A migliaia di persone che hanno partecipato alle mobilitazioni dello scorso autunno stanno arrivando le multe. Le motivazioni sono varie, ma in genere viene sanzionato il blocco dei binari, il blocco del traffico ferroviario o stradale e il blocco delle strade di accesso ai porti.
In vari casi, oltre alle denunce arriva per alcuni anche la comunicazione di essere sotto inchiesta per i medesimi reati, introdotti o aggravati dal decreto sicurezza di Piantedosi.
E, soprattutto per i militanti di più lungo corso, arrivano le misure cautelari in attesa del processo. In questo caso l’accusa è di manifestazione non preavvisata, danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale. A queste misure si combinano spesso fogli di via, obbligo di dimora o di firma in questura.
Poi ci sono le grandi inchieste giudiziarie che puntano a dimostrare che dietro a quelle mobilitazioni c’è un disegno eversivo, se non proprio un legame con il “terrorismo”. È il caso, per citarne una, dell’inchiesta della Procura di Genova per cui è in carcere Mohammad Hannoun.
Il tutto è rafforzato dal linciaggio mediatico promosso senza sosta dai giornalacci del governo (Libero, Il Giornale, Il Tempo, il Secolo d’Italia) e promosso a fasi alterne dai giornaloni del padronato (come Corriere, Repubblica, La Stampa).
È ben evidente che non si tratta affatto di perseguire reati: il governo Meloni sta usando la repressione come manganello contro tutti quelli che hanno partecipato alle manifestazioni. Ognuno con lo strumento più “appropriato”.
Diversi gradi di repressione, diversi strumenti, che vanno affrontati per quello che sono: una questione politica generale. Far diventare la repressione una questione politica è esattamente quello che la classe dominante vuole evitare, preferirebbe che tutto rimanesse sul piano del codice penale. Perché se la repressione diventa una questione politica, anche le leggi, il codice penale, l’impianto stesso della giustizia vengono messi in discussione. Gli accusati diventano accusatori. La disobbedienza e la ribellione diventano contagiose, di massa.
Far diventare la repressione una questione politica vuol dire alcune cose.
Denunciare sempre e sistematicamente ogni attacco repressivo e chiedere sistematicamente la solidarietà delle masse popolari. La repressione non è mai una questione personale, è sempre un fatto politico. È assolutamente inutile tenersela per sé e, al contrario, denunciarla aiuta a mostrare la natura reazionaria della classe dominante. Di fronte a un qualunque atto repressivo, la solidarietà rafforza sia chi la riceve sia chi la esprime, rafforza il nostro campo e indebolisce quello nemico.
Attrezzarsi, organizzarsi e mobilitarsi per impedire che la legalità borghese faccia pacificamente il suo corso. Non ci sono giustificazioni che tengono: i vandalismi, la violenza, i danneggiamenti, i disagi, il “diritto di andare a lavorare in un giorno di sciopero” sono idiozie che servono a rendere più digeribile agli occhi delle ampie masse il restringimento dell’agibilità politica, lo smantellamento dei diritti conquistati con la Resistenza e con le lotte dei decenni successivi.
La repressione è SEMPRE una manifestazione dell’oppressione di classe e la legalità della classe dominante è lo strumento per esercitarla. Impedire che la legalità borghese faccia pacificamente il suo corso è dunque un ambito della lotta di classe. Tuttavia, la volontà non è sufficiente, bisogna organizzarsi e attrezzarsi.
Un singolo individuo, ad esempio, deve vincere mille pressioni e mille resistenze per decidere di non pagare una multa. Ma se i multati si organizzano, ragionano insieme su come far fronte a quella estorsione punitiva, a quella rappresaglia, diventa tutto più facile e le soluzioni sono a portata di mano.
Organizzarsi per continuare a fare quello che la classe dominante non vuole sia fatto. Se una certa condotta, un’iniziativa, un metodo di lotta viene represso, significa che ha colto nel segno, che è efficace e il nemico non vuole che si estenda. La repressione è il modo per punire i promotori e prevenire l’emulazione. Il che equivale a dire che la repressione, in un certo senso, indica anche la direzione da seguire. Il primo passo in quella direzione è continuare a fare quello che la classe dominante non vuole sia fatto.
Se per un singolo organismo ciò richiede uno sforzo non sempre possibile, figuriamoci per un individuo: l’organizzazione e il coordinamento fra diversi organismi sposta il discorso dalle difficoltà di pochi alle potenzialità e possibilità di molti.
Quanto detto fin qui è facilmente rapportabile alle multe. Ci concentriamo su questo perché è utile farlo.
Stanno arrivando migliaia di multe, ma fra le organizzazioni sindacali e politiche e i movimenti è diffuso l’atteggiamento di non denunciarle (a meno che a farlo non sia la stampa borghese, il che spesso significa anche criminalizzazione). Alla mancata denuncia si affianca poi, il più delle volte, l’orientamento di pagarle: chi può paga la sua e per chi non può si fa la raccolta solidale.
Questo è un modo particolarmente sbagliato di far fronte a questo tipo di repressione, alla repressione economica.
Chi inizia a pagare senza battere ciglio (i lamenti sul fatto che viviamo nel moderno fascismo non valgono) manda al nemico il messaggio che continueremo a pagare. Le autorità borghesi non hanno alcuna remora a estorcere soldi. Quando le multe diventano due o tre o cinque che si fa? Si smette di andare in piazza? Si smette di scioperare?
Invitiamo tutte le persone multate a problematizzare la questione. Ma seguendo i principi esposti sopra possiamo fare di più, possiamo dare alcune indicazioni, sia pur generali, su come far diventare le multe una questione politica.
Anzitutto, denunciare pubblicamente le multe. Serve anche a mettersi in contatto con altri multati (non è detto che tutti conoscano tutti) e da lì organizzarsi. Più è collettiva la risposta, più sarà efficace.
In secondo luogo, fare ricorso. Fare ricorso nonostante le minacce (“se perdi paghi il doppio”, “se vinci paghi comunque una percentuale”, ecc.). Non serve certo a ristabilire la giustizia, ma a prendere tempo sì e anche a mettere l’operazione repressiva di fronte a un primo ostacolo burocratico.
In terzo luogo, discutere bene con il collettivo dei multati (che nel frattempo si sarà allargato ai solidali) per decidere gli argomenti, gli strumenti e le persone disposte a fare da apripista per un campagna “io non pago”.
Di fronte a un genocidio bloccare i porti e le ferrovie è legittimo. A dover essere processati sono i ministri del governo italiano e Giorgia Meloni; a dover essere perseguiti sono i criminali di guerra israeliani che vengono a fare le vacanze in Italia. Noi non paghiamo.
Forse è superfluo dirlo, ma all’“io non pago” si accompagna benissimo l’occupazione dei binari, dei porti o delle stazioni (ma anche solo del traffico): non pago la multa e pago, anzi, con l’unica moneta che questo governo si merita: la mobilitazione.
Sappiamo che non è facile e sappiamo che nel movimento popolare sono presenti orientamenti, anche molto diversi fra loro, che preferiscono tenere le multe sotto il tappeto. Vuoi per una forma di paura della lotta di classe, vuoi, al contrario, per l’idea che fare casino per una multa è eccessivo, vuoi per la stramba convinzione che alla repressione bisogna farci il callo.
Queste idee sono il principale ostacolo a che i multati per le mobilitazioni di settembre e ottobre, migliaia e migliaia di persone, diventino un soggetto politico attivo. Organizzarsi e coordinarsi per non pagare spunterà una delle armi repressive più dispiegate del governo Meloni. E se ciò accadrà non serve tanta immaginazione per capire dove Meloni, Salvini, Piantedosi, Crosetto e Nordio dovranno mettersi il loro decreto sicurezza… Non aspettiamo che succeda, organizziamoci per farlo accadere.

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