per la sicurezza, contro il degrado e la criminalità. E, soprattutto, contro gli immigrati
Solo che il governo ne ha abusato e pure una parte di chi c’era cascato ora inizia a chiedere conto dei motivi per cui, dopo tre anni di questurini al governo, il degrado e la criminalità sono cresciuti e la caccia all’immigrato è il paravento dietro cui nascondere i fallimenti.
A ben vedere, dunque, al governo Meloni rimane solo il disperato tentativo di reprimere. Creare un nemico interno e reprimere. Criminalizzare e reprimere. Denigrare e reprimere. Ma la repressione non è una soluzione.
Bastonare il nemico che annaspa
Il governo annaspa, è debole. Va bastonato forte ogni volta che mette fuori la testa.
Significa promuovere la convergenza delle mille forme di mobilitazione popolari attorno all’obiettivo di cacciare il governo Meloni.
Significa usare ogni occasione per indebolirlo e metterlo all’angolo: una di queste occasioni è il referendum del 22 e 23 marzo. Votare NO per mandare a casa il governo Meloni.
Significa, e qui torniamo a dove abbiamo iniziato, fare della repressione un ambito di organizzazione e mobilitazione delle masse popolari, farla diventare una questione politica generale, una questione di ordine pubblico che alimenta l’ingovernabilità del paese.

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