Anche se quando uscirà questo articolo la giornata internazionale di mobilitazione nei porti contro il traffico di armi e la guerra sarà già superata, l’iniziativa merita visibilità. Sia perché riprende il filo delle mobilitazioni dello scorso autunno, sia perché offre spunti per alcuni approfondimenti.
La mobilitazione del 6 febbraio, che in Italia è promossa dall’Usb, unisce i lavoratori portuali di vari paesi – Italia, Grecia, Portogallo, Turchia, Marocco, Paese Baschi… – che non si rassegnano a lavorare per la guerra. Nello stesso periodo si moltiplicano iniziative dei lavoratori di altri settori dei trasporti, ferrovieri, aeroportuali, che perseguono lo stesso obiettivo, benché il grado di organizzazione sia al momento inferiore rispetto ai portuali.
Si ripropone più in grande una questione politica, dai risvolti molto concreti, che si era già presentata a settembre e a ottobre: non lavorare per la guerra è difficile!
Da una parte la diffusione del dual-use, per cui riconoscere i carichi di armi o componenti belliche e distinguerli da quelli destinati a uso civile è tutt’altro che immediato: un carico di fertilizzante può benissimo essere destinato tanto alla produzione agricola che a quella bellica e il tracciamento di origine e destinazione è complicato, nella selva degli appalti, subappalti e triangolazioni delle rotte.
Dall’altra parte l’enorme sviluppo della produzione bellica comporta anche un enorme sviluppo del traffico di armi.
Se per i metalmeccanici che lavorano nelle aziende destinate alla conversione bellica il ricatto è produrre per l’industria bellica oppure non lavorare, per chi lavora nei trasporti è accettare di movimentare dispositivi bellici oppure essere accusato dall’azienda di far perdere una parte considerevole delle commesse; significa avviarsi alla disoccupazione.
Il movimento sindacale, tanto in Italia che a livello internazionale, su questa questione è a un bivio: approfittare dello sviluppo della produzione per avanzare rivendicazioni economiche e migliori condizioni di lavoro oppure rifiutarsi di partecipare, a qualunque titolo, allo sviluppo dell’industria e della logistica bellica.
La linea delle rivendicazioni, al di là della coscienza che ne ha chi la promuove, porta alla collaborazione di classe e alla mobilitazione reazionaria, dal momento che fa coincidere gli interessi dei lavoratori con quelli dei padroni. È anche superficiale, oltre che pericolosa, come se davvero operai e padroni potessero avere interessi in comune…
La linea del rifiuto è l’unica giusta. Sul piano morale, etico e, soprattutto, politico. Ma chi la promuove deve necessariamente darsi gli strumenti per spezzare il ricatto lavorare per la guerra o rassegnarsi alla disoccupazione e renderla una linea perseguibile concretamente e su ampia scala.
Da qui una sola conclusione possibile. Netta e sintetica. E non perché non ci sia lo spazio per argomentarla, ma perché è evidente. E non è di nessuna utilità perdersi dietro a chi fa finta di non vederla.
La parte più avanzata del movimento sindacale, le componenti che strenuamente promuovono la linea del rifiuto, deve necessariamente smetterla di nascondersi dietro al fatto che un sindacato si occupa solo di questioni sindacali e deve necessariamente occuparsi di politica, della lotta per il governo del paese, della lotta per il potere. Deve sviluppare coscientemente quel ruolo che ha iniziato ad assumere nelle mobilitazioni dello scorso settembre e ottobre.
Perché SOLO scendendo sul piano politico è possibile rompere definitivamente il ricatto fra lavorare per la guerra o non lavorare.
Che ogni mobilitazione sindacale diventi uno strumento della lotta per imporre un governo di emergenza popolare che spezza questo ricatto non è solo la convinzione del P.Carc”, ma l’esigenza di milioni di lavoratori che non si rassegnano a lavorare per la guerra e cercano il modo per non farlo.


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