Solidarietà a tutti i fermati, ai denunciati, agli arrestati, ai compagni e alle compagne ferite
Il giornale stava per andare in stampa nelle ore in cui si svolgeva a Torino il corteo nazionale contro il governo Meloni, ma nel corso della giornata la mobilitazione ha preso una piega che ci ha spinto a rimandare di qualche ora per condividere alcune riflessioni a caldo.
La mobilitazione indica la luna…
Nelle strade di Torino sono scese sessantamila persone, una parte consistente (uno zoccolo duro) di quelle masse popolari che gli organismi operai e popolari e le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese riescono a mobilitare direttamente.
Direttamente significa che le forze istituzionali (cespugli a sinistra del Pd, sindacati di regime, ecc.) hanno avuto un ruolo marginale nella riuscita della manifestazione; erano presenti, con un ruolo accessorio, alla coda dei promotori.
Sessantamila persone sono scese in piazza, nonostante il clima intimidatorio e repressivo “pesante come il piombo”, attorno a una parola d’ordine chiara di opposizione e resistenza al governo Meloni e a tutti gli altri promotori della Terza guerra mondiale.
Nel comunicato con cui il P.Carc ha aderito alla manifestazione c’era scritto che il movimento popolare ha la necessità di agire insieme e, oltre a ciò, ha la necessità di pensare e ragionare insieme. L’esito della manifestazione lo conferma.
Possiamo e dobbiamo ragionare insieme perché la mobilitazione che il movimento popolare e le sue organizzazioni di avanguardia esprimono già oggi ha bisogno di uno sbocco politico per diventare punto di riferimento per il resto delle masse popolari.
Le principali organizzazioni operaie e popolari, le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese, le forze che con più nettezza e risoluzione si oppongono al governo Meloni hanno la responsabilità di indicare e intraprendere i passi per aprire la strada a questo sbocco politico.
Al netto delle strumentalizzazioni dei giornalacci a libro paga del governo e dei suoi stessi esponenti che parlano di “saldature” (ad esempio fra comunisti ed estremisti islamici), che vada consolidandosi un fronte comune di lotta contro il governo Meloni è un dato oggettivo e assolutamente positivo.
Per essere all’altezza dello scontro di classe già in corso e per fare fronte all’innalzamento dello scontro che sarà promosso dalla parte più reazionaria della classe dominante, questo fronte deve necessariamente dotarsi di un livello superiore di coordinamento, di confronto, di ragionamento e affrontare adesso la questione della prospettiva.
Possiamo farlo, nel senso che pur considerando le differenze, le storie, i percorsi e le caratteristiche particolari, più che le difficoltà emergono le spinte in questa direzione.
Dobbiamo farlo, nel senso che è una responsabilità non delegabile e non rimandabile.
…qualcuno ha interesse a che si guardi il dito
Nonostante le mille difficoltà a procedere in modo unitario e a dar seguito ai proclami che non hanno aderenza con la realtà, il governo Meloni strumentalizzerà “gli scontri di Torino” per aggravare la repressione contro il movimento popolare.
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Non che per aggravare la repressione abbia bisogno del “pretesto”: il fatto che la battaglia di Torino sia “la goccia che ha fatto traboccare il vaso” è solo propaganda reazionaria. Ma è con la propaganda che il governo Meloni prova a far ingoiare alle masse popolari il progressivo restringimento dell’agibilità politica e lo smantellamento dei diritti conquistati con la Resistenza e con le lotte dei decenni successivi.
Quindi: con la propaganda di guerra che criminalizza la battaglia di Torino, il governo Meloni cerca di compattare attorno a sé i partiti delle Larghe Intese e una parte, la più abbrutita, delle masse popolari.
Il governo Meloni ha tutto l’interesse a che il dibattito politico pubblico si concentri sul dito anziché sulla luna.
A questo proposito due questioni.
1. Se per alcuni anni è stata una fastidiosa litania che ha accompagnato tutte le manifestazioni in cui le forze del disordine borghese non sono riuscite a mantenere il controllo della situazione, adesso, nella situazione politica in cui siamo, la teoria che “dietro agli scontri ci sono i provocatori mandati dal governo” è diventata uno strumento di intossicazione che fa il paio, ha la stessa funzione, della criminalizzazione che la classe dominante usa come strumento.
È una denigrazione esattamente complementare. Se la criminalizzazione ha l’obiettivo di indicare un nemico pubblico da perseguire e reprimere, la tesi sui provocatori infiltrati è propaganda disfattista.
Quale dovrebbe essere la ragione per cui va escluso a priori che una manifestazione si possa concludere con danneggiamenti, scontri, disordini? Chi decide le regole, i modi, le forme, il contenuto delle manifestazioni? In quale paese (e mondo) pensano di vivere quelli che vedono infiltrati dietro ogni barricata? Nel paese delle opportunità? Della democrazia? Dell’emancipazione individuale e collettiva? Dell’integrazione e della cura, in cui regnano la pace e la serenità?
E chi sono per pretendere di decidere come si sta e cosa si fa in piazza?
Il pacifismo a tutti i costi, la fiducia negli “strumenti democratici”, la nonviolenza assunta e spacciata come uno psicofarmaco non sono dimostrazione di responsabilità, al contrario. Per la fase in cui siamo rasentano il collaborazionismo con il nemico. Le masse popolari possono ribellarsi. Devono ribellarsi. La ribellione è una manifestazione di vitalità.
2. Per contro è bene essere chiari: uno scontro è uno scontro. Una battaglia è una battaglia. Si tratta di sane manifestazioni di ribellione e di vitalità, ma rimangono tali.
In certe occasioni hanno anche un alto valore politico, rimangono pur sempre manifestazioni di ribellione e vitalità.
Dobbiamo rendere ingovernabile il paese al governo Meloni, a ogni altro promotore della Terza guerra mondiale, a ogni altro complice del genocidio del popolo palestinese, a ogni altro governo padronale. Lo scontro, la rivolta, la battaglia sono una strada, non l’unica e in un certo senso neppure la principale.
È bene essere molto chiari. Non prendiamo le distanze da nessuna forma di ribellione, da nessuna battaglia e da nessuno scontro; siamo – e su questo facciamo un lavoro di propaganda, di formazione e di educazione – sempre e incondizionatamente solidali con chi viene arrestato, denunciato, processato, manganellato. Esprimiamo solidarietà a chi è colpito dalla repressione e chiediamo solidarietà quando a essere colpiti dalla repressione siamo noi.
È da questa angolatura che vediamo la necessità di aprire un ragionamento sui metodi, le forme e le strade per alimentare l’ingovernabilità del paese in modo da combinare i momenti di disordine (la battaglia, lo scontro) con quelli di un nuovo ordine che andiamo costruendo, collettivamente e dal basso.
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Gli organismi di avanguardia del movimento popolare possono e devono assumersi la responsabilità di dare uno sbocco politico alla mobilitazione.
Lo sbocco politico comporta necessariamente uno scontro di livello superiore (per contenuto politico, ma anche per intensità concreta) con la classe dominante.
Per rendere la vita impossibile ai governi della classe dominante, le organizzazioni di avanguardia del movimento popolare devono combinare il CONTRO con il PER.
Non è un discorso generale, ma il terreno su cui, concretamente, il movimento popolare contende la direzione del paese ai partiti delle Larghe Intese.
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Sulla violenza politica e le azioni militanti
Le manifestazioni combattive, se ben condotte politicamente oltre che tecnicamente, contribuiscono a rendere il paese ingovernabile, nel senso che
1. pongono un limite agli effetti negativi delle passeggiate rituali e concordate con il governo, valvole di sfogo, processioni con cui la sinistra borghese e i sindacati di regime (e in alcuni casi anche quelli alternativi) logorano e scoraggiano le masse popolari (processioni di cui però dobbiamo approfittare per fare propaganda e per promuovere la rottura con il legalitarismo: dobbiamo intervenire nella sinistra presente in tutti gli ambiti e sviluppare la sinergia tra quella presente nelle manifestazioni pacifiche e quella presente nel movimento militante);
2. promuovono su grande scala la rottura con il legalitarismo e veicolano con forza il messaggio “è legittimo tutto quello che è nell’interesse delle masse popolari, anche se è illegale!”.
Le dimostrazioni combattive e militanti hanno però un carattere ausiliario, complementare ai fini della promozione dell’ingovernabilità: si svolgono su un terreno su cui per ora il nemico è più forte di noi e offrono il fianco allo sviluppo di contraddizioni in seno al popolo.
Noi dobbiamo onorare e far avanzare (unità e lotta) quelli che si battono e che si sono battuti ed essere solidali con quelli che sono colpiti dalla repressione. A quanti, nel nostro campo, condannano gli errori compiuti da chi si batte, dobbiamo obiettare che gli errori si correggono.
L’errore più grave e più difficile da correggere è la mancanza di una linea che indichi compiti più avanzati e forme di ribellione più efficaci a chi è disposto a battersi.
Attualmente la contraddizione è tra
1. la necessità di far crescere il movimento, di “far montare la maionese della mobilitazione” evitando di bruciarlo in scaramucce premature;
2. la necessità di non mortificare e soffocare, raffreddandone lo slancio, quelli che vogliono andare allo scontro subito. Non bisogna né sferrare a vuoto il colpo decisivo, né mortificare gli impazienti, ma tenere assieme le due anime e svilupparle entrambe. Dobbiamo imparare e aiutare chi dirige a non sbandare né a destra (legalitarismo, pacifismo di principio) né a sinistra (avventurismo, provocazioni).
Combinare le azioni militanti con la propaganda. Non è facile a farsi quando ancora non godiamo della fiducia delle masse e non abbiamo ampi legami con esse, ma si impara. Questa oggi è l’arte della politica rivoluzionaria.
– Adattamento delle Tesi politiche (n. 66) approvate dal III Congresso del P.Carc (2012).

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